Ricordi giovanili di Fortunato Manca

di Mario Sconamila

 

La scomparsa di Fortunato Manca probabilmente non significherà nulla per moltissimi sardi indaffarati a comprare le poche strenne che questa incerta economia quest’anno ci impone. Ma per quelli come me, che negli anni Sessanta erano degli studentelli delle scuole medie, il suo nome rappresentava il pugilato sardo al massimo splendore, quello che tutta l’Italia ci invidiava, con lo stadio Amsicora di Cagliari teatro di indimenticabili incontri, col pubblico che lo gremiva in ogni ordine di posti sempre in delirio per i suoi idoli che esaltavano la "nobile arte" sarda. Cosa è rimasto oggi di quei successi, di quelle tradizioni, di quei pugili che diedero lustro alla Sardegna? Nulla, assolutamente nulla. Il pugilato era il classico sport i cui attori principali erano dei ragazzi poveri, con mezzi limitatissimi, senza arte né parte; la frequentazione della palestra pugilistica fin da ragazzi rappresentava per loro l’unica speranza di un avvenire dignitoso. Ore e ore giornaliere a sudare, faticare, soffrire, sotto la guida dei propri allenatori: privazioni, sacrifici e diciamo pure senso della dignità personale. Cose impensabili per i giovani d’oggi, alle prese con ben altre preoccupazioni, per esempio avere in mano l’ultimo grido in fatto di cellulari o frequentare le assordanti discoteche. A pensarci, la Sardegna era veramente una floridissima regione in fatto di talenti pugilistici: nelle riunioni in notturna allo stadio cagliaritano i nomi fissi erano Salvatore Boi, Gianni Zuddas, Piero Rollo, talvolta Salvatore Burruni (il migliore, che fu anche campione del mondo). E naturalmente lui, Fortunato Manca. Noi ragazzini lo chiamavamo semplicemente "fortunato di Monserrato", perché era forse il più simpatico, il più umano, quello più alla mano, allorché incontrandolo per strada si fermava a chiacchierare anche senza conoscerti. Rappresentava il classico pugile venuto dal nulla, che a costo di lunghissimi anni di preparazione era arrivato a conquistare l’eccellenza nazionale e poi europea. Diciamolo subito: non aveva una eccelsa classe pugilistica, anzi per dirla tutta non aveva classe alcuna. Fra noi dicevamo che combatteva alla "carrettonera", d’istinto, con una foga e una continuità d’azione che travolgevano l’avversario. Era il classico pugile delle periferie urbane e il suo modo di interpretare la boxe mandava in visibilio gli sportivi. A lui non si richiedeva una tecnica particolare, una sottigliezza nel colpire l’avversario, un bagaglio stilistico: il suo modo d’intendere l’incontro era quello di aggredire il suo antagonista con una martellante e continua gragnola di pugni. Normalmente i suoi incontri duravano pochissime riprese: il malcapitato avversario si arrendeva quasi subito, tra il tripudio e l’entusiasmo degli spettatori. Tanto "violento" nel ring e altrettanto tranquillo nella vita privata o quando lo vedevi passeggiare e sorridere tranquillamente per le vie. Di lui ho sempre vivo nella memoria forse il suo incontro più particolare ed eccelso, che per noi sardi rivestì un’importanza straordinaria: quello contro Duilio Loi per il titolo europeo. Noi provavamo per Loi un rapporto di odio-amore. Lo ammiravamo per la sua classe inimitabile e artistica, ed è stato indubbiamente uno dei più grandi pugili che l’Italia abbia mai avuto. Suo padre era sardo e viveva a Trieste, prima di trasferirsi per la sua attività di pugile a Milano. Noi sardi non gli perdonammo mai di aver rinnegato le sue origini, e in ogni occasione egli non fece mai riferimento alla Sardegna, terra che in qualche misura gli apparteneva.  L’incontro che ebbe luogo allo stadio Amsicora aveva anche un significato che esulava dal puro fatto sportivo: un sardo autentico e verace che affrontava il "campionissimo" di fama mondiale che portava un cognome sardo ma che si sentiva estraneo in Sardegna. Devo ammetterlo: assistetti all’incontro dopo aver saltato con alcuni compagni di classe il muro di cinta dello stadio. Le forze dell’ordine allora erano molto comprensive. Forse capivano che a quattordici anni proprio non si avevano i soldi per il biglietto; ma di sicuro allora noi non creavamo loro i problemi che viceversa i militi devono affrontare oggi. L’incontro fu altamente spettacolare e drammatico. Come suo solito Fortunato Manca si buttò immediatamente nella mischia fin dalle prime riprese. Tutti gli spettatori assistettero al grande Duilio Loi nettamente in difficoltà di fronte allo scatenato monserratino. Forse Fortunato Manca non seppe cogliere appieno il momento favorevole, gli mancò la stoccata definitiva. Fu imbrigliato dalla maggiore esperienza e classe dell’avversario ed alla fine perse in modo onorevolissimo dopo quindici interminabili riprese. Passati tanti anni, spinto dalla curiosità, andai a trovare Fortunato presso la scuola dove prestava servizio. Si era ormai ritirato da tempo: gli chiesi cosa ricordava della sua carriera. Con una stupefacente naturalezza, modestia e ironia mi descrisse quel periodo come insostituibile veicolo della conquista dell’indipendenza economica e soprattutto l’orgoglio di aver rappresentato la Sardegna ai massimi livelli. Ignoro se ancora a Cagliari e nel circondario esistano palestre pugilistiche a tempo pieno. Ma se ancora qualcuna fosse rimasta, ho quasi la certezza che sia assente la materia prima, ovvero i giovani che sentano la necessità di frequentarla per un futuro agonistico: nessun Fortunato Manca è quindi all’orizzonte. Un altro glorioso ed importante pezzo di Sardegna che non esiste più, vinto da un cambiamento di costumi solo in teoria e apparenza migliore del precedente. Anzi, se devo dirla tutta, in repentino regresso.

2 risposte a “Ricordi giovanili di Fortunato Manca”

  1. Caro Massimiliano, ho tentato di contattarti nel tuo telefono fisso. Ma il numero risulta sempre occupato.

    Volevo farti di persona gli auguri, estesi naturalmente alla tua famiglia. Ti ringrazio per l’articolo su Fortunato Manca che hai pubblicato. Una precisazione, comunque: la foto che hai inserita non riproduce Fortunato Manca, bensi’ Duilio Loi col suo procuratore Steve Klaus. Il tutto, per la precisione. Ancora tanti auguri e buone giornate.

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