Noi, 350mila sardi, residenti nella Penisola…

di Tonino Mulas

 

La FASI (Federazione Associazioni Sarde in Italia) oggi raccoglie 70 circoli dei sardi dislocati in prevalenza nel Nord Italia e in parte nel Centro Sud. Sono presenti in queste regioni sia nelle maggiori città sia in molti centri. Questi circoli hanno come riferimento i 350mila sardi che risiedono nel Continente. La maggior parte dei sardi, sia in Italia che all’estero, sono emigrati in cerca di lavoro, partiti soprattutto fra gli anni ’50 e gli anni ’70. Erano ex minatori, contadini e pastori. Sono stati gli anni del grande esodo. È stato un grande trauma sociale collettivo, oltre che un impoverimento per la Sardegna, di forze giovani e vitali. Un’altra componente, oltre alla prevalente forza lavoro manuale che ha alimentato le grandi fabbriche, è stata quella più tradizionale degli impiegati pubblici, che vincevano concorsi fuori Sardegna, e quella dei militari di carriera. Oggi fra l’altro ci sono moltissimi sardi nel mondo intellettuale: nelle università, negli ospedali, oltre a professionisti, artisti, giornalisti, scrittori. Ma non bisogna dimenticare che, dopo una breve interruzione, è ripresa una nuova emigrazione, oggi indirizzata soprattutto verso le regioni del Nord Est. Centinaia di studenti universitari, dopo la laurea, restano nel Continente dove trovano sbocchi lavorativi che in Sardegna non ci sono. Così cambia la società, cambiano i sardi. La nuova emigrazione è diversa. Quella degli anni ’50-’70 è stata vissuta da molti come una grave ingiustizia sociale. E per la Sardegna si provava un sentimento ambivalente di amore odio. In tutti c’era la nostalgia e il desiderio, conscio ed inconscio, del ritorno. Anche la politica regionale era ambigua. Si prometteva il Piano di Rinascita, alimentando l’illusione del ritorno; ma si è anche promessa una legge per l’emigrazione, negli anni ’70, che è stata all’avanguardia fra le Regioni italiane, volta a riconoscere e finanziare i circoli. Questi sono stati centri di prima accoglienza, luoghi di assistenza e di socializzazione, centri di servizi: basta pensare alla famosa corsia preferenziale degli emigrati, gestita dalla FASI con migliaia di posti in nave, assicurati nei decenni scorsi, nei tempi in cui viaggiare era un’impresa non facile e gli emigrati si accalcavano a migliaia accampati nei porti. E non bisogna dimenticare altri servizi: le assistenti sociali dentro i circoli, i corsi delle 150 ore, l’assistenza per il rientro delle salme, oppure il sussidio per il ritorno, per quelli che non resistevano, che non riuscivano ad inserirsi. Erano i tempi gloriosi della fondazione della nostra associazione, quando il presidente era il compianto Tullio Locci, un vegliardo che ancora a quasi 100 anni ha partecipato all’ultimo congresso di Genova del 2002, ospite d’onore. A lui come presidenti sono succeduti Salvatore Porcu, Francesco Alba e Filippo Soggiu e Tonino Mulas. D’altra parte tutti i presidenti e i dirigenti dei circoli affrontano con grande sacrificio, per puro spirito di volontariato, il compito di lavorare per gli emigrati e per la Sardegna. Molti sono gli emigrati che con i loro risparmi hanno intrapreso delle attività, ritornando in Sardegna. Ci sono oggi molti piccoli e medi imprenditori che hanno creato ricchezza e lavoro dopo la loro emigrazione. Ma molti lo sono diventati in Continente. Solo a Milano ci sono circa 70 sardi proprietari di ristoranti. Esistono sì ancora, specialmente all’estero, come in Argentina, sacche di sofferenza e di disagio economico, ma la maggior parte degli emigrati tuttavia si è inserita bene, lavora, gode di un relativo benessere, i figli studiano e si laureano. Quelli che rientrano in Sardegna, sono i pensionati perché si sono costruiti la casa nel paese d’origine o al mare. Molti però hanno ormai figli e nipoti che si sono stabilizzati nei luoghi di nuova residenza. Così fanno i pendolari del Tirreno, qualche mese qui, qualche mese là. Il fatto veramente straordinario resta il legame con la propria terra, con le proprie radici, non solo familiari, ma culturali, con la lingua, con la cucina, con il "paese", con le tradizioni popolari, con il mare, il sole. I circoli dei sardi aiutano molto. Pur essendo un piccolo popolo rappresentano una realtà pressoché unica. Con l’aggregazione, il dibattito, il tempo libero, lavorano a progetti anche di solidarietà (a favore, per esempio, della raccolta di fondi per la lotta contro la talassemia) e si mobilitano in caso di necessità per aiutare i bisognosi. Oggi i circoli come caratteristica principale sono centri culturali, luoghi di promozione della Sardegna, nel campo del turismo, dell’artigianato, dei prodotti del settore agroalimentare e perfino nel campo della ricerca di opportunità di investimento nell’isola. Rappresentano la comunicazione globale e sono stati definiti, di volta in volta, ambasciate, finestre sul mondo. Ma sono, prima di tutto, giacimenti di sardità. Giacimenti spesso ancora da scoprire, da scavare, da sfruttare. Per lungo tempo, malgrado la originaria legge positiva e l’attività, spesso lenta e burocratica, ma tuttavia indispensabile e utile dell’Assessorato al Lavoro, la Sardegna ha rimosso il problema emigrazione. Le istituzioni lo hanno relegato a problema di assistenza. La società civile, le istituzioni locali  hanno trascurato e non hanno colto le novità. L’accesso all’informazione, fino a qualche tempo fa, era negato; faceva eccezione in questo panorama solo il lavoro pionieristico del "Messaggero Sardo". Oggi va molto meglio. Per descrivere i circoli i luoghi comuni "lacrima e vernaccia" o "valigia di cartone" per identificare lo status sociale ora sono privi di fondamento. Da tempo sono passati dalla protesta alla proposta. Ed è grazie alla capacità di iniziativa degli emigrati che le cose sono cambiate, sia nei circoli, che in Regione, che nei rapporti con la Sardegna. Si fanno le Settimane Sarde: manifestazioni contenitore, seguite a livello nazionale dalla FASI, realizzate nei circoli, con la partecipazione di Enti, istituzioni, sindacati, associazioni, musei, teatri, università e altro. E soprattutto si ha uno sbocco istituzionale. Sono stati  promossi gemellaggi con le istituzioni locali. Nelle  manifestazioni principali c’è la Sardegna intera: la promozione turistica, la promozione e la vendita dei prodotti agroalimentari e dell’artigianato, i libri degli editori sardi, i convegni, i maggiori scrittori della Sardegna di ieri e di oggi, le battaglie per l’ambiente e per i parchi, la lotta per la continuità territoriale. Pregi questi dei circoli, i quali ogni anno costruiscono 400 iniziative. Certo spesso piccole, ma non per questo poco significative. Presentare un libro, un video, organizzare la visione delle partite di calcio, promuovere un film sulla Sardegna, organizzare corsi di ballo sardo, le cene a tema sui prodotti e i vini isolani, celebrare "Sa Die de sa Sardigna", scoprire e far conoscere il disco o il nuovo CD di musica sarda, chiamare "sos cantadores", organizzare i giovani e le donne sui temi specifici. Tutto questo rappresenta un lavoro enorme. Poi ci sono anche i difetti: alcuni sono quelli tipici sardi; siamo invidiosi e spesso litigiosi e da ciò derivano talvolta rotture nei circoli. Abbiamo anche limiti di chiusura, soprattutto verso le nuove generazioni, i figli dei soci. È necessario invece aprire i gruppi dirigenti, anche se i vecchi pionieri, i vecchi emigrati devono continuare a portare la loro esperienza
indispensabile. Senza i giovani non c’è futuro per i circoli.

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