L'addio al re della televisione italiana: la morte di Mike Bongiorno

di Massimiliano Perlato

 

Ormai resta poco della televisione di un tempo che fu, della televisione pionieristica che aveva un valore vero, intrinseco. Oggi c’è il colore, l’alta definizione, la pay per view. Ma ci sono anche Belen Rodriguez, Alba Parietti e Costantino Vitagliano. Oggi c’è il Tutto (quantomeno tecnicamente) a contenere un sostanziale Nulla, un vuoto spinto da far paura. Ai tempi di quei quattro signori qui sopra, la televisione sapeva invece essere un Qualcosa che divertiva, informava e – più di tutto – unificava. Se la televisione è lo specchio della società (e non viceversa), la società  di oggi è uno schifo, anche col pacchetto Full Hd. Dopo Michael Jackson, è morto un altro personaggio di cui non ti capaciti. Pazzesco: se muoiono, allora vuol dire che erano veri, esistevano, invecchiavano. Ma Jacko era in America, l’America lontanissima di Neverland. Mike Bongiorno no, era qui a due passi, tra Segrate e Santa Giulia, tra via Giovanni da Procida e corso Sempione. A me stava simpatico. Anche se era juventino e non si rassegnava ai suoi 85 anni, non mollando la sua poltrona di icona televisiva fino a progettare un nuovo quiz che avrebbe iniziato tra un mese a Sky. Un sberleffo a chi gli aveva dato il benservito senza nemmeno fargli un po’ di salamelecchi. Quando da Fazio l’avevo visto raccontare di Berlusconi che si negava anche per gli auguri di Natale. C’era rimasto male, Michelino, e dire che era uno che ne aveva viste di cotte e di crude, comprese (da un’ottica frontale) le canne dei mitra dei nazisti che l’avevano messo al muro e lo stavano per fucilare, anche se all’ultimo secondo si sono accorti che aveva il passaporto americano e si sono accontentati di mandarlo a Mauthausen, da cui è tornato vivo e vegeto. Questa storia ha cominciato a raccontarla molto tardi, quando ormai era già vecchio, e mi spiace: perchè si sarebbe guadagnato un po’ più di rispetto prima, quando tutti – al di là di una indiscussa professionalità – lo dipingevano come una macchietta. Da vecchio è diventato migliore, più simpatico, più disteso, più sbracato. Mi piaceva ascoltare le sue interviste, con quel tono da nonno arricchito e un po’ trombone, ma sicuramente buono. Gli spot con Fiorello, in cui recitava la parte del suonato (ma fino a un certo punto), mi hanno strappato più di un sorriso, molto più di 60 puntate di Zelig o seimila di Colorado Cafè. Non mi vergogno di dire che questo vecchietto un po’ mi mancherà. Era uno degli ultimi pezzi viventi di un mondo ormai impilato nelle teche Rai, archiviato in bianco e nero, simbolo di un’Italia purtroppo fuori moda nei toni e nei contenuti. Oggi ci cucchiamo Papi e Mammuccari, ragazzi, e da qualche parte dev’esserci scritto perchè ce li meritiamo.

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