Tottus in Pari, 257: Amicizia tra Livorno e la Sardegna

Un legame saldo quello tra la provincia di Livorno e la Sardegna. Un legame fecondo di tante tradizioni comuni tra cui la devozione alla Madonna, per entrambi protettrice dei naviganti. L’Associazione culturale sarda " Quattro Mori " di Livorno, guidata dal presidente  Giorgio Canu e dai V. Presidenti Lino Derosas e Anna Acciaro, e in particolare la loro corale, diretta dai maestri  Mauro Ermito e Patrizia Amoretti, in collaborazione con la Provincia di Livorno, rappresentata da Luca Lischi Capo di Gabinetto del Presidente Kutufà, hanno reso omaggio alla Madonna di Montenero a Nuoro e alla Madonna di Bonaria a Cagliari. A Nuoro la delegazione è stata accolta dal Vescovo,  Monsignor Pietro Meloni, che ha celebrato la Santa Messa  nella chiesetta dedicata  alla Madonna di Montenero  presso Su Monte Ortobene, la "montagna sacra" dei nuoresi, alta circa mille metri,  su cui spicca la statua benedicente del Cristo Redentore. Monsignor Meloni ha ricordato la storia del piccolo e umile santuario sottolineando come Su monte ha conservato le tracce di una religiosità popolare che si rinnova anche oggi nella fede. Fede necessaria per sostenere e guidare la vita delle persone alla concordia e all’amicizia. Quell’amicizia che nasce anche dal canto che i pellegrini di Livorno hanno voluto lasciare su quel monte ricco di fitti boschi di lecci e grandi massi di granito dalle multiformi sagome, intonando canti in " limba " (lingua sarda) per ancorare la propria storia ai luoghi di origine e per raggiungere con la preghiera del Babbu nostru ogni vita vicina e lontana, quale segno di una amicizia eterna che travalica ogni tempo e ogni spazio. Ma come nasce una chiesa dedicata alla Madonna di Montenero sul Monte dei nuoresi? Come viene riportato nel libro di Caocci "Nostra Signora del Monte" nel 1608 il nuorese Melchiorre Pirella, insieme ai fratelli Pietro Paolo e Giovanni Angelo, "rientravano da un pellegrinaggio compiuto al Santuario della Vergine di Montenero in quel di Livorno. Si erano appena profilate all’orizzonte le coste della Sardegna quando un’improvvisa tempesta travolse la nave, ponendo a repentaglio la stessa vita dell’equipaggio e dei passeggeri. I tre fratelli, allora invocarono la Madonna perché li salvasse: se la loro vita fosse stata loro risparmiata, si sarebbero impegnati a dedicare alla Vergine una chiesa sulla cima di un monte. Il fortunale si placò….." I fratelli Pirella, come è riportato nella lapide  datata 26 aprile del 1608 sull’architrave della porta laterale del piccolo santuario,  in trenta giorni eressero la chiesa sul Monte Ortobene. La chiesetta del Monte Ortobene diventa ancor più importante anche per come viene presentata da Grazia Deledda, nata a Nuoro nel 1871 e Premio nobel per la letteratura nel 1926. Così viene descritta nel romanzo autobiografico Cosima la Chiesa dedicata alla Vergine del Montenero: "Sopra la piccola città  (Nuoro) che già era a seicento metri sul livello del mare, sulla cima del monte sovrastante, fra boschi  di lecci e rocce di granito, poco distante dalla proprietà della famiglia di Cosima e dove per la prima volta ella aveva veduto il mare lontano sorgeva una piccola chiesa detta appunto della Madonna del Monte, su uno spiazzo sollevato e recinto di massi. Piccole stanzette erano addossate alla chiesa, sotto lo stesso tetto, e una specie di portichetto si apriva davanti alle due porte, una a mezzodì, l’altra a ponente, con sedili in muratura intorno. Nelle stanzette dimoravano i fedeli, durante il periodo della novena e della festa della piccola Madonna". A Nuoro, inoltre, i pellegrini hanno fatto visita al museo Deleddiano allestito nella casa natale di Grazia Deledda. E’ stata un’esperienza appassionante e ricca di emozioni. L’incontro con una scrittrice attraverso l’ambiente nel quale ha vissuto, i suoi oggetti, i suoi libri. Le mura di casa e i suoi arredi e soprattutto la possibilità di cogliere l’ambiente sociale e culturale nuorese degli inizi del 900. A proposito di Nuoro scrive la Deledda: "E’ il cuore della Sardegna, è la Sardegna stessa con tutte le sue manifestazioni. E’ il campo aperto dove la civiltà incipiente combatte una lotta silenziosa con la strana barbarie sarda, così esagerata oltre mare. Nuoro è chiamata scherzosamente, dai giovani artisti sardi, l’Atene della Sardegna. Infatti, relativamente, è il paese più colto e battagliero dell’isola". Ed ancora sottolinea in un altro scritto:"Ho vissuto coi venti, coi boschi, con le montagne, ho guardato per giorni, mesi ed anni il lento svolgersi delle nuvole sul cielo sardo…ho visto l’alba, il tramonto, il sorgere della luna nell’immensa solitudine delle montagne…e così si è formata la mia arte. (Grazia Deledda, La mia Sardegna). E poi ancora a Nuoro l’incontro con monsignor Salvatore Ferrandu, Vicepresidente della Fondazione Migrantes della Cei. Un segno di amicizia che lo lega  a tutti i migranti sparsi in tutto il mondo. Eterna necessità di "prendere ed andare" alla ricerca di un lavoro, di una terra che possa ospitare le proprie vocazioni. E poi comunità che trovano il loro giusto spazio, il loro appropriato inserimento. Crescita nel dialogo e crescita delle culture. Tutti in un unico creato, sparsi in tante terre pur sempre abbracciate da un unico cielo. Un’amicizia calorosa tra la terra di Sardegna e la terra di Livorno, resa ancora più forte nella semplicità della tavola tra gustosi piatti tipici e contornata dai festeggiamenti, a sorpresa, per i sessant’anni di sacerdozio di Monsignor Ferrandu. Sessant’anni di fedeltà al Vangelo, nella missione sacerdotale a servizio dei migranti per essere continuamente pellegrino e provare quotidianamente la fatica del radicarsi. Dell’ancorarsi ad una terra, la propria terra. Da Nuoro a Gavoi, nella Barbagia, tra un paesaggio fatto solo di natura. Alberi sparsi, da un verde oscuro e prati bruciati dal sole. Gavoi, paese Bandiera Arancione per la sua particolarità ambientale e architettonica, arricchito in questi giorni dal Festival letterario della Sardegna. Parole che raccontano storie. Libri che raccolgono parole di scrittori affermati ed esordienti. Tutti capaci di soffermarsi ad ascoltare, a leggere, a comprendere attraverso la scrittura di più se stessi e di più gli altri. La corale ha accompagnato con canti di tradizione sarda la Santa Messa celebrata da Don Salvatore Patteri, che nella sua omelia ha fatto riecheggiare più volte la necessità di non aver timore di quando Dio ci mette in crisi…. "Occorre lasciare farsi mettere in crisi da Dio per comprendere la sua profondità, la sua grandezza, la sua eterna necessità". Una folla commossa ha riempito la grande Chiesa di Gavoi  e con grande partecipazione ha ascoltato e cantato le melodie in lingua sarda, ormai lasciate ai ricordi di anni passati ma pur sempre vitali nella mente e nel cuore delle persone. Un particolare  e impietosito ricordo  in memoria del caro amico Giovanni di Gavoi, sepolto nel cimitero del caratteristico paese, membro attivissimo dell’Associazione, è stato espresso dal presidente Canu a tutta la comunità di Gavoi, dal Sindaco al parroco, a tutti i fedeli,  alla vedova e alle sorelle che hanno desiderato donare all’Associazione una targa  a ricordo della visita. E i
nfine dalla Barbagia a Cagliari per celebrare la Madonna di Bonaria. Per contraccambiare il pellegrinaggio a Livorno nel maggio 2008 che ha visto Nostra Signora di Bonaria pellegrina nella città labronica. Il Vescovo Monsignor Simone Giusti domenica 5 luglio ha celebrato la Messa solenne di mezzogiorno alla presenza del Sindaco di Cagliari Emilio Floris, e del Capo di Gabinetto del Presidente della Provincia di Livorno, Luca Lischi. Una presenza delle Istituzioni che hanno voluto sottolineare la vicinanza alla partecipazione religiosa dei tanti fedeli Sardi e Toscani, legati da saldi rapporti di amicizia. La corale di Livorno, diretta dal maestro  Mauro Ermito, all’organo il maestro Patrizia Amoretti hanno fatto echeggiare canti e musiche sarde nella bellissima basilica di Bonaria, retta dai Padri Mercedari. Monsignor Giusti, vescovo di Livorno, con un linguaggio semplice e incisivo ha parlato al cuore delle persone sottolineando l’importanza dell’Amore ancorato alla fede in Dio. E ha ribadito l’importanza di Maria, Madre esemplare capace di guidarci a Dio "Fate quello che egli vi dirà". E’ l’amore che muove la vita, che fa superare qualsiasi sacrificio, che aiuta a crescere, a cogliere la bellezza di Dio. L’Amore della Madonna costituisce un  esempio fondamentale per la nostra vita. E’ a lei che bisogna attingere per comprendere quello che Dio desidera da noi, è lei la Madre che ascolta e invita all’ascolto… "Fate quello che egli vi dirà". Al termine della celebrazione i fedeli hanno salutato calorosamente il Vescovo Giusti con uno scrosciante applauso e un gruppo di bambini in costumi tradizionali sardi gli ha donato un ricco assaggio di prodotti tipici della Sardegna.. Segno che il messaggio ha raggiunto il cuore, l’anima della gente. L’amicizia tra Livorno e la Sardegna si è consolidata. La religiosità popolare rappresenta un valido contributo per realizzare più sinergia tra le persone, tra i territori. Che il vento e il mare siano un mezzo sempre più incisivo per far circolare l’aria, quella "buon aria" necessaria ai nostri popoli per essere sempre più solidali e coesi. Per essere sempre più legati da un’amicizia civica e religiosa capace di realizzare una società più giusta, più vitale, più capace di dialogare  anche attraverso il canto….con la gente e con il cielo. E come Grazia Deledda possiamo anche noi dire per la nostra vita: "Ho avuto tutte le cose che una donna può chiedere al suo destino. Ma, grande sopra ogni fortuna, la fede nella vita e in Dio".

Luca Lischi

 

FESTA DI SANT’EUSEBIO DA CAGLIARI, PATRONO DEL PIEMONTE

GLI EMIGRATI SARDI DEL BIELLESE IN PREGHIERA

Eusebio fu una grande figura di credente e di pastore con il suo modo di pensare, di agire e di testimoniare la fede. A noi tocca il compito di rimanere in questa continuità, di farcene carico e di trasmetterla a una società che si radica anche nel tempo che l’ha preceduta.(Cardinale Tarcisio Bertone, S.D.B., Segretario di Stato, Arcivescovo emerito di Vercelli). Il primo di agosto la Chiesa ha celebrato la Festa liturgica di Sant’Eusebio, il Santo cagliaritano nominato nell’anno 345 da Papa Giulio I, 1° Vescovo di Vercelli. Così è stato a Vercelli, la più antica Diocesi del Piemonte. Nelle parrocchie a lui intitolate la festa viene fatta slittare alla domenica successiva. I Sardi del Biellese si sono uniti ai fedeli delle parrocchie eusebiane di Vallemosso, di Ternengo, di Muzzano, di Riabella, San Paolo Cervo, di Pezzana e di Roasio Sant’Eusebio. Una delegazione del Circolo Culturale Sardo Su Nuraghe di Biella ha voluto rendere omaggio al conterraneo Eusebio, inviato in Piemonte 1664 anni fa per cristianizzare questa regione alpina, partecipando alle celebrazioni della Parrocchia eusebiana di Bollengo (To), nella Diocesi di Ivrea. In questa Chiesa del Canavese si sono conservate interessanti forme di ritualità polare molto partecipate. Alla processione di Sant’Eusebio da Cagliari, sono presenti gli sposi che hanno contratto matrimonio nell’anno. Due coppie sfilano in processione portando sul capo particolari composizioni floreali dette axente. Le donne, coadiuvate da due damigelle dette axentere, hanno il compito di portare materialmente in testa, su appositi cercini, i curiosi copricapo a forma di cono, altri più di un metro e decorati con fiori diversi, mentre i mariti scortano le reliquie del Santo impugnando antiche alabarde ornate di nastri colorati. Per l’occasione vengono confezionati abiti nuovi per le axentere e le priore; le donne indosseranno i vestiti cerimoniali di Sant’Eusebio solo in quest’occasione e durante le altre feste che si terranno nell’anno, fino al subentro delle nuove coppie dell’anno successivo. L’uso degli alberi fioriti che rimandano ai "maggi", presenti perlopiù in ambiente sacro, sono molto diffusi in Piemonte e, a seconda delle località, vengono chiamati in modo diverso: "bran", in Valsusa; "cavagnette", nell’Ossola; matarille, carità, axente o atsènt, nel Canavese, nel Torinese e nella "Provincia Granda". Queste composizioni fiorite che possono raggiungere i tre metri di altezza, si possono considerare oggetti di culto cristiano stabilmente inseriti in un preciso rituale liturgico. Risalirebbero agli alberi di maggio,"i maggi", e a strutture simili, molto diffuse in buona parte dell’Europa come oggetti al centro di feste di inizio anno o di un ciclo stagionale tese a celebrare e favorire nuovi abbondanti raccolti, passate poi progressivamente in rituali cristiani come le feste patronali. La loro origine precristiana è testimoniata dalla censura presente in alcune disposizioni sinodali come quelle del Sinodo di Ivrea del 1602 in cui criticava la "persistenza di culti di fertilità costituiti da processioni di sole donne attraverso le campagne per assicurare un buon raccolto. In queste processioni le donne rivestono abiti delle feste aggiungendo ornamenti particolari come fiocchi, nastri, collane e portano sulla testa un copricapo molto alto a forma di piramide tutto quanto ricoperto di fiori". Battista Saiu

 

 

LA STORIA DEL REDENTORE DI NUORO

TRA FEDE, ARTE E UMANITA’

Papa Leone XIII, il papa della Rerum Novarum, aveva invitato i fedeli ad innalzare, in occasione del Giubileo all’alba del secolo XX, 19 statue
del Redentore in altrettante vette delle regioni d’Italia per ricordare i secoli della Redenzione di Cristo e come auspicio per un avvenire di fede, pace e prosperità per tutta l’Umanità. L’appello papale fu accolto in molte parti d’Italia e anche il vecchio vescovo di Nuoro Angelo Maria Demartis, dopo vari incontri con i propri collaboratori e con le autorità locali, si azzardò a candidare Nuoro come sede di uno dei ‘Ricordi’ caldeggiati dal Pontefice. Per la richiesta di candidatura e le incombenze per la realizzazione dell’opera, si creò un comitato formato dal vescovo in qualità di presidente, dall’avv. Francesco Mura, dall’ing. Luigi Mura, dai sacerdoti Antonio Mura e Antonio G. Solinas e dall’impresario Debernardi. Nel luglio del 1899 arrivò l’assenso della Santa Sede  alla richiesta dei nuoresi e grande fu la soddisfazione del Comitato che, superando ogni genere di difficoltà, si adoperò per reperire  i finanziamenti per la realizzazione del monumento e incaricò, su proposta dell’avv. Francesco Mura, un giovane artista calabrese, residente a Napoli, Vincenzo Jerace di creare un opera scultorea che potesse rappresentare un grande ‘Ricordo’. Da profondo cattolico, l’artista si sentì commosso e inorgoglito per il prestigioso incarico e, dopo uno scambio di corrispondenze col Comitato, accettò di realizzare l’opera, a titolo del tutto gratuito, tranne le spese per la fonderia, e si riservò di inviare al più presto un bozzetto in gesso da sottoporre all’attenzione del comitato stesso. Quando il bozzetto  giunse a Nuoro la casa dell’avv. Francesco Mura  fu presa letteralmente d’assalto e  ancor di più un’immensa folla si riversò nella cattedrale di Santa Maria della Neve dove la domenica successiva il bozzetto venne  esposto per i fedeli tutti che, arrivati da ogni contrada, lo ammirarono, commossi e ammutoliti dinanzi a tanta religiosa arte scultorea. Una lettera di ringraziamento, a nome di tutta la Diocesi, incoraggiò Jerace  a continuare la sua opera e, dopo  un duro e intenso lavoro, modellò una statua in creta di sette metri, ammirata e apprezzata  poi da una delegazione di nuoresi (un componente misurò il piede della statua con l’ombrello per far capire al vescovo l’idea della grandezza dell’opera) che si recò a Napoli nello studio dell’artista e rimase stupita dinanzi alla bellezza della scultura. In seguito,  il 20 aprile del 1901 si arrivò alla fusione in bronzo nella fonderia Broccali di  Napoli. Qualche giorno dopo una tragedia familiare colpì l’artista: scomparve improvvisamente la moglie Luisa. Jerace telegrafò a Nuoro:"L’anima mia è morta, è spenta la Luisa mia". E fece incidere sulla mano del Cristo queste parole:"Luisa, morta mentre ti scolpiva, Vincenzo". L’artista ebbe la forza di completare l’opera che, sistemata dentro varie casse, fu spedita  a Cagliari col piroscafo ‘Tirso’ e da lì col treno, passando per Macomer, arrivò  Nuoro il 16 agosto 1901 tra due ali di folla che aveva preso d’assalto la piccola stazione ferroviaria accogliendo il convoglio con prolungati applausi e grida di gioia e di evviva per il vescovo Demartis e  il giovane artista Jerace. Qualche giorno dopo  ben sei carri a buoi  trasportarono all’Ortobene il pesante carico, venti quintali circa, affrontando grandi difficoltà perché la salita scoscesa era resa ancor più impervia dalle condizioni disagiate del sentiero nonostante qualche giorno prima fosse stato allargato, soprattutto nelle curve, da 60 operai sotto la guida dell’impresario Debernardi e dell’ing. Mura. Le varie parti del monumento furono saldate e il 29 agosto del 1901, giornata per Nuoro memorabile, per l’inaugurazione della grandiosa immagine di Cristo Redentore sul monte Ortobene, una interminabile processione si snodò dalla cattedrale accompagnata dal festoso suono  delle campane. La folla straripante di fedeli indossava i costumi tradizionali che ravvivavano con i vivaci colori il selvaggio bosco lungo la faticosa salita verso la cime del monte dove domina la statua di Cristo ancora in parte imbragata dall’impalcatura. Guidava la processione e officiava le cerimonie religiose il can. Pasquale Lutzu perché il vescovo Angelo Demartis, che tanto si era impegnato per la riuscita dell’opera, era gravemente malato, ma non volendo mancare all’inaugurazione,  si fece trasportare in cima al monte su un carro a buoi. Quando la folla orante, circa diecimila persone, giunge in cima gli occhi di tutti sono volti al monumento che è ancora avvolto da un grande drappo; sotto la roccia avevano preparato un altare addobbato con antichi e preziosi drappi, il can. Pasquale Lutzu, in abiti pontificali, celebrava in mezzo a moltissimi sacerdoti provenienti da varie zone dell’isola. Ecco il momento più atteso, cadde il lenzuolo e, tra la commozione generale, apparve in tutta la sua grandiosità il Cristo Redentore, che sembrava sceso dall’alto dei Cieli in quel momento, posandosi sul monte col lembo del mantello,il volto di un angelo scolpito su una piega, rappresentante l’umanità sempre bambina (è il viso della figlia dell’artista scomparsa in tenera età), il volto bello, sereno e giovane, umano e divino del Cristo, la Croce protesa sulla mano sinistra benedicente, mentre con la destra  protegge questa terra aspra e generosa infondendole  la speranza della Redenzione dopo secoli di sventure e tribolazioni criminose.  Il canonico benedisse la statua, celebrò la messa e, con voce commossa, pronunciò un discorso che venne interrotto da scroscianti applausi dei fedeli soprattutto quando aveva citato l’impegno del vescovo  di Nuoro Angelo Demartis e l’insigne artista Vincenzo Jerace che, ancor ferito nel profondo del cuore per l’improvvisa scomparsa della giovane moglie, non poté assistere all’inaugurazione della sua geniale creatura. Assisterà invece alle celebrazioni dell’agosto del 1902 quando, commosso e appagato per i numerosi attestati di riconoscenza tributatigli dalle autorità e dal popolo, constatò che i suoi sforzi, le sue ansie , i suoi sacrifici non furono vani, ma avevano raggiunto traguardi grandiosi e duraturi. Da quel 29 agosto 1901 son passati ormai 109 anni e i fedeli, spinti da una sentita e profonda religiosità, accorrono ancora sempre numerosi per le celebrazioni del Redentore senza mai perdere la speranza che la pace, la rinascita religiosa, morale e civile del nostro popolo,  invocate in tutte le omelie dei predicatori, possano realizzarsi almeno nel nuovo secolo.

Tonino Bussu                                              

VALERIA SERRA LASCIA UFFICIALMENTE L’ASSESSORATO AL LAVORO

INTERIM A CAPPELLACCI

Diventa ufficiale l’addio di Valeria Serra alla Giunta: le sue dimissioni dall’assessorato al Lavoro, di cui si vociferava da tempo, sono state accettate dal presidente Ugo Cappellacci, che ha anche assunto ad interim la delega rimasta vacante. «Ho ritenuto opportuno attendere l’approvazione del collegato – spiega lo stesso Cappellacci – per chiudere un iter cui ha contribuito anche l’assessore Serra, che ringrazio per il lavoro svolto. Per un po’ seguirò personalmente le delicate questioni relative a quell’assessorato». C’è da riavviare il sistema della formazione professionale, ricorda il governatore, e accelerare la spesa dei fondi Por: «Che è piuttosto indietro, ma non certo per responsabilità dell’attuale Giunta», precisa Cappellacci. L’arrivo di un nuovo assessore non è dunque imminente: «Con queste partite in corso, sarebbe ingiusto assegnare l’incarico a qualcuno senza il dovuto rodaggio. Ora la priorità è raggiungere gli obiettivi sulle performance di spesa ». Più in là si potrà pensare a un nuovo ingresso in Giunta: se avverrà come fatto isolato o all’interno di un ampio rimpasto ancora non si sa, sarà materia del dibattito in maggioranza nei prossimi mesi.

 

I MURALES DI GIORGIO POLO SONO UN OMAGGIO ALLA SARDEGNA

ORGOGLIO ISOLANO NELLA LONTANA MELBOURNE

Esattamente un mese dopo l’inaugurazione del murale dipinto dall’artista sardo Giorgio Polo nell’atrio dell’ingresso superiore del Centro Culturale dell’Italian Forum, sono tornato ad ammirarlo, da solo e in silenzio. Ebbene, malgrado avessi seguito quasi giorno per giorno l’evoluzione dell’opera, sbagliavo pensando di non potervi trovare nulla di nuovo. Rivederlo è stato come riscoprirne tutti i magnifici misteriosi significati che l’artista ha saputo trasfondere nel murale. La Dea Madre – scelta da Giorgio Polo come soggetto dominante – che rappresenta la terra nella sua accezione più completa, umanità compresa, appartiene sì alla simbologia più antica delle divinità sarde, ma nello stesso tempo si allaccia a tutte le culture senza soluzione di continuità ed espande, attraverso la capigliatura della stilizzata figura femminile, tutta la sua universalità costituita appunto dalla Terra, dalla quale tutto deriva. Occorre dire grazie alla Regione Autonoma della Sardegna che ha finanziato il progetto presentato dai Circoli Sardi in Australia. La politica di diffusione della cultura, della storia e della Sardegna, ricca di tradizioni antiche ma anche moderna e dinamica di oggi bene si riflette nell’azione della Regione e in particolar modo dell’assessorato del Lavoro, da cui dipende il servizio Emigrazione e Immigrazione. I tre murali eseguiti nelle città di Melbourne, Brisbane e Sydney, cui si è aggiunto anche un quarto murale a Canberra, sono un prezioso regalo della Sardegna all’Australia. I giornali italiani in Australia, "La Fiamma" e "Il Globo", hanno avuto grande disponibilità nel pubblicizzare gli eventi e per riproporre oggi una carrellata di foto dei momenti più significativi della cerimonia di inaugurazione. Ad inaugurare il murale a Sydney è stata l’on. Angela D’Amore. Hanno anche partecipato, il console generale d’Italia, Benedetto Latteri, il sindaco di Leichhardt, Jamie Parker e Francesco Giacobbe, padrone di casa, nella sua carica di presidente dell’Italian Forum Limited.

Pietro Schirru

 

CONCORSO LETTERARIO "GRAZIA DELEDDA" A MAR DE PLATA

INIZIATIVA CULTURALE DEL CIRCOLO  SARDO

Concorso letterario promosso per i giovani agentini che vogliono riscoprire l’Italia e la Sardegna. Le Opere (di genere narrativo con leggende, miti e racconti tradizionali / popolari) dovranno adattarsi a chiunque delle caratteristiche della Classificazione dettagliata. Scritte in lingua spagnola, il concorso terminerà nel mese di novembre 2009 nella Sede del Circolo Sardo, situato a Mar del Plata, Tel: (0223) 474-6931, e-mail: sardimdq@speedy.com.ar. L’Obiettivo centrale di questo concorso è promuovere e fomentare la creazione letteraria, l’interesse per la lettura e l’interculturalidad in tutti i livelli educativi. Incentivare la Creatività nei giovani, principalmente motivare l’abitudine di lettura nella gioventù. Anche affinché rimanga aperto un gradito spazio di interrelazione argentino – italiana per future realizzazioni dove i protagonisti siano sempre i giovani. 

Loredana Manca

 

 

 

LA FIERA BIOLOGICA "TUTTOFOOD" A MILANO

LA SARDEGNA SEMPRE PRESENTE

Quando sentite  dire che saranno gli ultimi della terra a pagare di più per la crisi mondiale innescata dai titoli-bidone che partiti dall’America hanno infettato le banche di mezzo mondo (altro che aviaria!) in grazia di un "mercato che si sa autoregolare", essenzialmente significa che le economie di pura sussistenza prevedono un aumento dei morti per fame e quelle che si trovavano ai margini della "modernità", per sopravvivere, cominciano a lasciare a casa la manodopera. Licenziano, non rinnovano i contratti a termine, assumono solo in nero. Evadendo tasse di tutti. L’economia sarda non fa distinzioni e, poiché la crisi è mondiale, il processo passa per naturale, scontato. Così fan tutti. Persino a Buccinasco, dove pure i leghisti promettono espulsioni in massa per quelli "che rubano il lavoro agli italiani" (leggi extracomunitari irregolari e non). Si salvano solo quelli che riescono a produrre e co
mmercializzare prodotti di nicchia: che so: la FIAT vende meno macchine ma per avere una "Ferrari" occorre aspettare sei mesi, le vasche a idromassaggio "Jacuzzi" continuano a incrementare le vendite, per le crociere nel Mediterraneo la "Costa" ha varato due super transatlantici in cui non mancano i campi di golf per gli appassionati del genere che snobbano le piscine da favola. Alla fiera di Milano un altro bell’esempio di questo fenomeno è "Tuttofood". Perché questo "Tutto cibo" vuole reclamizzare una realtà di tipo particolare. Prevede un basso volume di produzione, si propone di difendere i processi produttivi tradizionali che rischiano di scomparire in un mercato sempre più industrializzato, e prevede di supportare quelle aziende che basano la loro differenziazione di mercato sulla qualità e non sul prezzo. Certo occorre che dette aziende siano trasparenti al consumatore: il "Torronificio Scaldaferro" per il suo mandorlato tradizionale usa il miele salato della Barena veneziana; i cantucci al passito di Pantelleria (in cui si macera l’uvetta passa) usano per salare esclusivamente sale di Sicilia, i salami di Varzi nel loro disciplinare ti dicono tutto, dal peso minimo dei maiali, dalla percentuale di grasso che usano, dal periodo minimo di stagionatura, manca solo il nome del singolo suino. E il tutto rigorosamente "bio", certificato da una commissione che ha titolo di venire in azienda senza preavviso e controllare se quello che dichiari corrisponde o meno allo scritto dell’etichetta. Non vi nascondo che al leggere le cronache  che arrivano dalla realtà dell’industria sarda mi si stringe il cuore: crisi della chimica, dell’alluminio, Ottana e Porto Torres nei guai, tutto l’iglesiente in cassa integrazione (finchè dura), lo scippo della Maddalena come ciliegina di una torta sempre più avvelenata, immangiabile. Allora mi metto a pensare cosa farei io, se avessi vinto le elezioni al posto dell’Ugo berlusconiano, e non ho dubbi alcuni: investirei nella green-economy: eolico, fotovoltaico, agricoltura biologica, turismo ecocompatibile, agriturismo di qualità, piste ciclabili e attraversamento dell’isola a cavallo, seguendo percorsi naturalistici e archeologici. Immaginando torme di turisti della medesima qualità e tipologia di questi che riempiono la fiera di Milano, tantissimi, tutti propensi a spendere qualche euro di più per un prodotto che prometta qualche cosa di più di quello tradizionalmente venduto dei supermercati dell’intero mondo. Insomma lavorerei per mettere un’etichetta di qualità alla Sardegna tutta. Dalle coste marine dell’arburese  ai ravioli di Sadali, dalle rocce rosse di Arbatax ai formaggi guspinesi, fino a censire le api della Giara di Gesturi e contare una per una le piante di corbezzolo di cui si nutrono nel monte Arci. La parola magica è :tracciabilità. Se vuoi che ti paghi per un prodotto che mi dici essere esclusivo mi devi dire tutto, ma proprio tutto, di come lo fai, quali prodotti locali usi, quanta chimica c’è nei tuoi processi di produzione. E devi metterci un marchio che lo certifichi. I produttori sardi qui a Milano sono 29 e, come tutti, sono ansiosi di farti assaggiare i loro prodotti. I romani di "Amalattea" usano per i loro formaggi, yogurt, gelati solo latte di capra, sarda. I gelati sono gustosissimi. E anche i biscotti "caprotto". Tutto con latte sardo (a sentire loro). Vado a chiacchierare con la signora Paola Pes che col marito Salvatore conduce l’azienda biologica "Formaggi Pes" di Sedilo. Mi dice che hanno mille pecore che pascolano in centottanta ettari di terreno fertile, il cui nutrimento è integrato solo con mangimi certificati. Mi invita a rimarcare la differenza di colore che c’è tra un formaggio senza primaricina (conservante), come sono i suoi, e uno con. Vendono per l’80% all’estero:Germania, Francia, Inghilterra. Andrò a Sedilo per ritrovare quella ricotta al basilico di cui ho nostalgia di sapore. Anche quelli di "Sardegna isola biologica" mi offrono ricotta lasciata affumicare per almeno 15 giorni in fuoco di mirto e di cisto, sono di Nuoro, un gruppo di aziende che producono e commercializzano direttamente tutta la linea di formaggi ovini-caprini-bovini, carni bovine, ovicaprine e suine. Antonio Moro, il presidente, mi dice che gli tocca importare il mangime certificato dal continente. Spunta anche una di quelle bottiglie di plastica che si usano (ignobilmente) per trasportare il vino di pronta beva, contenitore a parte ottimo per sposarsi con la ricotta che vi dicevo. Ma come si fa a continuare a mangiare formaggio senza pane? Nunzia Bulloni mi offre il "pane carasatu" che sua madre, Celestina Catte, fa a Bitti fin dagli anni ’70. Venendo da Oliena, dove lo fanno più sottile, a Bitti il pane carasau si fa con meno sale ed è leggermente più grosso. Hanno un unico fornitore, mischiano farina e semola, che il pane non deve sfaldarsi, e fanno 12, 14 quintali di pane al giorno. Di svariati formati. Biologico, integrale, pintatu. Bruschette che trovano il loro annegare naturale in brodo di pecora. La signora Celestina dà lavoro a manodopera locale e femminile, ha rinunciato al lavoro sicuro in posta per questo sogno che le ha fatto vincere il premio "Dea Terra"2007 per le politiche agricole. Nonostante i sette figli, è nonna a 39 anni, gira il mondo per reclamizzare il suo prodotto, dall’America al Giappone. Anche il marito Giulio, che faceva il trasportatore, si era dovuto arrendere a lavorare in ditta. I figli e le figlie continuano l’opera ma chi dirige il tutto è ancora mamma Celestina, classe ’45. Per avere un’idea del grano che viene usato per questo pane "biologico" vado da Viviana Sirigu che viene da Orroli. Loro si chiamano "Kentos", pane dei centenari, perché, mi dice, usano un lievito ultracentenario, della bisnonna. Il grano che producono a Suili è del tipo "Senator Cappelli", che cresce in altezza fin anche i due metri, con una resa non altissima, ma è un grano "forte", esclusivo, ci sono solo tre produttori in tutta Italia. Ma il pane che ne viene dura anche l’indomani, lievitato naturalmente per otto ore, rimane morbido, non stopposo. Fatto con semola e una percentuale di fior di farina. E tutti i giorni è diverso, perché diversi sono i microrganismi che lo fanno lievitare. Addirittura sembra che a Sassari tale professor Farris ne stia studiando la particolarità che lo farebbe digerire anche ai malati di celiachia. Che, come è noto, sono insofferenti al glutine presente nella farina. Orroli non fa 3000 abitanti ma questi di Kentos riescono a vendere a Cagliari il loro prodotto "bio" nei supermercati Conad, Despar e Giesse. E l’azienda ha pochi mesi di vita. Viviana Sirigu è una giovane imprenditrice che scommette di battere la "crisi" con la qualità del prodotto, usando la panificazione tradizionale sarda e l’agricoltura biologica. Che vuol dire usare concimi naturali come faceva mio nonno agli inizi del novecento. In questa nostra terra incantata, esclusiva, la terra dei nuraghi.

Sergio Portas

CHIRURGO DA CAGLIARI AL MOUNT SINAI DI NEW YORK

GIOVANNI CIUFFO, DEL CIRCOLO "SHARDANA"

Nel gennaio 2007, quando lavorava al Lenox Hill Hospital, ha effettuato un intervento di bypass alle coronarie minimamente invasivo, per la prima volta al mondo su una persona particolarmente anziana, George, un signore del nord dello Stato di New York. E dice che, a suo parere, "non esiste alcuna età che costituisca una controindicazione per l’intervento chirurgico". George aveva un serio problema coronarico ma poco dopo l’intervento, è tornato a pescare. Non vede molto bene l’amo e deve farsi aiutare dalla figlia per inserire l’esca, ma festeggerà tra sei mesi il suo 101° compleanno. Chiamatelo pure l’uomo dei miracoli. È Giovanni Ciuffo (1962), cardiochirurgo del Mount Sinai Medical Center di New York, uno dei migliori ospedali del mondo, in particolare in questo campo. Dopo la laurea a Cagliari, ha studiato al Westminster College di Londra e ha preso la specializzazione in chirurgia generale, toracica e cardiovascolare all’Albert Einstein Institute di New York, dove vive dal 1989. Ha lavorato in un centro di cardiochirurgia al Cairo, dove ha anche imparato un po’ l’arabo, e ha reso possibile la creazione di un centro trapianti a Palermo, qualche anno fa. Insegna alla Scuola di specializzazione di chirurgia, è un professionista di prestigio internazionale per la cardiochirurgia miniivasiva, effettua un gran numero di interventi ad alto rischio e ultimamente si è specializzato in quella che gli americani chiamano "bloodless surgery", (chirurgia senza perdita di sangue), che costituisce una parte rilevante del suo lavoro attuale. E’ una tecnica che richiede molta precisione e meticolosità; non sono necessarie trasfusioni di sangue ed il recupero è molto rapido. Opera pazienti ad alto rischio, che provengono da ogni angolo d’America e non solo, quelli che subiscono interventi per la seconda volta e quelli che nessun altro o quasi opererebbe. La sua equipe effettua 1.600 interventi cardiovascolari all’anno. Racconta di aver deciso di voler fare questo mestiere dopo aver visto, da adolescente, una ripresa televisiva di un intervento a cuore aperto. "E’ stato per me quanto di più affascinante potesse esserci", dice. Suo padre faceva il fabbro e suo nonno lavorava il legno, per cui, "per un ragazzino con la mentalità dell’artigiano l’idea di studiare medicina per poi fare il cardiochirurgo era il modo di pensare al corpo umano come ad una macchina e l’idea che le mie mani potessero aggiustarlo m’ha fatto decidere già d’allora che avrei fatto questo mestiere". Quando gli si chiede di delineare le differenze con il modo di lavorare in Italia risponde, "In Italia ci sono degli ottimi centri di cardiochirurgia. La questione è che questi reparti hanno necessità di molto personale per la terapia intensiva; si lavora 24 ore al giorno 7 giorni alla settimana. Sono necessari investimenti notevoli che consentano l’ampliamento del volume clinico di un ospedale. A Cagliari, per esempio, ci sono professionalità eccellenti, sia tra i chirurghi che tra gli anestesisti, ma spesso si era costretti a tenere i pazienti in lista d’attesa perché le strutture nell’ospedale limitavano l’attività. Ora le cose sono notevolmente migliorate e spero si continui su questa strada." La lamentela poi che sente spesso da parte dei giovani colleghi italiani che vengono negli Stati Uniti, è che "si guarda tanto e si opera poco". Ai giovani non viene dato spazio per la pratica in sala operatoria e si ritarda la crescita professionale. Nelle grandi strutture degli Stati Uniti non ci sono limiti dati dal budget. Qui la chirurgia cardiovascolare giustifica qualunque spesa. Non devi fare una domanda in carta da bollo solo per fare una flebo. Si lavora moltissimo. Ma le soddisfazioni sono enormi. E "cresci con un forte concetto dell’identità professionale e non potresti più scendere a compromessi." Tra gli aspetti del suo lavoro che lo gratificano maggiormente al momento "c’è la sensazione di aver raggiunto una maturità tecnica che ti fa sentire utile per salvare la vita degli altri, la soddisfazione di riuscire a risolvere il problema del paziente con un impatto sempre di minor shock, il che comporta un recupero sempre più rapido. Oltre quella di avere il riconoscimento dei colleghi. E, non ultimo, il gratificante rapporto con gli studenti. "Se non hai l’opportunità di condividere con gli altri, è come se vivessi in mezzo al deserto", dice. Vedo loro attraversare le stesse difficoltà che ho attraversato io e per me è importantissimo poterli aiutare. Ti ritrovi a vivere il mondo e le atmosfere di quando hai cominciato. Insegnare ti fa sentire sempre giovane." Inoltre, al Mount Sinai, l’ambiente accademico è eccellente. Valentin Fuster, luminare catalano, è il direttore del reparto di cardiologia, nonché autore del testo di questa materia più usato al mondo. Lavorare in una squadra così, non ha paragoni. Il professor Ciuffo è anche vicepresidente del Circolo Shardana Usa, punto di riferimento di tutti gli "esuli" della Sardegna a New York. È sposato con Angela, che ha origini italo-americane e ha due bimbi di 13 e 8 anni che parlano correntemente l’italiano. I Ciuffo trascorrono sempre in Italia le vacanze estive, di cui almeno tre settimane in Sardegna, appuntamento che non mancano mai. "Perché, dice, fare il bagno nelle acque di casa, ti rigenera il corpo e lo spirito per il resto dell’anno". Si diletta anche nella produzione del vino, ormai per la quinta stagione. Compra l’uva che arriva dalla California e compie tutto il processo di lavorazione con i macchinari che ha acquistato da un anziano signore. Quest’anno ha prodotto 450 bottiglie, tra cui, ultimissimo esperimento, un ottimo Cannonau.

Viviana Bucarelli

CONFERENZA SU FLORA E FAUNA DI SARDEGNA E LIGURA

PROPOSTA DEL CIRCOLO "GRAZIA DELEDDA" DI VENTIMIGLIA

Ha riscosso un ottimo successo la conferenza, corredata da diapositive, sul tema "Flora e Fauna" tra Liguria e Sardegna tenuta da di Giancarlo Castello nella sede del Circolo "Grazia Deledda" di Ventimiglia. La sala era completa in ogni ordine di posti. Secondo l’Enciclopedia di Repubblica, in Zoologia gli insetti costituiscono la più importante classe di Antropodi mandibolati e sono da considerarsi per numero e specie i veri dominatori delle terre emerse, ove formano una componente essenziale di tutti gli ecosistemi. Per questa capacità poliedrica vengono a trovarsi in continua competizione con l’uomo arrecando, talora, danni gravissimi, altrettanto sterminato è il numero di insetti utili all’uomo, basti pensare all’importanza dell’impollinazione della maggior parte delle piante con fiori. Nell’illustrare le ottime immagini, accompagnate dai nomi scientifici, Castello ha evidenziato l’impegno della disciplina che se ne occupa detta entomologica. Da notare che un buon numero di domande al relatore sono arrivate dal più giovane presente in sala.
Un brindisi augurale al termine della conferenza è stato offerto dallo staff del Circolo presieduto da Ambrogio Porcheddu. Nell’occasione i presenti hanno potuto ammirare la Mostra dei disegni e
delle poesie (7ª edizione) allestita al Circolo in base al materiale fornito dai giovani allievi della Scuola Media "Biancheri" di Ventimiglia sul tema "La Sardegna, come la vedo".

                                                                                                                                                                                                                                                                                   

LA SARDEGNA IN CENERE CON IL SUO FUTURO

CAINO, DOV’E’ TUO FRATELLO?

… Povera terra mia, assassinata dai tuoi stessi figli, ostaggio impotente, in mano alla violenza, alle vendette, ai sabotaggi, alla "cultura" del fuoco. Si ripete in grande quello che è il sistema di certi poveri sardi e di certa cultura … Per giorni e notti, il fuoco ha ferocemente azzerato l’economia di gran parte della Sardegna. Migliaia di ettari di boschi, di verde, di coltivazioni e di attività di ogni tipo ridotti in cenere. Milioni di danni materiali (sia per il bene perduto che per il danno che ne deriva) e anche morali contro il buon nome della nostra isola. Hanno bruciato vite umane, la casa dell’operaio, hanno bruciato il suo passato e distrutto il futuro dei suoi figli; hanno distrutto il suo coraggio e la sua speranza, i suoi pozzi, il suo frumento, i suoi orti, la sua officina, il frutto del suo lavoro e il sudore di anni… hanno azzerato il passato e il futuro di vaste regioni. Hanno oltraggiato Dio e la nostra madre terra, che danno il cibo ad ogni vivente. Bastano poche ore ad alcuni miserabili per distruggere un cammino di progresso e di civiltà, un domani pieno di promesse. I disastri che non hanno causato i colonialisti in cinquecento anni, li hanno perpetrati questi mascalzoni in poche ore. Caino, dov’è tuo fratello? Rispondi e rendine conto! Povera terra mia, assassinata dai tuoi stessi figli, ostaggio impotente, in mano alla violenza, alle vendette, ai sabotaggi, alla "cultura" del fuoco. Si ripete in grande quello che è il sistema di certi poveri sardi e di certa cultura che non conoscono il minimo di educazione civica… Per dirimere le questioni si ragiona col fuoco. Lo squallore e la desolazione di quei paesaggi, che non sembrano di questa terra, fanno piangere gli occhi e il cuore. Ho letto il nome del mio paesello Villaverde, per la prima volta, perfino sul Corriere della Sera, con la pietosa foto di un cavallo irrigidito nella morte per fuoco… Bella notizia! Non bastavano le piaghe d’Egitto, che la nostra isola conosce da sempre… No, i sardi, per non farsi mancar nulla, ne devono aggiungere almeno altre due: i delinquenti e il fuoco. Criminali miserabili. In poche ore hanno distrutto il lavoro di anni e i sacrifici di una vita di tanti onesti lavoratori e anche la stessa loro vita: operai, pastori, famiglie, figli… Certo che bisogna chiedere a quei maledetti incendiari e ai loro mandanti, portatori di morte e lacrime: Caino, dov’è tuo fratello? E’ satanico fare il male per il male, deliberatamente, volutamente, per causare il massimo danneggiamento. E chi ci perde maggiormente sono sempre i poveri. Ma che testa vuole risollevare la Sardegna, ostaggio com’è in mano di questi mascalzoni banditi del fuoco che, dopo qualche piccolo progresso civile ed economico, ci riportano di nuovo a zero! Continuerà per sempre questa maledizione? Sì che continuerà, finché la gente, come autodifesa, non riferirà alle autorità competenti ogni particolare utile a scoprire e punire queste carogne. Purtroppo c’è da dire che la piromania è un delitto da vigliacchi, nel senso che l’incendiario si può dare facilmente un alibi, se non è colto in fragrante. Occorre pertanto una vigilanza assoluta su questa delinquenza, se no si dovrebbe dire ai sardi che si tengano la Sardegna che si meritano. Un pensierino a questi delinquenti. Come si fa a vivere con la coscienza di essere la causa di tanto male, di tante lacrime, di tante famiglie rovinate? Tutti vi augurano: "Fogu chi si pighidi! Chi andeis in lammas de fogu, segundu comenti eis fattu osatrus".  

Vitale Scanu

QUALI SONO LE MANI CHE HANNO GUIDATO GLI INCENDI IN SARDEGNA?

LA PRIMA CAMBIALE DI CAPPELLACCI

È possibile che dietro gli incendi che hanno bruciato mezza Sardegna ci sia un piano criminale preordinato? E se questo piano c’è, quali sono gli obiettivi che si prefigge? E possibile, cioè, che le fiamme siano state appiccate non solo da piromani, ma anche da incendiari mossi da fini differenti dalla patologica mania per la distruzione portata dal fuoco? Domande giustificate dalla denuncia del comandante del corpo forestale sardo, secondo cui la maggior parte dei roghi che hanno devastato la Sardegna sono dolosi, e dalla conseguente apertura di un’inchiesta da parte della procura della Repubblica di Sassari. Per rispondere senza cadere in generalizzazioni che non servono a capire che cosa sta accadendo bisogna praticare l’arte paziente della distinzione. Almeno l’80% dei roghi si sono accesi nei territori di comuni come Pozzomaggiore, Berchideddu, Magomadas, Ittireddu, Nughedu, Nulvi, Banari, Cargeghe. Li ha mai uditi qualcuno, fuori dalla Sardegna, questi nomi? No. Perché sono il paese d’ombre che nessuno vede, di cui nessuno sa. Sono il territorio vastissimo dei pastori transumanti, protagonisti di un’economia che è quasi di s
ussistenza, sulla quale, però, continuano a reggersi le zone interne dell’isola, quelle lontane da Porto Cervo, da Villasimius, da Alghero, da Pula, da Stintino, lontane dalle coste delle vacanze più o meno dorate che turisti dal portafogli più o meno capiente prendono d’assalto in queste settimane. Qui pensare che dietro gli incendi ci siano speculatori edilizi e cementificatori francamente fa un po’ ridere. Sono da sempre flagellate dalle fiamme queste zone di pascoli a perdita d’occhio. Ma per altri motivi. Per l’antica usanza pastorale di bonificare i terreni con il fuoco, che a volte sfugge di mano; e perché in un’economia poverissima il controllo di un palmo in più di terra, di un ettaro in più di pastura per le pecore può essere vitale. Si spara, in questo paese d’ombre, per i pascoli, si uccide. Anche con gli incendi. Non è una fatalità. E’ l’effetto di un ordine economico e sociale. Si può intervenire sull’effetto con un controllo del territorio efficiente, che spetta al corpo forestale controllato dalla giunta regionale e che non c’è stato. Ma su quell’effetto si potrebbe intervenire toccando anche le cause. Problema che nessuno, oggi, si mette più. Poi c’è il 20% di incendi scoppiati vicino alle coste: Arzachena, Loiri, Budoni. In questo caso il sospetto che dietro le fiamme ci siano i cementificatori è giustificato. Il fuoco per chiedere agli amministratori comunali e regionali mani libere per costruire non solo sulle coste ma nelle immediate vicinanze. Il sospetto però si scontra contro una contraddizione logica. Gli amministratori di Arzachena, infatti, non hanno alcun bisogno di essere «convinti» con il fuoco. Per loro che si debba costruire il più possibile è un impegno programmatico. Ugo Cappellacci, poi, su quell’impegno ci ha pure vinto le ultime regionali. Appena eletto il leader Pdl ha detto che tra i primi obiettivi della sua giunta ci sarebbe stato lo smantellamento del sistema di tutela del paesaggio messo in piedi da Renato Soru. Cosa che sinora non ha potuto fare preso dall’emergenza economica sarda che è devastante. Ma che si appresta a fare proprio per contrastare, dirà nei prossimi mesi, la crisi attraverso la ripresa dell’edilizia e il rilancio del turismo. E allora? Forse è meglio lasciare l’ultima parola al procuratore della Repubblica di Sassari.

Costantino Cossu

L’UNIVERSO E LA STUPIDITA’ UMANA SONO INFINITE

SARDI, TENIAMOCO LE ZECCHE

«Due cose sono infinite – diceva Einstein – : l’universo e la stupidità umana. Ho però ancora qualche dubbio riguardo all’universo». Il buon Dio e la natura danno ad ogni creatura il sufficiente per vivere con dignità. E’ la stupidità umana che rovina tutto. A me piange il cuore al vedere la mia terra ridotta a una povera foresta di bronchioni di carbone. Un’intelligente opera di rimboschimento, costata tanti anni di lavoro, ridotta in cenere a causa di poche carogne disumane che causano un danno incalcolabile a persone, animali e cose. Già la Sardegna è povera di verde, ancora dai tempi dei punici e dei romani che obbligavano a coltivare solo grano, pena la morte, abbattendo tutti gli alberi. In più si aggiunge l’incoscienza di questi mascalzoni che bruciano il poco verde rimasto. Ma che bella soddisfazione per il responsabile! Che bello spettacolo che offriamo! E quali grandi migliorie per tutti con questi incendi!… Di fronte a questa muta desolazione di cenere e morte, si ha l’adeguata proporzione dell’incredibile stupidità umana di questi miserabili. Il danno fatto però è ancora minore di quello che si prolungherà nel tempo, perché alla natura serviranno ancora dai trenta ai cinquant’anni per ricostruire tutto. La definizione giuridica di questo misfatto sarebbe quella del "lucrum cessans et damnum emergens": il danno causato e quello che ne deriva. E sempre la Sardegna deve ripartire da zero, a causa degli stessi sardi. Si era parlato di ricupero dei valori ambientali, di turismo delle zone interne… Ma quale turismo interno, quali valori ambientali … Da zero! A riparlarcene tra cinquant’anni. Teniamoci la Sardegna che ci meritiamo, finché non riusciremo a liberarci di queste zecche maledette!!! Leggendo la Bibbia  ho trovato il più antico comando ecologico divino (di duemila anni fa): "Non danneggiate né la terra, né il mare, né gli alberi" (Apocalisse 7,3). E un altro passo misterioso di avvertimento, mi ha colpito, sui danneggiamenti causati dall’uomo alla natura (Apocalisse 8, 11):  "Poi il terzo angelo suonò la tromba e dal cielo cadde una grande stella, ardente come una torcia, che piombò su un terzo dei fiumi e sulle sorgenti delle acque: il nome della stella è Assenzio. Un terzo delle acque diventò assenzio. Molti uomini morirono a causa di quelle acque, perché erano diventate amare". "Assenzio", o "amaro", in russo si dice CHERNOBYL… Davvero una misteriosa e profetica coincidenza che dà parecchia materia di riflessione. Vitale Scanu

LA SARDEGNA E’ ANCORA LA REGINA DEL MARE PULITO

35 PERLE COSTIERE

È la Sardegna la regina del mare pulito. Con 35 "vele" assegnate alle sue spiagge da Goletta verde, l’Isola si conferma al primo posto in Italia per la balneabilità delle sue acque. Per Legambiente lo stato di salute del mare sardo è ottimo e a differenza di altre regioni: fare il bagno è sicuro quasi ovunque. Le uniche eccezioni riguardano 4 foci per le quali è stato lanciato l’allarme inquinamento: il canale Sarrala (Marina di Tertenia) e i fiumi Coghinas (Valledoria), Siniscola (a La Caletta) e Rio Mannu (a Porto Torres) dove i valori di contaminazione microbiologica superano i limiti di legge e dove sono presenti coliformi fecali e streptococchi in grande quantità. I dati sono stati resi noti a Cagliari, nella sede della Lega navale (a Su Siccu). Presenti Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente, Vincenzo Tiana, presidente di Legambiente Sardegna, Ignazio Tolu, assessore all’Ambiente della Provincia di Cagliari e Pierluigi Cabras, sindaco di Domus De Maria, premiato con le "cinque vele" (il massimo riconoscimento previsto) per la pulizia delle acque delle sue spiagge, a cominciare da Chia. La Sardegna può vantare 35 comuni costieri insigniti delle vele della Guida Blu di Legambiente e Toring Club, ed è anche la regione con il più alto tasso di vele (3,4 per località). Un dato che test
imonia il buon lavoro sin qui svolto, ma che rappresenta anche uno stimolo per migliorare la situazione sul fronte della depurazione, soprattutto nei comuni delle aree interne. «Considerando l’estensione della Sardegna e i suoi 1.731 chilometri di costa – commenta Stefano Ciafani – i dati emersi sono globalmente positivi. Ma se da una parte è innegabile che la Regione si sia impegnata nella salvaguardia dell’ambiente, dall’altra i problemi di depurazione sussistono tuttora. Le 4 foci inquinate, infatti, sono il sintomo di una rete di depurazione ancora carente. Chiediamo quindi alla Regione e ai Comuni, tanto quelli costieri che quelli dell’entroterra di avviare subito un programma di sviluppo della rete depurativa dell’isola». Le cinque vele sono state ottenute da Domus de Maria, Posada e Baunei. Quattro vele ad Arbus, Villasimius, Cabras, Bosa, Alghero, Sant’Anna Arresi, Pula, Orosei, Arzachena, Siniscola, Santa Teresa di Gallura.

 

TRAVOLTI DAL SOLITO ABUSO NELL’AZZURRO MARE D’AGOSTO

VIOLATA CALA LUNA

In un modo o nell’altro, noi a Cala Luna ci dobbiamo far arrivare la gente, perché non è possibile avere una spiaggia così e non usarla al massimo della capienza stipabile. Questo devono aver pensato i vandali che due settimane fa hanno martellato il caratteristico scoglio a fungo della famosa spiaggia sarda per impiantarci una bitta d’acciaio per l’attracco di natanti. Del resto, occuparsi di ambiente significa impegnarsi per far nascere un modello di coesistenza creativa tra gli esseri umani e la natura. Sono parole di Ugo Cappellacci nel programma con cui è stato eletto alle scorse regionali sarde, e in quell’ammiccante accenno alla creatività era difficile non vedere legittimata la rabbia di quanti soffrivano le leggi forti che fino a quel momento avevano risparmiato le coste dell’isola dalla speculazione edilizia. La creatività, si sa, risponde solo alle regole che si da l’artista stesso, e da questo punto di vista i creativi disposti a trovare ispirazione cementizia in Sardegna davvero non si contano. Quasi tutti adesso aspettano fiduciosi le decisioni della Regione in merito per poter tornare a fare affari creativi direttamente sull’orlo di smeraldo del mare sardo, ma tra di loro l’artista di Cala Luna doveva essere il più impaziente, se ha deciso di aggirare i tempi tecnici della burocrazia per creare opere estemporanee. Ha scelto bene la tavolozza: l’orientale Cala Luna è una delle spiagge più famose e ambite di tutto il Mediterraneo, talmente bella da essere voluta dalla Wertmuller per rappresentare l’isola caraibica del set di "Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto". I sardi certo la frequentavano già, ma grazie a quella e altre vetrine il numero degli appassionati di Cala Luna nel tempo è sempre cresciuto, non solo grazie alla caratteristica acqua trasparente, ma anche al contorno di veri gioielli rupestri come le molte grotte della costa centro-orientale e le rocce cesellate dal vento in forme affascinanti. Tra queste ultime la più nota è proprio lo scoglio deturpato dal martello pneumatico, famoso come "fungo di Cala Luna" per il tronco sottile e la sommità ad ombrello che sembra galleggiare sull’acqua trasparente. Gli ignoti vandali notturni hanno ritenuto di declassarlo da monumento geologico ad aggancio di supporto per il ponte attiguo, probabilmente bisognoso di un rinforzo a causa del continuo flusso di turisti che con frequenza impressionante ci arriva sopra tutti i giorni provenendo dalle vicine Arbatax, Santa Maria Navarrese, Cala Gonone, Orosei e La Caletta. Certo è difficile credere che un vandalo possa fare una operazione così funzionale per pura ispirazione creativa; è più credibile pensare che l’ignoto martellatore si nasconda tra i diversi soggetti interessati turisticamente alla spiaggia, che purtroppo – avendo la sventura di essere contesa da molti anni tra il comune di Baunei e quello di Dorgali – sconta anche così la debolezza permanente propria delle terre di nessuno. È significativo che il comune di Baunei sia stato l’unico a denunciare alle autorità l’atto vandalico, segnalando anche ai giornali l’irrimediabile scempio; in timida risposta ha ottenuto un trafiletto in cronaca locale su La Nuova Sardegna e un doppio risultato di inciviltà: se da un lato in tutta la regione nessuno è a conoscenza di che cosa è accaduto a Cala Luna, dall’altro i vandali adesso hanno la certezza che certe ispirazioni artistiche non generano conseguenze.

Michela Murgia

 

I DATI DELL’OSSERVATORIO ECONOMICO SULLE IMPRESE SARDE

LA REGINA E’ SEMPRE LA SARAS

L’Eldorado è a Sarroch, ma il triangolo delle aziende col maggior fatturato regionale unisce Portoscuso -Olbia – cittadella Saras. Niente di nuovo sul fronte dell’economia sarda. Il primo posto della classifica delle imprese – guida per fatturato nel 2007 è occupato saldamente dalla Saras dei Moratti con 6 miliardi 663 milioni 671mila euro, seguita a distanza siderale da Arcola Petrolifera, Alcoa, Sarlux, Portovesme e Meridiana. Il volume "Le imprese guida in Sardegna", presentato a Cagliari, è un prezioso squarcio di luce – articolato in 191 pagine di testo grafici e tabelle – su una parte del mondo economico isolano. Le graduatorie per fatturato, valore aggiunto e per eccellenza della gestione d’impresa fanno intravedere in controluce vita e dinamismi aziendali. Per la settima volta l’Osservatorio Economico della Sardegna manda alle stampe questo lavoro, che rappresenta un prezioso termine di paragone per una anamnesi approfondita delle imprese sarde. Nel 2007, va ricordato, la crisi finanziaria mondiale era ancora di là da venire: «Solo negli ultimi mesi dell’anno alcune imprese hanno cominciato ad accusare le avvisaglie di una possibile tempesta», hanno detto gli autori della ricerca, Vincenzo Certo, Antonella De Arca e Francesca Spada. I numeri testimoniano il benessere delle prime 100 aziende eccellenti, con una crescita individuale pari al 4,8%, inferiore di un punto percentuale rispetto a quanto registrato nel 2006. Anche il valore aggiunto registra un trend positivo del 9,1%, addirittura del 18,8% nel compa
rto delle costruzioni. Tra le prime dieci posizioni nella graduatoria regionale per fatturato si trovano due imprese del comparto petrolifero ed energetico (Saras e Arcola), tre aziende del settore commerciale all’ingrosso (Isa Villacidro, IVI Petrolifera, C.S.&D), due società metallurgiche (Alcoa Trasformazioni, e Portovesme), una di telecomunicazioni (Tiscali Italia), una del settore energia elettrica e gas (Sarlux), una dei trasporti (Meridiana). Nella classifica per valore aggiunto all’ottavo posto anche il Cagliari calcio, al sesto Abbanoa, al quattordicesimo l’Arst. Per quanto riguarda le imprese eccellenti tra le prime, con produzione superiore a cinque milioni di euro, troviamo una società del comparto ristorazione (Gigioser srl), una che si occupa di pulizia della aree marittime e portuali (Sinergest Olbia Spa), ancora Saras Spa e una azienda del comparto marmi e lapidei (In.ma.sa Srl di Orosei). La classifica regionale per fatturato fotografa il dinamismo economico dei vari territori. Delle prime cento in graduatoria, infatti, ben 39 si trovano in provincia di Cagliari, 19 in Gallura, 17 nel Sassarese, 8 in provincia di Oristano, sette nel Sulcis-Iglesiente, sei nel Medio Campidano, tre nel Nuorese, e solamente una ha sede provincia dell’Ogliastra.

 

NELL’ISOLA 20 SARDI SU 100 VIVONO CON 700 EURO AL MESE

I POVERI IN ITALIA SONO 8 MILIONI

Un esercito di poveri popola l’Italia. Gran parte di loro vive al Sud. Sardegna compresa. L’Isola con un tasso di povertà al 20% si colloca fra le regioni più in difficoltà. È quanto emerge dall’ultimo rapporto Istat che ha preso in esame l’arco di tempo 2007- 2008. Preoccupato Mario Medde, leader regionale della Cisl: «È la conferma di quanto denunciamo da tempo. Nell’ultimo quadriennio oltre 50 mila famiglie sono entrate all’interno della soglia di povertà». Le famiglie italiane che non arrivano a fine mese sono 2 milioni e 737 mila, e rappresentano l’11,3% del totale. Nel complesso, sono 8 milioni e 78 mila i poveri, ossia il 13,6% della popolazione. La stima dell’incidenza della povertà relativa (la percentuale di famiglie e persone relativamente povere sul totale delle famiglie e persone residenti) viene calcolata sulla base di una soglia convenzionale (linea di povertà) che individua il valore di spesa per consumi al di sotto del quale una famiglia viene definita povera in termini relativi. « Nell’Isola, nel 2008», spiega Franco Manca, direttore del Centro studi Unione Sarda, «la percentuale delle famiglie che vive in povertà è attestata al 19,4%, 3,5 punti in meno rispetto all’anno precedente. Nonostante questa riduzione», commenta Manca, «la percentuale è molto elevata, quasi quattro volte superiore alla media del Nord dove il tasso di povertà delle famiglie si ferma al 4,9%». L’Emilia Romagna è la regione con la percentuale più bassa (3,9%), seguita dalla Lombardia e dal Veneto con valori inferiori al 5%. «La ricerca », prosegue Manca, «conferma che la questione povertà è tipica del Mezzogiorno, dato che mediamente in quest’area la percentuale di riferimento è del 23,8 %, con punte massime nella Sicilia e nella Basilicata dove la soglia è indicata al 28,8% e risulta in crescita rispetto all’anno precedente. Le percentuali più basse nel Sud», aggiunge il direttore del Centro studi Unione Sarda, «si ritrovano in Abruzzo (15,4%), e in Puglia (18,5%)». La caratteristica specifica del Mezzogiorno, sottolinea Manca, «è che sia nel complesso sia anche rispetto alle singole regioni (con l’eccezione della Sardegna e della Puglia), il tasso di povertà risulta in crescita». Ulteriori conferme arrivano dalle cause della povertà, in prevalenza associate a ridotti livelli di istruzione, a bassi profili professionali, alla numerosità dei nuclei familiari, ma soprattutto all’esclusione dal mercato del lavoro. «Le linee di povertà relativa, considerate dall’Istat », precisa Manca, «indicano che un nucleo familiare di tre persone è povero se le disponibilità economiche per mese sono inferiori a 1329,56 euro mensili. Per una famiglia di quattro componenti il reddito mensile dovrebbe attestarsi a 1629,46 euro per mese, mentre una famiglia di cinque componenti dovrebbe percepire 1899,37 euro mensili». Come spiega l’Istat, la soglia di povertà per una famiglia di due componenti è rappresentata dalla spesa media mensile per persona, che nel 2008 è risultata pari a 999,67 euro (+1,4% rispetto alla linea del 2007). Dunque, le famiglie composte da due persone che hanno una spesa media mensile pari o inferiore a quel valore vengono classificate come «relativamente povere». Più pesante la situazione al Sud, e quindi in Sardegna. Nel Mezzogiorno le famiglie povere presentano una spesa media mensile equivalente a circa 770 euro, rispetto agli 820 e 804 euro osservati per il Nord e per il Centro. L’incidenza di povertà risulta in crescita fra le famiglie più ampie (dal 14,2% al 16,7% tra le famiglie di quattro componenti e dal 22,4% al 25,9% tra quelle con cinque o più), soprattutto per le coppie con due figli (dal 14% al 16,2%) e ancora di più tra quelle con minori (dal 15,5% al 17,8%). Fra le famiglie di soli genitori la povertà, che nel 2007 era prossima alla media nazionale, raggiunge nel 2008 il 13,9% (se almeno una persona è in cerca di occupazione si attesta al 31%, contro il 23,4% del 2007). Buoni aumenti si osservano, inoltre, tra le famiglie con a capo una persona in cerca di occupazione (dal 27,5% al 33,9%), tra quelle che percepiscono redditi da lavoro (dall’8,7 al 9,7%) e tra le famiglie in cui ci sono persone in cerca di occupazione (dal 19,9% al 31,2%). Segnali di peggioramento – conclude l’Istat – si osservano tra le famiglie con a capo un lavoratore in proprio, dal 7,9% all’11,2%. Soltanto le famiglie con un anziano mostrano una diminuzione dell’incidenza di povertà (dal 13,5% al 12,5%), che è ancora più marcata in presenza di due anziani o più (dal 16,9% al 14,7%).  

Lanfranco Olivieri

 

LA VERA STORIA DELLA BANDIERA DEI SARDI

IL LIBRO DI FRANCISCO SEDDA

Il nuovo lavoro del semiologo scrittore carlofortino è una ricostruzione storica, semiotica e politica delle bandiere che hanno segnato le vicende dei sardi. In particolare emerge potente l’incontro e lo scontro fra due simboli: l’Albero deradicato – divenuto nel medioevo bandiera della nazione sarda – e i Quattro mori – arrivati con gli aragonesi e divenuti attuale simbolo della Regione Autonoma della Sardegna. Il saggio cerca dunque di fare chiarez
za sulle vicende della bandiera, disegnando nello stesso tempo un quadro di insieme sulla millenaria storia della nostra Isola nel contesto del Mediterraneo. Più in profondità cerca di analizzare i mutamenti di valore e significato dei simboli, aprendo la riflessione storica sul senso di appartenenza e l’identificazione politica che ogni simbolo ispira e propone. Una lettura ricca e stimolante per tutti, sardi e non, incuriositi dalla bandiera e dalla sua storia, e che vogliono sapere cosa c’è dietro: quali decisioni hanno portato ad adottare quel simbolo e non un altro? Quali conflitti, lacerazioni, contraddizioni e quale senso di identità hanno spinto l’azione degli uomini e del passato? «Qual è la bandiera dei sardi? E soprattutto, "i sardi", chi sono? Chi sono stati? Chi vogliono essere? Non si tratta di domande ovvie, non si tratta di risposte scontate. Seguire questa narrazione, che è ricerca rigorosa e racconto denso di ritmo, significa lanciarsi in una galoppata intellettuale ed emotiva. Seguire questa storia significa immergersi in un groviglio di progetti e casualità, di guerre reali e lotte simboliche, di eventi materiali e desideri umani: ma soprattutto di ingiustizie e svelamenti, di non senso e senso. Si tratta di una storia a volte folle, altre volte esaltante, sempre profondamente intensa. Il lettore non sardo vi troverà una Sardegna fuori dagli schemi, il lettore sardo vi troverà se stesso messo in causa e in gioco. Perché di questo si parla indagando simboli e bandiere: delle forme della nostra appartenenza, delle definizioni di noi stessi che motivano ciò che sentiamo e crediamo di essere, delle identificazioni che ispirano le nostre azioni…»

Ornella Demuru

L’OPERA POETICA DI LAURA FICCO, GENOVESE DI ORIGINE SARDA

SE PARLA L’ANIMA

Laura Ficco, genovese di nascita ma orgogliosamente sarda di adozione, è artista versatile. Appassionata ed apprezzata pittrice-decoratrice, coltiva con inventiva geniale la scrittura, il canto e l’arte teatrale. E proprio nella silloge "SE PARLA L’ANIMA", opera prima di estrema schiettezza in cui si fonde la profonda sensibilità di analisi interiore, con proiezioni di universalità che privilegiano la dimensione sociale ed umana degli ultimi, risaltano tele e spartiti armoniosi e musicali di parole: il meglio delle liriche più riflessive ed emozionali composte dal 2003 ad oggi; interessante riannodo dei fili di pensieri coltivati-plasmati in versi già in età adolescenziale e cresciuti con le lacerazioni dell’anima in tempi maturi. Laura Ficco, residente a Assemini, partecipa dal 2006 a diversi concorsi letterari,Nazionali ed Internazionali, riscuotendo sempre lusinghiere affermazioni e consensi di critica e pubblico; di rilievo il primo premio al concorso "La Torre d’Argento", patrocinato dalla Regione Lazio e Provincia di Rieti. Inoltre riconoscimenti al Palazzo Vice Regio di Cagliari (insignita di una targa d’argento al merito, per le sue doti artistiche, dal Presidente del Consiglio Provinciale), all’Accademia "Il Convivio" di Catania, dalla giuria del "Santa Maria della Luce" di Mattinata (FG) e diploma di poesia al Liceo Artistico Brera di Milano. E ancora, oltre alle due recenti affermazioni consecutive (2008 – 2009) al "Contixeddu" di Brescia, riconoscimenti al "Maestrale San Marco – Marengo d’oro" di Sestri Levante (GE) e al Città di Salò. Lo stile lirico di Laura Ficco è contrassegnato da un linguaggio semplice, realista, intimamente diretto tra ragione e sentimento. Anche quando si caratterizza in toni malinconici, frequenti le riflessioni sul dolore e sulle problematiche contingenti, ha sempre la capacità di esprimere e far cogliere al lettore un messaggio di amore, speranza e fede. Giovanni Melis Onnis, curatore della prefazione, sottolinea il pensiero intenso e "il grande talento di Laura" che "si rispecchia nel fascino delle cose e dei tempi".

Cristoforo Puddu

 

INTERVISTA A GIULIO ANGIONI, SCRITTORE E SAGGISTA, INSEGNANTE DI ANTROPOLOGIA

LA MEMORIA CULTURALE DELLA SARDEGNA

Professor Angioni, cosa s’intende per memoria culturale? Possiamo definirla come una produzione sociale umana indispensabile, presente sempre e dappertutto. Ogni gruppo sociale la produce, usando la memoria del passato per garantire la propria identità nel presente: un bisogno di riconoscimento di chi si è, da dove si viene, dove si è, e magari dove si andrà. È il senso che, anche noi sardi, diamo al nostro modo di essere al mondo. Si ha spesso paura di perdere la memoria culturale. La memoria è in perenne ricostruzione: i nostri nonni si identificavano come sardi in modo diverso da noi. In quest’ottica, è fisiologico che nel tempo la memoria culturale si possa perdere. Essa dimentica e valorizza cose nuove, e in tutto ciò c’è sempre una pretesa di conservare qualcosa che è in continua trasformazione. Il mutare della memoria culturale si sente allo stesso modo del proprio mutare, invecchiare. Questo può far male ma è inevitabile. Io, da studioso e senza dare giudizi di valore, dico che il mutamento c’è e ci sarà per sempre. Tutto cambia nella vita, e non possiamo pretendere che una cosa fragile come l’identità resti immutata. Se assumiamo che la memoria culturale è in perenne mutamento ed è così sfuggente, cosa dobbiamo fare per recuperarla? Tutto quello che si fa va bene, ma ci vuole attenzione, perché ciò che facciamo non è mai ciò che facevamo. Spesso recuperare la tradizione significa modificarla, in quanto la pretesa di conservazione inalterata è impossibile. La sagra di Sant’Efisio di 3 secoli fa era sicuramente un’altra cosa: se questa diventa uno spettacolo non la si conserva come ciò che era prima. Dico spesso che la Sardegna della mia infanzia è più vicina alla Sardegna nuragica che a quella d’oggi. Cambiamenti così rapidi stimolano l’idea della conservazione, che non è da criticare ma da rendere più consapevole.  Bisogna perciò stare attenti a come si giudica la ripresa della tradizione? Certo, perché è inevitabile che qualcosa si perda. Tant’è vero che uno degli espedienti che si fa è quello d’inventarsi le tradizioni, conferendo antichità a cose che non l’hanno. Le Carte d’Arborea sono certamente un’invenzione, ma non è falso il bisogno da cui nascono, una nuova dimen
sione dell’essere sardi al momento dell’unità d’Italia. Il bisogno d’identità è incoercibile, e lavora su tutto, anche su cose non vere. Quando Cristo ha detto "chi crede in me vivrà in eterno" è stato seguito non per il contenuto materiale della sua affermazione, ma per la Fede che la gente aveva in lui nel rispondere al bisogno umano di non morire. Tutto ciò in un contesto religioso, ma che può anche essere ricondotto a un bisogno d’identità. E torniamo alla memoria culturale, che lavora così per diminuire la vertigine del non esserci più.

 

 

ENNIO PORRINO, E‘ IL MAGGIOR COMPOSITORE SARDO

I SHARDANA, GLI UOMINI DEI NURAGHI

«Nella musica di Porrino la Sardegna possiede ben più che un insieme di note musicali; la musica di Porrino assicura per sempre alla sua terra, depositaria del grande tesoro, una voce in capitolo nella grande scena del mondo» (F. Karlinger).

Pochi sanno che Ennio Porrino è il maggiore compositore che la nostra isola abbia espresso. Innumerevoli sono le vie e le piazze che portano il suo nome, ma pochi sanno chi egli fosse veramente. Questo processo di riscoperta raggiungerà il suo apice il 14 e il 16 gennaio 2010, date in cui il Teatro Lirico di Cagliari riproporrà al pubblico la grande opera lirica I Shardana, che 50 anni fa ottenne un enorme successo al Teatro San Carlo di Cagliari (21 marzo 1950) e al Teatro Massimo di Cagliari (18 marzo 1960). Nato a Cagliari nel 1910 e morto improvvisamente a Roma nel 1959 a soli quarantanove anni, Ennio Porrino rappresenta indubbiamente una figura di primissimo piano nel mondo componistico del nostro paese e sicuramente la più grande della Sardegna. Ancora ventenne si afferma con la lirica Traccas (su versi di Sebastiano Satta) nel concorso nazionale La Bella Canzone Italiana. Segue una strepitosa carriera il cui apice è sicuramente costituito dalla prima rappresentazione assoluta de I Shardana al Teatro San Carlo di Napoli; la sua morte improvvisa è di circa sette mesi più tardi. L’autorevole enciclopedia musicale tedesca Die Musik in Geschichte und Gegenwart riporta che «la grande opera I Shardana fu accolta dalla critica come "la più importante opera lirica composta in Italia in questo dopoguerra"» (Felix Karlinger, 1962). Ed effettivamente, all’indomani della rappresentazione sancarliana del 21 marzo 1959 le critiche sono eccezionalmente positive. Sia riviste specializzate che quotidiani attribuiscono a I Shardana tanti meriti e uno soprattutto unanime: la capacità dell’artista di coniugare magistralmente l’antica e gloriosa storia sarda con la musica classica moderna, attingendo nel contempo alla musica tradizionale dell’isola mediterranea. Il 18 marzo del 1960 I Shardana verrà rappresentata, in occasione della commemorazione del compositore, al Teatro Massimo di Cagliari, e riscuoterà anche nella capitale sarda un grandissimo successo; dopo, il silenzio… Era la prima e l’ultima volta che la cultura nuragica andava in scena! Non va dimenticato inoltre, che all’epoca della rappresentazione de I Shardana Porrino ricopriva ormai dal 1951 l’incarico di professore ordinario di composizione al Conservatorio romano di Santa Cecilia a cui si aggiunse, dal 1956, anche quello di Direttore del Conservatorio Giovanni Pierluigi da Palestrina di Cagliari e di Direttore Artistico dell’Ente Lirico e dell’Istituzione dei Concerti. All’estero il compositore sardo era già noto da tempo, in modo particolare grazie alle sue opere sinfoniche Sardegna e Nuraghi, eseguite più volte sia in Europa che negli Stati Uniti, e in numerose occasioni dirette dal celebre Leopold Stokowski, che in una lettera inviata a Porrino da New York il 5 gennaio del 1950 così si esprime poche settimane dopo l’esecuzione di Sardegna del novembre 1949 alla Carnegie Hall con la New York Philarmonic: <<Caro Signor Porrino, da quando diressi la Vostra Sardegna sono stato terribilmente occupato per il mio lavoro. Ho sempre desiderato scrivervi, ma non volevo scrivervi di premura con molte altre cose in mente. Oggi finalmente sono, per quanto sempre occupato, abbastanza quieto. Secondo la mia opinione la vostra Sardegna è una grande musica e nello stesso tempo un’intensa espressione del sentimento della vera vita di Sardegna. Sebbene non sia mai stato là, mi pare di conoscere il paese e sono impaziente di poterci andare. Il vostro «poema sinfonico» esprime molto eloquentemente il sentimento e la vita, talvolta violentemente agitata. Altre volte la gaiezza di una festa o la danza all’aperto. Fui profondamente impressionato dalla qualità primitiva improvvisamente riscontrata a pagina 14 e 15 dello spartito e dall’agitazione che comincia a pagina 26. La pace pastorale che comincia a pagina 29 è un contrasto magnifico con quanto precede. A pagina 42/47 ho avuto soltanto le viole che suonavano con il solo basso e flauto. Questo sembrò dare un bilancio perfetto e chiarezza. Il suono delle campane lontane alla fine fu molto tranquillo. L’insieme è eseguito con poesia e l’atmosfera romantica di un’isola antica. L’orchestra, il pubblico ed io eravamo tutti commossi profondamente per la forza emotiva del pezzo>>. Sull’Unione Sarda del 16 luglio scorso leggiamo con piacere che <<A caratterizzare la stagione concertistica 2009-2010 sarà Ennio Porrino, di cui si celebra il centenario della nascita (10 gennaio 1910) e il cinquantenario della morte (25 settembre 1959). Il 14 e il 16 gennaio verrà eseguito in forma semiscenica (regia di Marco Catena) il suo dramma musicale in tre atti I Shardana: Gli uomini dei Nuraghi. A dirigere coro e orchestra di casa sarà Anthony Bramall. Tra i protagonisti Giorgio Surian, Chiara Taigi (in questi giorni Aida nel secondo cast) e il nostro Gianluca Floris (Perdu). Ancora Porrino ( Sardegna ) insieme al suo maestro Respighi (Pini di Roma) nella serata del 12 febbraio. Sul podio Maurizio Benini, al violino Julian Rachlin>> (L’Unione Sarda, 16 luglio 2009). Meglio tardi che mai! A chent’annos Ennio!

Giovanni Masala

 

DINA PALA, UN’ARTISTA DI TERRALBA 

UNA VITA PER L’ARTE

Ero consapevole che non sarebbe stata un’impresa semplice sottoporre "la fata dai capelli turchini", come la definì Efisio Cadoni, ad un’intervista che seguisse lo schema della domanda e della risp
osta. Sono entrata nella sua Casa dell’Arte quasi in punta di piedi, per non disturbare i cavalli che corrono, i bambini che giocano, i ragazzi che bevono all’osteria, gli amanti in estasi. Dina Pala non abita da sola in quella casa in stile campidanese che sembra sospesa  nel tempo, e te ne accorgi dal primo respiro e dal primo sguardo, ogni angolo racconta qualcosa, ogni quadro ti apre la porta di una storia o di un sogno. Arriva svolazzante e leggiadra la fata dell’arte, con i suoi occhi giovani, ed è subito un fiume in piena.

Quando ha iniziato a disegnare? Avevo 4 anni, utilizzavo la carbonella per scarabocchiare sui muri poi ho iniziato con  i colori della terra, i colori animali e delle erbe che andavo personalmente a cercare per i campi. I miei primi disegni sono nati istintivamente, ma poi ho iniziato la mia formazione "andando a scuola dai grandi pittori e scultori" ho letto tanti libri e poi crescendo sono andata in giro per musei, per vedere con i miei occhi il sublime dell’arte. Avevo sete di conoscenza. Ho iniziato a girare l’Italia, dopo la capitale le mie mete furono Venezia e Firenze. A 18 anni ho preso la cartella dei miei disegni, un gruzzolo di soldi e sono partita per la città lagunare. Una volta giunta mi sono diretta all’accademia d’arte con l’intenzione di visitarla, ma sono stata messa alla porta in quanto non allieva. Mi sedetti su una panchina e vidi arrivare il grande Virgilio Guidi, che io riconobbi subito, mi rivolse la parola dicendomi di andare a studiare all’accademia. Io gli spiegai la situazione e gli dissi che ero arrivata per conoscere i metodi di studio accademici, mi invitò a rimanere come studente esterno. La mia avventura durò per tre mesi. La determinazione era talmente forte che per risparmiare nel soggiorno alloggiai presso una casa chiusa. Le prostitute mi rubarono tutto,  gli indumenti ed effetti personali, ma non l’anima. È stata riconosciuta come caposcuola del fluttuismo. Da cosa nasce questo movimento che ha dato uno stile originale al suo fare artistico? Durante un viaggio in aereo, sporgendomi dal finestrino, ho notato come le nuvole assumessero delle forme particolari e come la terra vista dall’alto apparisse segnata da linee geometriche in continua trasformazione, come se i paesaggi mutassero a seconda del loro intersecarsi. Osservando la natura, ho portato il suo movimento nelle mie linee pittoriche e scultoree. Il vento è entrato a muovere le fila delle mie figure, che hanno così abbandonato la staticità per immergersi nel continuo divenire. La creazione del suo linguaggio artistico ha come madre la femminilità? Da piccola mi piaceva giocare con i maschi perché avevano più inventiva, erano più liberi. Crescendo ho coniugato la mia femminilità al senso di libertà. Ho vissuto l’amore, ma mi è mancata la maternità. I miei figli sono i miei dipinti e le mie sculture, che nascono da amore per l’amore. L’amore che ho per l’uomo e Dio e che cerco di infondere in ogni mia azione. La scienza, la magia, la religione si fondono nella sua arte, la strada verso la verità è dentro o fuori dell’Uomo? La natura e l’uomo sono la testimonianza di Dio e ne sono una sua manifestazione. La verità sta nel cammino dell’Uomo verso Dio, il loro ricongiungimento è il raggiungimento della verità. Qual è la funzione della sua arte? L’arte è il mezzo attraverso il quale dialogo con l’Umanità e le mie opere sono i messaggi che affido al presente e al futuro, nella speranza di lasciare il segno della mia anima in questa vita. Ha parlato di messaggi, qual’ è quello che invia il "Monumento ai caduti"? Le due donne, rappresentano al contempo la terra attraversata dalla guerra, le madri che aspettano i loro figli, le spose che piangono per i loro mariti, due nazioni che si riappacificano. Dietro si erge la lampada dei defunti sempre accesa in memoria del loro sacrificio per la patria. Ha un messaggio per i cittadini terralbesi? Amo il mio paese, i miei concittadini e li ringrazio per le continue manifestazioni d’affetto. Ai giovani che vogliono dedicarsi all’arte consiglio di disegnare e studiare. Non ci si improvvisa pittori o scultori, è necessario formarsi.

Lei sta continuando a dipingere e a scolpire che cosa ci dobbiamo aspettare? Sto creando una statua della Madonna di Bonaria in terracotta, sarà alta circa due metri. In pittura il protagonista principale continuerà ad essere l’Uomo in tutte le sue sfaccettature, cercando di rappresentare in maniera realistica quei momenti salienti del vivere umano. Ringrazio Dina, e vado via col sorriso sulle labbra ma anche turbata, la sensazione è quella di essere entrata ed uscita nell’infinità delle vite possibili.

Katia Marcias

 

LA PRODUZIONE POETICA DEL SACERDOTE SALESIANO LEONARDO IDDAU

FIORES DE AMMENTU

Fiores de ammentu (edito dalla Soter Editrice di Barore Ligios) raccoglie il meglio della produzione poetica pubblicata tra il 1975 e 1979 -nelle due sillogi Cantende in Logudoro e Cantaros de logu- da Leonardo Iddau. Iddau, sacerdote salesiano, classe 1929, che attualmente vive presso la "Casa Madre", sorta intorno al primo oratorio stabile creato da San Giovanni Bosco, nel rione Valdocco di Torino, pone al centro della sua poetica il mondo della nativa Villanova Monteleone (in sardo Biddanòa), comune della provincia di Sassari situato nella parte occidentale dell’Isola; lo ripropone attraverso componimenti, che testimoniano un efficace talento letterario, e ne scruta la vita, la natura, la cultura ed "il sentire degli uomini e degli animali" con i tanti valori comunitari di memorie da tramandare e ricomporre per delineare il senso di appartenenza e le diverse specificità del vivere sociale. La pubblicazione, oltre un intervento dell’editore, propone la presentazione di Salvatore Tola e la postfazione di Paolo Pillonca.  Tola sottolinea la centralità e "processo di rielaborazione" sulla formativa e indelebile esperienza "di uomo cresciuto in un villaggio agricolo e pastorale della Sardegna", dove la chiamata vocazionale ai vent’anni è plasmata dai "misteri e i disagi". Pillonca, "in calidade de antigu dischente de sos salesianos", ne coglie invece "sabores antigorios ismentigados a dies de oe" e "sos menzus pàlpidos de mente e de coro" di un figlio emigrato per una missione di fede ed umanità. Iddau disegna profonde toccanti pagine ed offre suggestioni di delicato lirismo e acuta sensibilità nel ricco armonioso linguaggio logudorese.

Cristoforo Puddu

 

VIAGGIO DI SOLA ANDATA DA SINNAI A SAN PAOLO IN BRASILE

A SOLI 40 ANNI E’ SCOMPARSA LA MISSIONARIA PAOLA OLLA

Aveva 40 anni ed aveva lasciato a Sinnai i suoi effetti più cari per andare lontano, a San Paolo del Brasile, per aiutare ipiù poveri tra i poveri. Quelli che non hanno nulla. I bambini ma anche gli uomini grandi "de rua" (di strada) della sterminata periferia della metropoli sud americana. La missionaria Paola Olla è morta l’otto giugno scorso nel suo letto d’ospedale dove da giorni era ricoverata, sconfitta da un male incurabile che l’aveva colpita alcuni anni fa. Qualche giorno prima è stata raggiunta dall’anziana mamma, Bonarina. Per Paola un momento dolcissimo ed anche un piccolo testamento alla madre. Le ha chiesto di restare a San Paolo per qualche giorno ancora per stare vicino alla sua Missione: la Alianza di Misericordia. Una storia dolcissima di una ragazza che anni fa, aveva messo da parte l’insegnamento, la sua passione per il mare e che era partita per una missione che è diventata la sua vita, ma col pensiero sempre rivolto a Sinnai, ai suoi familiari, alla chiesa di Sinnai. Nel novembre scorso era andato a trovarla il parroco di Santa Barbara, don Giovanni Abis. «Una figura straordinaria. In Brasile – ha detto il sacerdote -, Paola ha davvero rinunciato a tutto per gli altri». La missionaria recentemente aveva anche fatto pervenire una lettera che don Abis ha reso pubblica. «Dio – aveva scritto Paola – mi sta regalando giorni nuovi da vivere. Ho momenti di paura, di buio, ma soprattutto ho momenti belli di gioia. Sento come se Gesù mi prendesse in braccio. Ringrazio chi prega per me e per la mia missione». Per dieci anni Paola Olla ha prestato la sua opera fra le strade di San Paolo, fra i bambini di strada (meniños de rua), fra i barboni (mendigos). «Gli adulti abbandonati sono più di tredicimila», ricordava suor Paola. «Non hanno un tetto: vivono sui marciapiedi della città, tra l’indifferenza dei ricchi. C’è anche Luis. Era un giornalista. Nove anni fa ha perso il lavoro. Non è riuscito a trovarne un altro perché a 40 anni in Brasile si è già vecchi. Così, Luis ha lasciato la famiglia, si è messo in cerca di una nuova occupazione. Non ne ha trovato e ora è ridotto a un automa. A casa non vuol tornare: non sopporta l’umiliazione di non poter dare da mangiare ai figli». Ma, tra le strade di San Paolo, ci sono anche decine di migliaia di bambini. «Impossibile fare un censimento, dire quanti siano», raccontava Paola agli amici di Sinnai alcuni anni fa. «Si spostano in continuazione per sfuggire alla polizia. Per mangiare devono rubare». Per loro, soprattutto la notte diventa un inferno. Nelle strade trovano spesso i volontari, laici e consacrati. «Non abbiamo molto da offrire», raccontava Paola. «Doniamo il calore umano, la cioccolata calda diventa il pretesto per avvicinarli, per conoscere le loro storie e per cercare di offrire una risposta ai loro drammi». Paola Olla ha fatto parte di un gruppo di volontari consacrati e laici. Un gruppo che a San Paolo ha anche realizzato un centro di accoglienza, aperto 24 ore su 24 a beneficio dei disperati. «Quando sogniamo da soli – diceva Paola – il sogno resta sogno. Quando sogniamo insieme, tutto può diventare realtà. In altre parole, abbiamo bisogno di tutti.  L’obiettivo è quello di testimoniare il nostro Dio che ha dimostrato il suo amore nascendo tra i poveri e privilegiando i poveri».

Lia Serreli

 

MEGLIO PUNTARE SU UN CENTRO CONGRESSI O UN ACQUARIO

CAGLIARI, SERVE UN ALTRO MUSEO?

Tipico di una certa Italia è il tentativo di scavalcare con i salti mortali le situazioni di crisi generale, economica, culturale o civile. Cagliari, come tutta la Sardegna, vive un momento difficile. I musei possono servire a superarlo, non c’è dubbio! Anche quando sono come quello progettato già dal 2006, per la Regione Sardegna da un architetto come Zaha Hadid, un nome che da solo vale, nel glamour system, quanto Prada o Gucci? I dubbi sono fortissimi. Il Museo Mediterraneo di Arte Nuragica e Contemporanea ideato dalla Hadid, curvilineo come una bomboniera (non è il massimo, per un museo), a Betile è di certo suggestivo. Ma è un contenitore che va riempito di contenuti adeguati. Li avrà da un museo che pretende di mettere insieme arte nuragica e arte contemporanea? Cagliari ha già un sistema museale, che comprende sia il nuragico (Museo Archeologico Nazionale), sia l’arte contemporanea (Galleria Comunale). Quali saranno le dotazioni del nuovo, avveniristico museo? Fossero tutte da fare, sarebbe puro gioco d’azzardo. Meglio altre destinazioni: un centro congressi, un acquario. A meno che, come al Guggenheim di Bilbao, non si punti sull’effetto luna park dell’opera. La zona dove dovrebbe sorgere il nuovo museo, sul lungomare di Sant’Elia, è bellissima, ma assai degradata, urbanisticamente tutta da reinventare. Ci vorrà un lavoro immenso, per non fare del nuovo spazio espositivo il consueto corpo estraneo. Una cosa è certa: il museo del "non si sa bene cosa", perché tale oggi è, in mancanza di un solido progetto culturale, non è una priorità di interesse nazionale. E’ un lusso locale, in una Sardegna dove tante "cattedrali nel deserto" lasciano vuoti drammatici. Rischiare di crearne un’altra è un problema di coscienza civile.

 

UNA REALTA’ IMPORTANTE CHE COINVOLGE TUTTO IL TERRITORIO NAZIONALE

AVIS: TRA STORIA E ATTUALITA’

L’AVIS, associazione che oggi conta ben 1.200.000 soci con oltre due milioni di sacche, pari a 900.000 litri, di sangue donato, ha origine a Milano nel 1926 su iniziativa dell’ematologo Vittorio Formentano (Firenze 31 ottobre 1895 – Cunardo 1 settembre 1977). Il lungimirante medico aveva lanciato un appello dalle pagine del Corriere della Sera per la costituzione di un sodalizio di volontari in grado di garantire la crescente necessità di sangue dei vari gruppi sanguigni; per avere donatori garantiti e controllati e contrastare la poco etica ed immorale compravendita di sangue. Alla riunione fondativa del 15 maggio 1927 parteciparono 17 persone che delinearono le linee guida e gli
obiettivi della nascente associazione: si costituì ufficialmente nel capoluogo lombardo nel 1929. Gli immutati principi dell’AVIS sono quelli caratterizzanti un’associazione apolitica, aconfessionale, senza discriminazioni di sesso, razza, lingua, nazionalità o religione. Sviluppatasi in modo capillare, è radicata nell’intero territorio nazionale attraverso 3230 sedi comunali, 94 sedi provinciali, 22 sedi regionali e ben 773 gruppi aziendali con alto senso solidale e civico, nello spirito di avisini e nel segno della nuova cultura della donazione consapevole. Dal 1950 l’AVIS viene riconosciuto dallo Stato italiano (legge N°49), mentre con leggi successive è regolamentata la raccolta, la conservazione e la distribuzione del sangue. L’efficiente esercizio della politica trasfusionale e centralità dei donatori "nel sistema sangue" è guidato da Vincenzo Saturni, neo presidente AVIS nazionale e dirigente medico presso il Servizio di Immunoematologia e Trasfusione dell’Azienda Ospedaliera Ospedale di Circolo e Fondazione Macchi di Varese. Sul fronte sardo, ormai proiettato verso un auspicato imminente raggiungimento di autosufficienza a breve termine, si registra un incremento di donatori e donazioni. I dati, diffusi in occasione dell’assemblea di Arborea dei soci dell’AVIS Regionale della Sardegna, parlano di 29.000 iscritti nelle 151 AVIS Comunali e di circa il 70% di donazioni effettuate in Sardegna per il fabbisogno dell’Isola, mentre il restante 30% di sacche è importato da fuori regione. Dall’assemblea è emersa la nuova composizione degli organismi regionali per il quadriennio 2009-2012, con il consiglio direttivo guidato dal presidente Francesco Letizia.

Cristoforo Puddu

 

TROPPI INSEGNANTIMERIDIONALI NEL NORD DI BOSSI

LIVING IN TERRONIA

Quello che sarebbe giusto è "una sostanziale uguaglianza tra i professori del Nord e quelli del Sud. Non è possibile, infatti, che la maggior parte dei professori che insegna al Nord sia meridionale", afferma Paola Goisis, deputata della Lega e presentatrice della richiesta di sottoporre i professori a «test dal quale emerga la loro conoscenza della storia, delle tradizioni e del dialetto della regione in cui intendono insegnare».  E io vorrei chiedere "in che senso" non è possibile? Cioè, se la valutazione in base ai titoli di studio non è ammissibile, meglio privilegiare la storia della Padania (sic!) o della variante linguistica del Mejlogu o dell’Ogliastra (mica solo su al Nord c’è gente strana, pure in Sardegna qualcuno ventilò l’ipotesi della conoscenza della lingua sarda come requisito di accesso ai concorsi pubblici, neh!)? Se andiamo avanti così, rischiamo di ritrovare professore anche cussu burriccu (asino, NdR) dell’erede di Bossi, tale Renzo: 21 anni e una faticosa maturità, ovviamente per colpa degli insegnanti meridionali che infesterebbero anche le scuole private della Lombardia. La signora, se conoscesse un pò di storia e di sociologia del nostro paese, capirebbe che ci sono dei precisi motivi per cui al Sud chi si scolarizza lo fa, mediamente, fino a livelli di istruzione superiori rispetto ai coetanei veneti, lombardi o friulani, i quali cominciano a lavorare prima e mollano, ad esempio, la scuola, mentre in Terronia si sa che lavoro non ce n’è e soprattutto per questo molti emigrano al Nord. Fra questi, gli aspiranti al posto pubblico: insegnanti, amministrativi, militari, e certo non ci scuseremo se i "meridionali" sono infinitamente più motivati degli altri (e forse studiano pure, eh?). Ma non è solo, e non è mai, una sola questione politica di nicchia: la mitologica – e sempre dispregiativa- figura del "terrone" viene tuttora richiamata, non c’era mica bisogno che multassero Galeazzi per aver apostrofato così il suo portiere. Vorrei spiegarlo a quella signora che mi ha tranquillizzata sul fatto che il vocabolo in questione indica semplicemente un meridionale, uno di quelli, racconta lei con stupore, che coltivavano i pomodori nella vasca da bagno, ma ti rendi conto?, e comunque i sardi non sono considerati terroni (particolarità confermata dai numerosi amici "continentali"), al limite "sardegnoli" (che è una razza di asino, quindi non esattamente un complimento). La stessa signora si è meravigliata della compostezza degli abruzzesi in occasione del terremoto, forse immaginava sceneggiate da melodramma e simili. Figuratevi che sorrisino sono stata costretta a reprimere quando mi ha raccontato che sopra casa sua sono arrivati i nuovi vicini: una famiglia di napoletani veraci, di quelli per intenderci che subito hanno cominciato a fare casino, tempestarla di domande indiscrete su soldi e simili, che ipotizzano che lei possa fare loro "da mamma" vista l’età (!!!), arrivano sgommando sulla ghiaia e le parcheggiano davanti casa bloccandole il passaggio e dall’atteggiamento promettono Mario Merola a pompa per tutto il pomeriggio e tanta, tanta pummarola ‘n goppa a tutte le ore. A volte basta così poco per regalarsi una soddisfazione…  

Francesca Madrigali

 

Una risposta a “Tottus in Pari, 257: Amicizia tra Livorno e la Sardegna”

  1. Caro Massimiliano, ti sono molto grato per aver pubblicato e dato molto rilievo all’articolo del Dott. Luca Lischi. Ho provveduto ad inoltrare il numero in oggetto di TOTTUS IN PARI a molti amici e conoscenti. Complimenti per la tua bellissima e aggiornatissima rivista. Grazie ancora.

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