Voto in Sardegna: che cosa resterà?

di Michela Murgia

 

Quello che rimarrà di queste specifiche elezioni sarde non sarà probabilmente l’eco dei programmi, non sarà forse nemmeno la sana passione civica delle persone che si sono spese per sostenere i candidati, e di sicuro non sarà la riflessione sul presente e sul futuro dell’isola, mai stata esercizio comune, e ora relegata a prurito personale persino tra quelli che della riflessione si fanno vanto di aver fatto mestiere. Alla grancassa mediatica dei vincitori e dei vinti c’è da sperare sopravviva almeno una domanda:  cosa ci è successo? Cosa è accaduto al nostro modo di pensare la responsabilità del bene comune? Oggi che sono pezzi d’antiquariato le vecchie sezioni politiche di paese e che nessuno vota più per appartenenza ideologica, alle persone sono rimaste altre forme di partecipazione ai processi di elaborazione politica? La risposta realistica per la maggioranza è no, ma quello che inquieta è che nessuno sembra sentirne la mancanza. Il modo di comunicare politicamente è stato violentemente ristrutturato, e nel nuovo assetto non è rimasto alcun posto per il confronto di base. Non vuol dire che le persone non siano più interessate alla politica, anzi; ma è oggettivo che siano radicalmente cambiati i modi di viverla. Uno dei segnali viene dal fatto che il carisma del leader è diventato determinante: egli nella percezione comune non ha solo un peso molto maggiore dell’idea politica che rappresenta, ma addirittura la sostituisce, al punto che la capacità personale del capo è diventata una garanzia sufficiente anche in assenza di un progetto condiviso: in questo nuovo gioco, pare che al goleador non serva più una squadra. Dato il clima, è quasi naturale che per molti l’affidamento alla figura messianica abbia preso il posto del dibattito, e che sia quasi scomparsa la critica come forma nobile di libertà. Nel nuovo scenario non c’è spazio per chi fa domande; sollevare problemi impone discussione, e la discussione nella logica del messianismo è disfattista e richiede tempo, quindi per definizione ne fa perdere.  L’adesione è diventata devozione: dove il partito forte aveva i tesserati, l’uomo forte ha invece i fans, e l’antagonismo ideologico è diventato attacco personale. Chi si lamenta di esserne oggetto dovrebbe piuttosto chiedersi se il modello comunicativo che ha scelto di incarnare non lo giustifichi. Chi si lamenta del fatto che i candidati si esprimano solo a slogan, dovrebbe piuttosto domandarsi se questa non sia la logica conseguenza della scomparsa dei luoghi di elaborazione più complessa. Chi chiama "semplicità" la semplificazione e la esalta come valore del linguaggio e del pensiero, fa finta di non sapere che le risposte semplici ai problemi complessi sono di solito risposte sbagliate. Tutti quelli che credono ancora che il confronto non sia una perdita di tempo e che non hanno rinunciato a considerare la complessità una sfida che vale la pena di affrontare, prima di esprimere il voto potrebbero trovare utile interrogarsi non solo sul "chi" e sul "cosa" gli si propone come cittadini, ma anche "come" questa proposta venga portata avanti. Io lo farò di sicuro.

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