La figura di migrante di padre SIlvio Serri, il martire di Ussana

di Vitale Scanu

 

 

 

Ùssana (Cagliari) 3 settembre 1933 – Ombaci (Uganda) 11 settembre 1979

C’è una singolare figura di migrante, che non è elencato in nessuna categoria di lavoratori, non ha sindacati, non ha famiglia, non ha diritti sociali oltre a quelli minimi propri di ogni essere umano e non figura neanche nei gossip, nelle riviste patinate, nelle pagine di cronaca dei media, negli elenchi dei vip. Da qualche parte, negli aeroporti delle grandi città, salgono, assediati dai cronisti e dai fotografi, gli attori famosissimi, le miss invidiate, le star internazionali tronfie di vanagloria, i boss dell’economia e della finanza che ruminano cingomma… Tutta gente che ha fatto mirabilia da non credere per l’umanità. Sale anche lui, un uomo solo, senza volto, senza importanza, senza nome, senza paparazzi attorno, che non emigra per lavorare o per migliorare la condizione economica sua o della famiglia. E’ uno che lascia la propria casa e la propria terra per far del bene ai più diseredati, che neppure conosce. E ce ne sono tanti di uomini così strani ed eroici.  Voglio parlarvi di uno di essi, un amico mio carissimo, che non ha fatto niente di particolare: non ha girato film, non scritto importantissimi libri, non creato canzoni di da hit parade, non eretto gloriosi monumenti, non era un divo al primo o al terzo o al sesto matrimonio per cui meritasse una foto nelle copertine patinate per la "cultura" dei lettori. Ha solo dato la vita per i suoi amici, quello che possedeva di più prezioso, a titolo gratuito, senza tornaconti economici ma solo per amore, in un angolino sperduto di questo mondo, in un villaggio in mezzo alle foreste dell’Uganda, che non figura neanche nelle cartine più particolareggiate. Quattro capanne di fango e paglia dove il problema dell’acqua quotidiana da chiedere a Dio è impellente come quello del pane quotidiano. Si chiama Ombaci, questo villaggetto. Questo il racconto del martirologio di padre Silvio Serri, missionario comboniano, scritto dal suo confratello Romano Maran, testimone oculare.

«Siamo durante il governo del dittatore Amin (il sanguinario dittatore, 2 metri di altezza per 120 chili di cannibalismo e ferocia disumani). P. Silvio fu ucciso da un soldato, che probabilmente cercava un mezzo per fuggire in Sudan o nello Zaire. Egli usava provvedere l’acqua per la casa e l’orto con l’auto Land Rover offerta da Mons. Angelo Tarantino: la macchina trainava un carrello con una botte d’acqua sufficiente al fabbisogno della comunità per due giorni. Quella sera di settembre stava rientrando alla missione, con l’acqua e un gruppo di ragazzi volontari. Improvvisamente gli si presentò davanti al garage un soldato armato e in divisa, che imperiosamente intimò a P. Silvio di dargli benzina. Il Padre disse di non avere le chiavi con sé, ma il soldato puntando l’arma urlò più forte: "Dammi benzina". P. Silvio chiamò un ragazzo e si fece portare le chiavi. Il soldato continuava a tenere il fucile puntato sul Padre e sul ragazzo, mentre un barile di benzina fu portato fuori dal magazzino. Uscì anche il cuoco della casa, per aiutare a spingere il barile sulla Land Rover. Con grande fatica lo issarono sulla vettura, ma non riuscirono ad assicurarlo bene, cosicché il barile cadde dall’auto dopo pochi metri di corsa. A questo punto sopraggiungo anch’io, provenendo dalla chiesa (era stata suonata la campana, ed ero stato avvertito che qualcuno stava rubando l’auto). Il soldato mi spara due colpi davanti alle gambe; questi colpi intimorirono i ragazzi presenti, che istintivamente scapparono. Il soldato, vedendosi solo, con il Padre così vicino, gli sparò un colpo, che si rivelò mortale. Il proiettile trapassò il braccio destro, il ventre, ed uscì dal fianco opposto, procurandogli una larga ferita. Ritornando sul posto dall’altra parte della veranda, m’imbattei nell’auto che a tutta velocità attraversava il cortile di fronte alla casa, e scorsi nel buio il corpo accasciato di P. Silvio, in un pesante rantolo. Abbracciandogli i fianchi mi accorsi che era in una pozza di sangue. Frattanto ricomparvero due ragazzi e qualche uomo, e mi aiutarono a trasportarlo in casa, mentre egli lasciava dietro di sé una scia di sangue. Diede un ultimo respiro, tenendo gli occhi fissi su di me, e rese la sua bella anima a Dio Padre tra le mie braccia». Era la sera dell’11 settembre 1979 (fra giorni, quindi, sarà il trentesimo anniversario del suo sacrificio). Il 3 settembre aveva compiuto il suo 46mo compleanno. Una festa di compleanno ideale per un cristiano. Il suo corpo fu trasportato ad Arua e sepolto il 13 settembre ad Ombaci, presso la tomba di altri confratelli. Al funerale, presieduto dal Vescovo, erano presenti tutti i sacerdoti diocesani, molti confratelli, suore comboniane e suore locali, il commissario distrettuale e le autorità della provincia, a testimonianza della stima e dell’affetto che circondavano padre Silvio Serri. La sua santa anima è venerata nel ricordo di chi lo conobbe. «Uomo di una sola parola» – lo chiamavano laggiù in Uganda – e difatti s’è visto: ha mantenuto la promessa che faceva spesso ai suoi amici: «Starò con voi qualunque cosa accada». «Era ancora giovane padre Silvio: aveva solo 46 anni, ma come testimone del Vangelo aveva già riempito i suoi giorni. Non desiderava, né contava di morire, ma per mesi affrontò il rischio con piena coscienza, perché era sua ferma volontà realizzare qualcosa che vale più della propria vita». Vengono in mente le parole del Maestro: «Nessuno ha un amore più grande di colui che dà la vita per il proprio amico»".

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