L'emigrato di Tramatza e il tesoro di Valenciennes in Francia

di Massimiliano Perlato

Sembra proprio una favola d’altri tempi. E invece è una storia vera accaduta nella primavera del 1947 a Valenciennes, in terra di Francia. Protagonista, assieme ad altri compagni di lavoro, un emigrato di Tramatza, Giuseppe Antonio Corrias (12 aprile 1905 – 9 maggio 1965) che dal piccolo paesino di Tramatza, un pugno di case vicino a Oristano, parte giovanissimo per la Francia in cerca di lavoro. Un mattino, di primavera, Corrias, manovale di un’impresa locale, dà un colpo di picozza alla terra argillosa nell’area dell’isolato numero 11 della via Quansay di Valenciennes. Un tintinnio metallico risuona dal fondo della buca a 40 centimetri di profondità. "Una medaglia" dice Corrias. No è una moneta, lo corregge subito il capo mastro Vanbrogenbroock. Si continua a scavare, e i due uomini vedono scintillare una fortuna in fondo allo scavo aperto nell’argilla delle Fiandre. Si tratta di un mucchio di monete d’argento e gli operai non credono ai loro occhi. Ci si arrende però all’evidenza, e si provvede ad avvertire i superiori. Vengono così alla luce tante monete d’oro, questa volta con l’effige di Luigi XIV di Francia e di Filippo II di Spagna. Il "tesoro reale" viene stipato nel furgone di Stato. Seimila monete d’argento riempiono due secchi, una cassa  e due sacchi, di quelli usati per il cemento. Scudi di sei libbre, monete d’oro doppio Luigi, i dobloni di Sua Maestà, il cattolicissimo Re di tutte le Spagne. Il carico di monete fa scalo dal chincagliere all’angolo della strada. Le sue bilance traboccano dallo stupore e dal peso: 48 kg d’oro e 200 d’argento. Il cellulare trasporta il prezioso carico alla Banca di Francia. Questa, poco generosa, stima in circa 50 milioni di franchi il valore del tesoro. Ma i numismatici più attenti dicono subito 120 milioni. Il tesoro pare provenga dall’abitazione del prevosto dei commercianti, Ignazio Dugardin, che abitava proprio nel posto del ritrovamento, o forse dal suo successore in quel luogo, o forse dal suo successore in quel luogo, il fruttivendolo all’ingrosso, Jean Mahion. Corrias però non è l’unico scopritore della fortuna. Chi sono gli altri? Qui sta il problema che non sarà risolto senza un processo. Nei suoi principi la legge è tanto formale quanto chiara. La scoperta del "tesoro" appartiene per metà a colui che l’ha fatta e al proprietario del terreno. E questo crea una cascata di responsabilità più o meno privilegiate. Si arriva a un inevitabile processo, mentre il buon Giuseppe Antonio Corrias, sogna, costruisce castelli in aria e offre da bere a tutti. Da quanto si è appreso dai parenti, il manovale di Tramatza, riceve alla fine per la sua scoperta, un centinaio di milioni di franchi, che corrispondevano ad alcuni miliardi di lire del tempo. Una cifra ragguardevole, che gli consente di diventare un imprenditore. Costruisce un albergo, acquista diversi immobili, ma si rivela un pessimo amministratore. Il fortunato emigrato, come ha ricordato a suo tempo una delle sue nipoti, ha fatto ritorno in paese una sola volta. Ma la delusione è stata grande, perché Corrias regala soltanto qualche "souvenir" ai suoi parenti. Il finale della storia è molto amaro. Corrias si invaghisce follemente di una avvenente signora spagnola e dilapida ben presto tutto il suo patrimonio. Alcuni passanti lo trovano riverso sulla strada, ormai cadavere, il 9 maggio 1965 a Bordeaux.

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