Contro le bandiere regionali c'è chi pensa alla guerra civile. Esagerati!

di Gianfranco Pintore

 

Non è che, a volte, ritornano; sono sempre lì, pronti ad imbracciare il terribile archibugio del mito e dell’ignoranza, ogni qualvolta a qualcuno viene in mente di rispettare le autonomie regionali e/o nazionali. Anche questa volta la congrega dei tardo-giacobini se la prende con la Lega e con la sua proposta di costituzionalizzare le bandiere e gli inni regionali. E io sento un irrefrenabile istinto a scegliere fra i leghisti e il becerume nazionalista granditaliano, al quale mai potrò perdonare di avermi messo davanti a una scelta del genere. Le reazioni contrarie, provenienti da ogni punto cardinale della politica italiana, sono improntate non solo al disprezzo, che comunque appartiene alla categoria delle culture politiche, ma soprattutto all’ignoranza e alla mistificazione. Su La Repubblica, Michele Serra ricorda, forse per via del cognome, che i sardi sono "i soli ad avercela davvero, una bandiera nazionale, i Quattro mori", e paventa che il risultato della proposta leghista sia "alla fine la cancellazione delle differenze vere, delle radici autentiche" come quelle della Sardegna e dell’Alto Adige. Insomma, noi sardi potremmo persino rimenare contenti di questo autorevole riconoscimento. E invece no, e non solo perché il Serra si è dimenticato delle bandiere valdostana, siciliana, friulana, per dire, ma soprattutto perché, in questo risibile sforzo di dividere chi ha diritto e chi non ha diritto, alla fine si confonde sull’autonomismo. "Proprio la Lombardia è un caso clamoroso di autonomismo artificiale, inventato di sana pianta, e nella costruzione nazionale fu la regione più vicina, non solo geograficamente, al disegno annessionista dei Savoia". Un ripasso veloce veloce della storia avrebbe forse suggerito prudenza: i Savoia non erano allora re d’Italia, erano re di Sardegna e la Lombardia fu annessa alla Sardegna non ad un’Italia che non solo non era nazione ma non esisteva neppure come stato. Ricordate? L’Italia è fatta, ora bisogna fare gli italiani, come a dire che lo Stato (il suo apparato burocratico e amministrativo) c’è, la Nazione no. Brutta bestia, la storia, quando ci si accontenta dei miti nazionalistici esibiti per la necessità di inventarsi una nazione che non c’è o che, al massimo, è una "nazionalità artificiale e organizzata", secondo la definizione di Mario Albertini. Ma, almeno, per quanto riguarda la Sardegna, Serra riconosce la sua "bandiera nazionale". Il giornale concorrente, Il Corriere della Sera, no: per qualche suo redattore, la bandiera sarda è uno "stemma". E dire che sarebbe bastato entrare nel sito della Regione per sapere che quello "stemma" è per legge la bandiera della Sardegna che va esposta "ogni qualvolta sia esposta la bandiera della Repubblica". Giornalismo corretto imporrebbe di scrivere dopo aver verificato i fatti. E se questo è l’approccio dei due maggiori quotidiani italiani (ma anche il sardo L’Unione non scherza: "gli inni lombardo, toscano o sardo, supererebbero per rango l’inno di Mameli") figurarsi quello dei lettori. Nel sondaggio del Corriere ("Bandiere e inni ufficiali per le Regioni: siete d’accordo?", il 74,1% si dice contrario, il 25,1 a favore. Nel forum di La Repubblica, la stragrande maggioranza dei commenti è diretta conseguenza della campagna nazionalista granditaliana. Uno per tutti: "Sono veramente stufo, probabilmente finiremo i nostri giorni con una guerra civile". E questo sui giornali, fatti da persone che hanno l’obbligo della conoscenza. Immaginatevi le reazioni del tardo-giacobinismo dei leader di partito, a destra e a sinistra, che questo obbligo non hanno.

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