Tottus in Pari, 221: la cultura della legalità

Dibattimento dalla ragguardevole presa emotiva che ha convogliato presso l’incantevole "Sala dei Paesaggi" di Villa Ghirlanda a Cinisello Balsamo, numerose persone: Criminalità in Sardegna, un tema che il circolo AMIS ha voluto riprendere ed ampliare ad un anno di distanza del primo convegno svoltosi nel 2007. Gli onori di casa della Presidente del circolo AMIS Carla Cividini e dell’assessore alla Cultura del Comune di Cinisello Balsamo, Giuseppe Sacco, hanno fatto da prefazione alla relazione del dottor Paolo De Angelis, Magistrato alla Procura della Repubblica di Cagliari, addetto alla Direzione Distrettuale Antimafia e Antiterrorismo della Sardegna. Lo scrittore e giornalista Paolo Pillonca ha presenziato con una straordinaria e viscerale orazione sul cammino storico in Sardegna riguardante la legalità: quasi una visione romantica del banditismo spesso legato all’anonima sequestri e ai suoi personaggi "illustri" che l’hanno contraddistinta. Così come ha spiccato l’intervento del dottor Tonino Mulas, Presidente della Federazione delle Associazioni Sarde in Italia. E’ spettato al dottor Angelo Lino Murtas, Commissario Capo della Polizia di Stato di Cinisello Balsamo, coordinare gli interventi. Come preambolo alla storia del banditismo nell’isola bisognerebbe elaborare gli avvenimenti di tutta la Sardegna, in quanto esso è stato sempre legato alla travagliata vita dei Sardi. Si dovrebbe tornare indietro all’arrivo dei Cartaginesi nell’Isola, quando Cartagine perseguitò i Sardi sovversivi sui monti del centro, obbligandoli a occultarsi in boschi e caverne, dai quali uscivano per operazioni difensive, per procurarsi cibo. Quando i Romani presero dominio dell’isola, la popolazione sarda controbatté con una tenace e feroce resistenza. Il brigantaggio rimase statico durante tutti i lunghi e oscuri secoli medioevali. La prova del persistere e dell’aggravarsi del banditismo si trova nella necessità di Eleonora d’Arborea di ampliare il vecchio Codice del padre e, di promulgare il suo codice civile e penale: la "Carta de Logu" che divenne energico per tutta la Sardegna. Il persistere del banditismo durante tutto il periodo aragonese-spagnolo è rafforzato dalla realizzazione della "barracelleria" che sostituisce la vigilanza della polizia del periodo giudicale. La dominazione piemontese vide accresciute le schiere dei banditi in ogni parte dell’isola. Con l’editto delle Chiudende si sollevarono forti inquietudini e disordini per le usurpazioni e gli abusi che ne seguirono e quindi si ebbe un aumento del banditismo: era una rivolta dei contadini senza terra e dei pastori senza greggi e senza pascoli. Del brigantaggio in Sardegna abbiamo ciò che la tradizione orale ci ha tramandato. E tra la storia del passato e uno sguardo al futuro, De Angelis e Pillonca hanno disegnato un quadro di quello che è la malavita sarda oggi. I recenti fatti criminosi avvenuti in varie parti della Sardegna hanno portato alla ribalta dell’opinione pubblica e delle forze dell’ordine la questione della criminalità nell’isola, che si è sempre differenziata nettamente da quella organizzata delle regioni del sud, non ultimo perché nell’isola gli atti di criminalità (che nel senso comune vengono riferiti al banditismo e al noto codice barbaricino) sono stati prevalentemente di tipo individuale o, se compiuti da organizzazioni, queste sono state create ad hoc (sia che riguardassero sequestri di persona o reati meno gravi quale l’abigeato). Nei primi anni novanta, gli ultimi sequestri di persona avevano riaperto il dibattito politico ed istituzionale sui mutamenti della criminalità e sul fatto che tra gli effetti dei processi di modernizzazione della Sardegna vi sia stata anche l’importazione di modelli criminali assimilabili a quelli di stampo mafioso. In questi ultimi anni il dibattito si è riaperto perché il panorama complessivo della criminalità sarda, urbana ed extra-urbana, sta subendo modifiche sia in termini di tipologie di reati, sia in termini di organizzazione e dislocazione del crimine. Infatti, il sequestro di persona non è più un reato che caratterizza la realtà sarda, né in termini di numeri né in termini di specificità, perché, pur essendo un problema circoscritto ad alcune aree regionali delle quali la Sardegna ha sempre avuto il primato, non è comunque un crimine esclusivo della regione. A ciò si aggiunge il fatto che da oltre un decennio esso appare in declino, tanto il tempo trascorso dal sequestro di Silvia Melis a quello di Titti Pinna. Un dato significativo che fa da contralto a quanto accadeva negli anni settanta, quando i sequestri contemporanei erano numerosi. L’attuale vicenda storica porta a delineare che il sequestro di persona ha perso la caratteristica legata alla criminalità del territorio. Ha perso il fascino perverso che aveva in Sardegna. Questa peculiarità è scomparsa. Il movente economico è andato sfaldandosi. Sin dal 1991 con la legge sul blocco dei beni, tanto contestata, tanto bistrattata. Ma a conti fatti, è quella che ha determinato la svolta di fronte alla latitanza dello Stato nel prendere delle decisioni drastiche sino agli anni ottanta. Anche il tessuto sociale che prima del 1991 favoriva o perlomeno recepiva nel proprio Dna il sequestro di persona è mutato anzitutto perché altri reati sono certamente più redditizi, meno complessi da organizzare e sono privi delle difficoltà connesse alla fase negoziale. Viceversa, sono apparse all’orizzonte tipologie di reato, tradizionali come ideazione ma rinnovate nella pratica, nel senso dei luoghi, delle armi utilizzate, della precisione tecnica e dell’organizzazione. La criminalità sarda ha altri e più farneticanti obiettivi. Il traffico delle sostanze stupefacenti paga molto di più. I gruppi criminali che gestiscono il settore degli stupefacenti agiscono sull’intero il territorio isolano. Si è creato un traffico illecito con tantissime altre regioni d’Italia ma anche con paesi stranieri che vanno dall’Europa al Sud America. Si va direttamente ad acquisire la droga in giro per il mondo: in Colombia, in Turchia, in Marocco, in Nigeria. Ma anche intrecci con la mafia russa, cinese. E’ evidente come oggi la delinquenza sarda organizzata lavori gomito a gomito con queste genti. E’ un dato di fatto che la globalizzazione del crimine investe la Sardegna, dopo aver assodato legami con realtà negative emergenti, come l’Albania, la Romania, il Kosovo. Per la sua posizione geografica strategica, la Sardegna diventa a pieno titolo "Piattaforma nel Mediterraneo" per il crimine. La droga entra per il mercato interno, ma è anche punto d’appoggio per il resto d’Italia e d’Europa. Una sorta di portaerei sottolinea con amarezza De Angelis. Accantonato il fenomeno dei sequestri di persona, il traffico della droga, diventa la nuova frontiera del banditismo sardo. Bisogna prendere piena coscienza del problema, il pericolo investe tutti. La formula vincente è quella dell’applicazione e il rispetto delle norme. La questione della prevenzione è prettamente politica. Alle forze dell’ordine spetta il compito della forte repressione, e in Sardegna si lavora duro per raggiungere l’obiettivo. La tecnologia a disposizione oggi comunque permette di essere ottimisti sulla riuscita degli obiettivi. La Direzione nazionale Antimafia in collaborazione con le Direzioni Distrettuali dislocate sul territorio nazionale, grazie ad una Banca Dati e un sistema informativo davvero sofisticato, stanno pe
rmettendo di essere costantemente aggiornati su come prevenire ogni forma di delinquenza nascente. Il dibattimento in Villa Ghirlanda si è concluso con la spettacolare esibizione dei giovani del gruppo folk "A manu tenta" di Osilo, ben diretto dall’insegnate Doloretta Manca, che hanno fatto da straordinaria cornice di suoni, colori e simpatia all’importante appuntamento voluto dal circolo AMIS.
Massimiliano Perlato

LA LETTERA DELL’ASSESSORE AL LAVORO DELLA REGIONE SARDEGNA AI SOCI DELL’AMIS

CARISSIMI EMIGRATI SARDI…

Un caro saluto a tutti i soci del circolo AMIS di Cinisello Balsamo, con molto dispiacere a causa di un sopraggiunto e concomitante impegno politico non è stato possibile per me esser presente durante questa vostra interessante conferenza. Ritengo sia stata una iniziativa molto importante, poiché tratta di un tema purtroppo ancora attuale in Sardegna ma che interessa ogni territorio della penisola. E’ interessante confrontarsi con le altre realtà nazionali, poiché ogni Regione si distingue dalle altre per caratteristiche territoriali e culturali e queste peculiarità hanno inciso, ovviamente, anche sul tipo di criminalità diffuso nei diversi territori. In particolare, per quanto riguarda la Sardegna non vi è dubbio che si è assistito ad un mutamento della criminalità legato ai cambiamenti culturali ed economici della società. La Sardegna in quanto Isola ha caratteristiche diverse che la distinguono dagli altri territori, questo ha fatto in modo che i tipi di crimini prevalenti in Sardegna fossero diversi. Ad esempio, in passato la Sardegna deteneva il primato per il reato di sequestro di persona, ora tale fenomeno fortunatamente è in declino, ciò è dovuto sicuramente al fatto che oggi altri crimini sono sicuramente più redditizi e meno complessi da organizzare rispetto ad altri prima più diffusi. Diverse sono le forme di delinquenza, si sono modificate sia in termini di tipologia sia in termini di organizzazione, sono, infatti, frequenti rapine ai furgoni portavalori, istituti bancari e postali, tutti crimini che permettono di avere un guadagno economico immediato. Questo ci fa capire che il mutamento nella tipologia dei reati non può essere disgiunto dalla realtà nel senso che stiamo vivendo oggi una situazione economica al limite del dramma. La mancanza di lavoro, ha sicuramente il suo ruolo nella diffusione della criminalità perché spesso "su bisunzu" (il bisogno), porta a commettere dei crimini. Infatti, dalle testimonianze rese in alcuni processi, persone coinvolte nei reati tentavano di giustificare l’atto commesso affermando che se avessero vissuto una condizione socio-economica diversa, probabilmente non avrebbero commesso il reato. Non bisogna dimenticare che la criminalità trova terreno fertile laddove il tasso di scolarizzazione e istruzione è molto basso. La Regione Sardegna sta investendo molto in istruzione e formazione poiché, anch’io ritengo sia importante dotare tutte le persone degli strumenti che possono permettere loro di vivere e scegliere liberamente la propria condizione di vita. Non dimentichiamo però che anche i reati dei cosiddetti colletti bianchi esistono e sono figli di un altro tipo di sistema socio-economico-culturale! Insomma, l’auspicio è che la nostra società possa migliorare, possono esserci sempre e più interessanti dibattiti come questo, che possono con le relazioni degli esperti infondere in tutti un maggiore senso di rispetto della legalità.  Romina Congera

 

MADDALENA CALIA AL PARLAMENTO EUROPEO

E’ LA PRIMA SARDA.. PER LA SARDEGNA

Finalmente anche la Sardegna, si può dire, ha una rappresentante nel Parlamento Europeo. Maddalena Calia, avvocato, che è stata sindaco di Lula dal 2002 al 2007, considerata per l’occasione "Donna coraggio, donna incosciente" per essere andata a ricoprire una poltrona scomoda dopo dieci anni di commissariamento del Comune, dal mese di settembre è stata proclamata europarlamentare. Di fatto, oltre a Giovanna Corda di origine sarda ma impegnata per le liste del Belgio, la Calia è la prima donna sarda ad entrare nel Parlamento Europeo. Questo è potuto accadere dopo che Giuseppe Castiglione, parlamentare sin dal 2004, si è dimesso per occupare il posto di Presidente della Provincia di Catania lasciato vacante dal Ministro Angelino Alfano. A Maddalena Calia, metafora isolana delle donne che hanno audacia, l’augurio di buon lavoro da tutti i sardi emigrati ed in particolare dai soci del circolo AMIS di Cinisello Balsamo, di cui è socia onoraria dopo esser stata ospite in occasione di una Giornata della Donna. Massimiliano Perlato

 

A VILLA OLMO, CONFERENZA SU INIZIATIVA DEL CIRCOLO "SARDEGNA" DI COMO

LAVORARE PER VIVERE E NON PER MORIRE

A Como, nel corso dell’iniziativa promossa dal Circolo degli emigrati "Sardegna" e da Articolo 21 sulla sicurezza del lavoro contro il persistere ingiustificabile ed inaccettabile degli incidenti e morti sul lavoro, l’assessore regionale Romina Congera ha annunciato che uno specifico programma di formazione per i lavoratori e gli imprenditori verrà esteso anche ai lavoratori emigrati ed ai piccoli imprenditori sardi che operano nella penisola. Nel corso dell’incontro-dibattito, dal titolo "Lavorare per vivere e non per morire", introdotto e coordinato dal giornalista Ottavio Olita, è intervenuto il consigliere regionale Luciano Uras, primo firmatario della legge regionale sulla sicurezza che ha sottolineato come il provvedimento approvato all’unanimità dal consiglio regionale della Sardegna lo scorso mese di maggio, interviene sui tre punti critici della questione degli incidenti sul lavoro, compresi quelli più gravi che sono causa di morte:il coordinamento dei poteri e delle attività di prevenzione, di controllo e repressione delle cause di incidente; la formazione mirata agli operatori addetti alla sicurezza pubblica e privata, ai lavoratori e ai datori di lavoro; intervento di solidarietà tramite contributi urgenti (fino a 30mila euro) a sostegno dei familiari dei caduti sul lavoro per sostenerli nei momenti più difficili immediatamente dopo la disgrazia. L’assessore Congera ha sottolineato il merito della associazione Articolo 21 e del presidente del Circolo dei
sardi di Como, Onorio Boi, "se un buon esempio di legislazione, urgente e condivisa oltre gli schieramenti di parte, è stata promossa in una regione importante sotto il profilo delle attività industriali come la Lombardia". Particolare attenzione è stato quindi posta dall’assessore Congera quella questione di una efficace azione di informazione sulla norma e sul ruolo che in tal senso possono svolgere gli emigrati, attraverso il prezioso momento di catalizzazione che rappresentano i circoli. Particolare apprezzamento per l’iniziativa legislativa della Regione Sardegna è stata infine espressa dall’ANMIL, associazione nazionale mutilati ed invalidi del lavoro, che ha giudicato i provvedimento come la migliore normativa regionale esistente, e l’unica oggi operativa su tutti e tre i principali ambiti principali di intervento.

 

C’è una sensibilità forte, particolare, assolutamente diversa dal comune, pronta ad impegnarsi sul tema della lotta alle morti e agli infortuni sul lavoro: è quella del mondo dell’emigrazione. Una prima iniziativa si è svolta a Como, per iniziativa del circolo culturale dei Sardi che da oltre due decenni opera in quella città. Inserendosi nel progetto della "Carovana per la vita" lanciato da Articolo 21 i lavoratori che animano quell’associazione, sotto la spinta del presidente storico del circolo, Onorio Boi, hanno coinvolto la Regione Sardegna, il Comune di Como, la federazione degli Emigrati Sardi per un incontro con Articolo 21 sulla tragica scia di sangue che sta segnando il cammino di chi dal lavoro si aspetta la possibilità di vivere, non il rischio di morire. L’invito è stato accolto con grande convinzione e così, nella prestigiosa Villa Olmo della città, proprio in riva al bellissimo lago, si è tenuto un incontro nel quale si è fatto il punto della situazione e si è dibattuto su cosa fare. Dalla Sardegna sono arrivati la giovane assessore al lavoro della giunta regionale guidata da Renato Soru, Romina Congera. C’era anche Luciano Uras, il capogruppo in Consiglio Regionale di Rifondazione Comunista che si è fatto promotore della legge di tutela e assistenza alle famiglie delle vittime di infortuni approvata all’unanimità dall’Assemblea Legislativa Regionale, prima norma di questo tipo in tutta Italia. Articolo 21 ha chiesto all’ex sottosegretario al lavoro del governo Prodi, Giampaolo Patta, estensore del testo unico sulla sicurezza, di partecipare come esperto. La Federazione degli emigrati era rappresentata dal suo presidente, Tonino Mulas, mentre al dibattito ha preso parte anche l’ex parlamentare democratica Adria Bartolich. Il Comune di Como era rappresentato dall’assessore all’Urbanistica, Umberto d’Alessandro. Una grande mobilitazione intorno ad un tema che non potrà e non dovrà essere mai più liquidato come "tragica fatalità". In Sardegna, nei primi nove mesi dell’anno, sono stati 18 i morti sul lavoro, mentre nel 2007 erano stati 35. Il numero complessivo degli infortuni, nel 2008, è finora di oltre dodicimila. La risposta del Consiglio Regionale non ha riguardato soltanto le cifre stanziate per sostenere le famiglie dei caduti sul lavoro (l’assessore Congera ha già firmato i primi 6 dispositivi di pagamento per una cifra massima individuale di 30mila euro), ma anche stanziamenti per la formazione e la prevenzione. Il dibattito di Como è stata una prima verifica della possibilità di allargare ad altre istituzioni questo spirito di solidarietà di cui le massime istituzioni sarde si sono fatte portatrici. E’ estremamente significativo che questa iniziativa sia stata promossa da quei sardi che, pur vivendo e lavorando lontano dalla loro terra, continuano ad occuparsene, a preoccuparsene, a spingere perché le condizioni complessive continuino a migliorare.

Ottavio Olita

 

MORTI BIANCHE, PRONTI I FONDI REGIONALI PER  I FAMILIARI DELLE VITTIME

LA SARDEGNA PRIMA IN ITALIA

Mentre di lavoro si continua a morire, la Regione sarda ha deciso di destinare il contributo straordinario non solo ai familiari delle vittime residenti nell’isola per incidenti avvenuti nei territori regionale, nazionale ed estero, ma anche ai congiunti dei lavoratori non sardi dipendenti però di imprese con sede legale o operativa in Sardegna per gli infortuni avvenuti nell’isola. Non c’è niente che possa ripagare il dolore per la perdita di una vita umana: le morti bianche, quelle che si consumano in nome del lavoro, non sfuggono a questa triste realtà. Ma il contributo che le istituzioni, a nome della collettività, riconoscono ai congiunti delle vittime del lavoro è un segnale forte di civiltà oltre che di solidarietà economica. E la Sardegna si classifica prima, a livello nazionale, per il riconoscimento giuridico delle difficoltà economiche dei superstiti del lavoratore deceduto per infortunio. Un provvedimento che si concretizzerà a breve: saranno erogati i primi sei contributi ai familiari delle vittime degli incidenti sul lavoro in Sardegna. Le risorse, assegnate una tantum nella misura massima di 30.000 euro, sono previste dalla legge regionale 8 del 2008: i suoi indirizzi attuativi sono stati approvati dall’assessore regionale del lavoro Romina Congera. La richiesta, per ottenere il contributo, dovrà essere inoltrata dal coniuge, dai figli, dagli ascendenti, da fratelli, sorelle e conviventi anche senza prole. Un provvedimento importante, come ha sottolineato l’assessore Congera: «È la prima volta in Italia che una Regione riconosce quanto un lutto in famiglia, a causa di un infortunio sul lavoro, crei situazioni di emergenza economica che non possono lasciare indifferente l’amministrazione pubblica». Un provvedimento di valore sociale, oltre che economico, per contrastare una piaga che le statistiche testimoniano numericamente: nel 2007 in Sardegna sono morte sul lavoro 35 persone, con una media di una vittima ogni 52 giorni. E nel 2008, dal primo di gennaio ad oggi, gli infortuni mortali sono già stati 19, compreso l’ultima tragedia che ha avuto per protagonista il custode delle tonnare di Carloforte, deceduto in mare mentre rientrava dal lavoro. Per ora, le istanze presentate all’assessorato dai familiari delle vittime sono state 14. Di queste 9 si riferiscono a infortuni mortali avvenuti nel 2007, mentre 5 sono riconducibili ad incidenti accaduti nel 2008.

Cinzia Isola 

 

A ROMA,UNA GIORNATA DI STUDIO PER RICORDARE LA FORZA DEI VERSI IN LIMBA

RAPSODI SARDI

Non erano analfabeti ma sembrava che lo fossero perché si affidavano alla parola cantata e – senza sigillo di scrittura – la parte migliore della loro produzione si perdeva nel chiarore delle notti di luna estive o nel buio di quelle senza luna. Per oltre mezzo secolo è stata questa la sorte dei poeti improvvisatori, i "rapsodi sardi" come li definì Sebastiano Satta in un’ode dei primi anni del secolo scorso. Il poeta nuorese ammirava gli eredi di quest’arte antichissima che crea il verso dal nulla e si onorava dell’amicizia dei grandi cantadores del suo tempo. I sardi di Roma celebrano la ricorrenza del trentennale della morte di Remundu Piras e il primo semestre della scomparsa di Peppe Sozu. L’occasione è propizia per una giornata di studio e spettacolo al teatro Euclide nell’omonima piazza dei Parioli intitolata al grande matematico greco. Un convegno e una gara di poesia orale con Mario Masala di Silanus e Giuseppe Porcu di Irgoli accompagnati dal "tenore" di Ula Tirso per ricordare il famoso cantore di Villanova Monteleone e riflettere sul patrimonio complessivo dell’oralità poetica in lingua sarda. Coordina la manifestazione Antonio Maria Masia, che per primo ha avuto l’idea dell’evento. Con lui sul palco per il saluto ci sono Giovanni Sotgiu, presidente del Gremio sardo di Roma; Ivanoe Meloni, presidente dell’Acrase di Roma; Maria Antonietta Schirru del Quattro Mori di Ostia. Presente il numero uno della FASI, Tonino Mulas. L’attrice Clara Farina intona "Nenaldu, sun tres annos chi ti prego". Il canto emoziona anche il pubblico romano. Parla il professor Nicola Tanda: "la Sardegna viene definita terra della preistoria anche per la cura nella conservazione del patrimonio culturale fatto di parole. Allora la poesia era canto, una comunicativa straordinaria. Parlando di questi poeti trattiamo di aédi". Prosegue Tanda: "la cultura sarda è stata costituita da questi cantadores: assimilo i poeti orali ai preti che predicavano in sardo. Lo scopo era quello di formare l’uomo, una lezione impartita con il canto. Le parole sono le armi di chi non vuole rispondere con la violenza". Ritorna in scena Clara Farina con dei testi di Antonino Mura Ena: "Cantore Luisi", "Banditore chin trumba" e "Peràula bia". Tra recitazione e canto, registro gradito agli organizzatori dell’evento, prosegue la serata. In che cosa consiste la diversità della poesia orale sarda rispetto a quella di altre terre? Come nasce la nostra diversità? Da una geniale intuizione di Antonio Cubeddu, l’improvvisatore di Ozieri che nel 1896 ebbe l’idea di portare i poeti estemporanei sul palco di una piazza in festa, togliendoli dal "confino" in luoghi marginali. Senza di lui la nostra poesia orale non si sarebbe evoluta nelle forme, nei moduli e soprattutto nell’approfondimento delle tematiche ma sarebbe rimasta a livello giocoso residuale come in Toscana, Lazio, Corsica, Algeria, Malta, Spagna, Argentina e America latina in genere. La figura di Remundu Piras occupa, con Barore Tucone di Buddusò, un ruolo centrale nella storia delle gare poetiche proprio sul fronte dell’evoluzione della tematica e del messaggio di libertà di parola che ne deriva. Prima che gli estemporanei inizino la sfida Clara Farina recita altri testi "meditati" di Remundu Piras: due sonetti e la satira "Curas a contrabbandu". Dulcis in fundo, la gara poetica. Per un’ora e mezza Masala e Porcu accompagnati dal coro di Ula Tirso coronano alla grande la giornata romana. L’ideatore Masia manifesta grande soddisfazione: "la serata conferma la necessità di ricordare ogni tanto a tutti i sardi, residenti o emigrati, l’importanza del richiamo culturale per un aspetto fondamentale della nostra identità complessiva". Tonino Mulas presidente FASI: "stavolta è veramente doveroso un ringraziamento ai circoli che hanno realizzato questa iniziativa. Spesso i nostri circoli sono un po’ come noi sardi, che troppe volte andiamo ciascuno per conto suo. A Roma sono tutti insieme ed è molto positivo". Successivamente Mulas allarga il discorso: "quest’anno nel trentennale di Remundu Piras, stiamo realizzando un programma che interessa molti circoli italiani. Si va dalla poesia orale alla poesia scritta, dai canti a chitarra a quelli a tenore. Soprattutto riprendiamo ad affrontare in concreto la questione della lingua".

Paolo Pillonca

 

LE PAROLE DEL PRESIDE DEL LICEO SCIENTIFICO E CLASSICO "BROTZU" DI QUARTU SANT’ELENA

PRECISAZIONI SUL PROFILO BIOGRAFICO DI GIOVANNI SPANO

Paolo Pulina mi ha comunicato la pubblicazione in Tottus in Pari, della trascrizione corretta e completa delle quattro lettere a noi pervenute di Giorgio Asproni a Giovanni Spano. Come studioso dello Spano (sto preparando l’edizione integrale dei carteggi dello Spano con i suoi numerosissimi corrispondenti: oltre tremila lettere, da me inventariate per il  volume  Il tesoro del Canonico. Vita, opere e virtù di Giovanni Spano, 1803-1878, curato da Pulina  e da Salvatore Tola per l’editore Carlo Delfino di Sassari nel 2005), ho gradito la segnalazione e ho navigato nell’intero Blog legato a Tottus in Pari , che mi pare un ottimo strumento di divulgazione. Ho visto che la redazione ha ripreso la scheda biografica dedicata dall’Enciclopedia libera Wikipedia allo Spano. A questo proposito mi preme mettere in evidenza che non sono corrispondenti al vero le affermazioni: "nel 1854 preside del Liceo Dettori e nel 1854 rettore dell’Ateneo", e che bisogna correggerle come segue: "nel 1854 preside del Convitto Nazionale e del Collegio di Santa Teresa e nel 1857 rettore dell’Ateneo". Questa storia dello Spano preside del liceo Dettori la si sente ogni tanto, ma le cose stanno diversamente. Lo Spano fu tra coloro che patrocinarono l’intitolazione della scuola ex-gesuitica del Collegio di Santa Teresa (divenuto dopo l’Unità Regio Ginnasio-Liceo di Cagliari) a Giovanni Maria Dettori, che prende tale denominazione nel 1865. Il motivo per cui il canonico ploaghese, con l’autorità che gli derivava dall’essere Rettore dell’Università ed ex preside del Collegio tra il 1854 e il 1857, patrocinò tale intitolazione pare sia dovuta ad una volontà di riscattare l’onta che il grande tempiese aveva subito ad opera dei Gesuiti, quando attorno alla fine del terzo decennio dell’Ottocento fu sollevato dalla cattedra di Teologia Morale all’Università di Torino proprio per la guerra mossagli dai Gesuiti sulla teoria del "probabiliorismo" che era in odore di giansenismo! E lo Spano, come si intuisce anche dalla lettera di Asproni del 1876 che è stata pubblicata nel Blog, era un convinto oppositore dell’Ordine di Ignazio di Loyola. Molte lettere dell’epistolario ne sono una testimonianza palese. Anche se ciò non gli impediva di carteggiare con diversi archeologi, epigrafisti e studiosi di lingue orientali gesuiti, come ad esempio Raffaele Garrucci e Giuseppe Romano. Inoltre ritengo che l’espressione "divenne senatore del Regno d’Italia" andrebbe più opportunamente resa con "fu nominato da Vittorio Emanuele II senatore del Regno d’Italia". E
su questo aspetto il discorso si farebbe lungo, ma non è proprio il caso di affrontarlo. Infine, credo che i Sassaresi difficilmente possano condividere  l’espressione "… il Liceo Spano … a lui dedicato, tutt’ora il maggiore liceo cittadino". Forse sarà meglio dire "tutt’ora il maggiore liceo scientifico cittadino", onde evitare problemi con gli ex-allievi del più famoso e quotato … Liceo Classico Azuni (Togliatti, Enrico Berlinguer, Francesco Cossiga…. e anche Paolo Pulina, allievo di Manlio Brigaglia)! Naturalmente non solo Wikipedia pubblica informazioni errate. A me è capitato anche recentemente di segnalare alcune gravi imprecisioni storiche presenti in un sito curato dalla Regione Sarda. Non si capisce perché l’Ente pubblico, considerato che oggi la comunicazione marcia molto attraverso questi mezzi, non tenga aggiornato un albo di competenze per divulgare in modo corretto e scientificamente attendibile almeno le notizie storico-letterarie relative alla Sardegna.
Luciano Carta

 

IL CARTEGGIO TRA IL RETTORE SALVATORE COSSU E IL CANONICO GIOVANNI SPANO

DIALOGO FRA PAOLO PULINA, TORE PATATU E LUCIANO CARTA

Pubblichiamo le note che seguono, inviateci da Paolo Pulina e inerenti al carteggio a suo tempo intercorso fra il ploaghese canonico Giovanni Spano (autorevole linguista, senatore del Regno) e il chiaramontese Salvatore Cossu, rettore di Ploaghe fino al 1868, anno della sua morte. Paolo Pulina, nato a Ploaghe nel 1948, vive da una trentina d’anni a Santa Giuletta, nell’Oltrepo Pavese. Responsabile del Servizio biblioteche, musei e pubblicazioni dell’Assessorato alla Cultura della Provincia di Pavia, è giornalista pubblicista, autore di saggi e pubblicazioni varie, con occhio sempre attento alla cultura e alle tradizioni della Sardegna. Con riferimento particolare alla sua Ploaghe.

Carissimo Paolo, ho letto nel Blog  http://tottusinpari.blog.tiscali.it/ , diretto da Massimiliano  Perlato, e nel collegato giornale on line "Tottus in Pari", il tuo articolo "Cristoforo Colombo era nato in Sardegna?" che dà conto delle ricerche della studiosa spagnola Marisa Azuara in materia e ho pensato a una moda di Raimondo Piras, in cui, citando i natali di sant’Ignazio da Laconi, il cui luogo di nascita è più che certo, dice che altrettanto non si può dire per altri personaggi famosi: "sette tzitades grecas pro un’Omero" e altrettante per Cristoforo Colombo. I Corsi, partendo dal fatto che la Corsica, dal 1284 fino al 1768, appartenne alla Repubblica di Genova, fanno nascere il nostro navigatore  nella loro isola, ma non solo in una città. Per cui gli hanno dato i natali Calvi, Sartene, Bastia, ecc. A Calvi, addirittura, fanno visitare la casa natale (bella faccia tosta). A queste si aggiungano Genova e Barcellona, adesso la Sardegna e, magari, non in una sola città o paese. Comunque la tesi è quantomeno affascinante. Mi congratulo per il puntuale lavoro svolto da te sul carteggio fra Giorgio Asproni e  Giovanni Spano e ti voglio proporre un quesito. Esistono circa 300 lettere che Giovanni Spano ha scritto al rettore Salvatore Cossu e non ne esiste una scritta dal rettore allo Spano. Come si può spiegare questo fatto? Il Canonico non era uomo che amasse buttare la sua corrispondenza. M’interessa il tuo parere.
Ti saluto con cordialità e affetto, ciao.
Tore Patatu

 

Per rispondere al tuo quesito sul carteggio Cossu-Spano, mi sono rivolto a Luciano Carta, che sta curando la pubblicazione, anno per anno, giorno per giorno, dei carteggi dello Spano con i suoi numerosissimi corrispondenti (oltre tremila lettere). Ti trascrivo la sua risposta, che sono stato autorizzato a rendere pubblica. Un carissimo saluto.

Paolo Pulina

 

Caro Paolo Pulina, rispondo  al quesito che mi poni relativo al rettore di Ploaghe Salvatore Cossu. Le sue lettere oggi presenti nel Fondo Spano della Biblioteca Universitaria di Cagliari, di cui gran parte in lingua sarda, sono una trentina. Ma, come scrive lo stesso Spano nella biografia del rettore, dovevano essere qualche centinaio: quindi dobbiamo desumere che la gran parte delle lettere del Cossu sono andate disperse. Queste lettere, che iniziano nel 1834, io le ho tutte trascritte e commentate e una parte cospicua è presente nel primo volume dell’opera che sta per uscire. Per ovviare al disastro che ti ho detto sopra, io ho provveduto a pubblicare anche quei brevi stralci che lo Spano pubblica nella biografia a stampa del Cossu, soprattutto a dimostrazione che quanto dice lo Spano sul loro originario numero è vero. Questo per quanto attiene all’esistente. Ma il quesito che ti pone il chiaramontese, paesano del Cossu, Salvatore Patatu, suona: "Come mai si sono conservate le lettere di Spano al rettore  Cossu e non si trovano invece quelle di Cossu a Spano?". Mi pare che il quesito, sulla base di quanto oggi conosciamo,  vada rovesciato, cioè: "Come mai si sono conservate le lettere del rettore Cossu a Spano e non si trovano invece quelle di Spano a Cossu?". Il motivo è molto semplice: lo Spano ha diligentemente archiviato e conservato le lettere dei suoi corrispondenti (fra cui quelle del Cossu) e le ha donate (come tu stesso scrivi) alla Biblioteca Universitaria di Cagliari poco prima della morte, anche se disgraziatamente, nel caso del Cossu, ci si chiede come mai le lettere del Cossu siano così poco numerose, dal momento che dovevano essere qualche centinaio. Se ci fossero state tutte, si sarebbe trattato di un giacimento culturale di grande interesse, perché avremmo avuto un corpus documentario che ci avrebbe consentito di conoscere dal vivo la vita del paese di Ploaghe e la vita stessa dell’isola tutta dal 1834 al 1868, anno della morte del Cossu. Le lettere dello Spano al Cossu saranno state in possesso del Cossu stesso e bisogna vedere se egli le ha conservate con la stessa cura con cui lo Spano ha conservato le sue. Occorrerebbe (non si sa mai) verificare se ci sono a Chiaramonti o a Ploaghe dei lontani eredi o discendenti del Cossu e se tramite questi eredi si riesce a sapere se le lettere del famoso canonico ploaghese sono state conservate o quantomeno se siano esistite e fino a quale periodo. Perché, se putacaso solo dubitassimo che esse esistono veramente, sono sicuro che l’indomani stesso tu ed io ci fionderemmo a Chiaramonti o a Ploaghe per vedere sa meravizza! Ma credo che ormai non ci sia nulla da fare e che le lettere siano andate per sempre, purtroppo, perdute. Cordiali saluti.

Luciano Carta

 

I SARDI IN FRIULI VENEZIA GIULIA E IL CANTO SARDO

LA VOCE DI MARIA GIOVANNA CHERCHI

I Sardi del Friuli Venezia Giulia hanno fatto rotta di nuovo nella loro terra di origine per andare a scandagliare nel panorama artistico musicale e cercare le novità che si muovono ed emergono da questo musicalissimo cosmo. Hanno scelto di far riapprodare in Friuli la cantante Maria Giovanna Cherchi con il suo gruppo musicale (da ricordare che pochi mesi orsono si erano già esibiti a Trieste, nel teatro Verdi, cimentandosi in tutti i generi musicali, riuscendo a mixare antichi e misteriosi suoni a moderne melodie, dando così vita a delle sperimentazioni di grande fascino). La giovane e bella artista di Bolotana, con una voce coinvolgente ha portato sul palco una sferzata di energia, di gioia e allegria, donando emozioni intense e vibranti ai numerosi presenti. Ha subito intonato la celeberrima "Dimonios" tanto cara ai sardi residenti in queste terre di frontiera, dove i padri della Sardegna hanno combattuto per la Patria con la storica Brigata Sassari, a seguire, la tradizionale "Duru duru" con una carrellata di intramontabili brani popolari dell’isola, canzoni eseguite come sempre, con passione, intelligenza e creatività, unite alla straordinaria tecnica strumentale dei suoi musicisti. Da subito l’artista, che è abituata a curare tutti gli aspetti e le sonorità, incanta il pubblico presente, grazie alla sua polivalenza musicale, riuscendo a riempire la sala di colori etnici, che sembrano fare rima con quegli stessi colori che esplodono nelle campagne della sua terra in questo stesso periodo primaverile. Ha impressionato favorevolmente anche i numerosi non sardi che hanno atteso l’artista a fine serata per complimentarsi con lei della favolosa e magnifica serata che ha donato, questa semplice e meravigliosa figlia della Sardegna, eccezionale ambasciatrice che riesce a promuovere e dare della propria terra un immagine dolce e positiva. Prolungati gli applausi da parte di un pubblico rapito da queste raffinatezze musicali e dalle delizie sonore degli artisti: Paolo Poddighe alle tastiere; Marco Chessa percussioni e batteria; Edoardo Tuveri chitarra; Tore Nieddu armonica a bocca e trunfa; Gianni Gadau Basso elettrico; che hanno terminato la loro esibizione sulle note di una delle canzoni più popolari della Sardegna " Non poto riposare". Gli appassionati spettatori hanno salutato il gruppo musicale non con un nostalgico addio, ma con un sicuro arrivederci. Questa manifestazione si è potuta realizzare grazie all’Associazione Regionale dei Sardi in FVG con i suoi cinque circoli che sono a: Udine, Gorizia, Trieste, Pordenone e Tolmezzo. In particolare per questa occasione l’organizzazione è stata curata dal circolo di Tolmezzo e dal suo presidente Giuseppe Pilu in collaborazione con il presidente dell’associazione Regionale Carlo Sanna.

Angelo Curreli

 

GLI APPUNTAMENTI AUTUNNALI AL "SU NURAGHE" DI BIELLA

RICORDATA LA "BRIGATA SASSARI" E IL FILM "PELLE DI BANDITO"

Nel corrente anno 2008 cade il 90° anniversario della fine dell’ultima guerra del Risorgimento italiano, che ha visto la Sardegna pagare un tributo di sangue maggiore rispetto alle altre regioni italiane e che ha registrato con la Brigata "Sassari" la più alta espressione di eroismo e di valore. In vista di tale importante appuntamento la Città di Biella e la Comunità dei Sardi residenti nel territorio hanno programmato alcune iniziative tese ad evidenziare il grande contributo offerto dalla Brigata "Sassari" alla causa nazionale. In particolare il progetto denominato "Nuraghe Chervu" ("Nuraghe Cervo"), concretizzatosi con la realizzazione di un monumento alla Brigata "Sassari" nell’area del Parco Fluviale Urbano del torrente Cervo, alle porte di Biella. La cerimonia di intitolazione dell’area monumentale alla gloriosa Unità dell’Esercito Italiano ha avuto luogo il 19 ottobre 2008 alla presenza delle Autorità cittadine e del territorio. A completamento della manifestazione, la sera precedente, nella prestigiosa sede di Palazzo la Marmora, è stata presentata la Mostra Storica "I Diavoli Rossi – la Brigata "Sassari" nella Grande Guerra". Per l’occasione è stata coniata una medaglia commemorativa e predisposto l’annullo filatelico speciale. "China su fronte, si ses sezidu, pesa! Ch’est passende sa Brigada "Tataresa" China la fronte, se sei seduto, alzati! Sta passando la Brigata "Sassari". Schierati al centro della piazza Cisterna, nel quartiere antico della Città di Biella, i fanti della Brigata "Sassari" hanno atteso l’arrivo del loro comandante, il generale Alessandro Veltri per deporre un mazzo di fiori con gli stessi colori delle loro mostrine, bianchi e rossi, e rendere omaggio ai 23 giovani del Borgo del Piazzo, caduti nella Grande Guerra. Fermi, sull’"attenti", per attimo di raccoglimento. Poi le note di "Dimonios", l’inno che ha fatto conoscere anche alle nuove generazioni le eroiche imprese della Brigata "Sassari" ricostituita alla fine degli anni Ottanta del secolo appena passato. Alternando la musica al canto, i soldati procedevano con andatura spedita: "sembrava la processione del Venerdì Santo", ha commentato qualcuno tra il numeroso pubblico; molti hanno unito la loro voce al canto dei soldati, come in una partecipata preghiera. Incuriosita, dai balconi, la gente guardava e salutava il passaggio dei giovani che procedevano verso le sale di palazzo La Marmora per inaugurare la mostra: "I Diavoli Rossi, la Brigata "Sassari" nella Grande Guerra". Ad accogliere gli ospiti, il marchese Francesco Alberti La Marmora, discendente del Generale Alberto La Marmora, senatore del Regno di Sardegna, a cui è intitolata la caserma di Sassari, sede del Comando della Brigata "Sassari". Prima del taglio del nastro i discorsi ufficiali del Sindaco di Biella, dott. Vittorio Barazzotto, del Presidente del Circolo Culturale Sardo "Su Nuraghe", prof. Battista Saiu, e quello del Generale Comandate dott. Alessandro Veltri, seguiti dal concerto della Banda nel cortile d’onore, alternato dal canto a tenore di "Su Cuntzertu abbasantesu" (Oristano). Una mostra ricca di cimeli originali, illustra didatticamente la storia e le gesta del 151° e 152° Reggimento Brigata "Sassari", formata, fin dalla sua costituzione da arruolamento su base regionale. Battista Saiu

 

Chiara Argiolas – sarda di seconda generazione – ha presentato la lezione di cinema "Su Nuraghe film, per conoscere la Sardegna
attraverso il film d’autore".
"Pelle di bandito", regia di Piero Livi (1969).
Chiara Argiolas nata a Biella nel 1985, è impegnata pubblicamente come Consigliere comunale di maggioranza (legislatura 2004/2009), presso il Comune di Mongrando (Sindaco Gino Fussotto). Impiegata presso l’Istituto Bancario Sella Holding Banca, nel tempo libero è animatrice parrocchiale e animatrice del canto sacro presso la Parrocchia di Santa Maria Assunta in Mongrando Curanuova. Già da giovanissima, partecipa attivamente alle feste del Circolo indossando il costume tradizionale di Assemini, paese di origine dei suoi genitori. Scheda del film Per vendicare un’ingiusta accusa di omicidio, rivolta contro uno dei suoi fratelli, il giovane pastore Mariano De Linna uccide un innocente, membro di una famiglia nemica. Mentre i parenti dell’ucciso rinunciano a scatenare una vendetta, Mariano finisce in prigione, dalla quale, però, riesce ben presto ad evadere in compagnia di Pedro, uno spagnolo disertore dalla Legione Straniera, arrestato per un furto d’automobile. Riuscito ad imporlo agli uomini che, tra le rocce e i boschi del Supramonte, gli si sono messi al fianco, Mariano accoglie l’idea di Pedro: rinunciare ai tradizionali metodi banditeschi, per estorcere soldi ai ricchi, sequestrandoli. Addestrati, da Pedro, all’uso delle armi moderne, Mariano e i suoi uomini, favoriti da sicuri basisti e da gente che agisce nell’ombra, si trasformano in veri gangster, tenendo in scacco le forze speciali di polizia inviate contro di loro.Mentre i sequestri vanno a buon fine e fruttano parecchio denaro, Mariano conosce una giovane contadina, Stefania, che gli concede il suo amore. Durante un attacco delle truppe dei "Baschi Blu", Pedro viene colpito a morte, mentre Mariano riesce a sfuggire alla polizia. Ma, ormai, la solitudine di bandito braccato si è fatta insostenibile: i suoi uomini sono stanchi; lo stesso Pedro prima di spirare, lo ha incitato a smetterla con quella vita. Un giorno, inaspettatamente, Mariano viene catturato: forse si è consegnato lui stesso per stanchezza forse lo ha fatto per consentire alla madre di incassare la taglia posta su di lui. Battista Saiu

 

IL GRUPPO FOLK "SU NURAGHE" DI MONS

IL BALLO SARDO IN BELGIO

Mettete insieme l’idea geniale di un emigrato, aggiungete la passione di alcuni giovani e il gioco è fatto. Nasce così a Jemappes-Mons il gruppo folk Su Nuraghe. Promotore Ottavio Soddu, partito da Chiaramonti in una fredda mattina di gennaio di 37 anni fa. L’entusiasmo e la perseveranza di un manipolo di emigrati di seconda generazione ha fatto il resto. La bella avventura ha avuto inizio nel febbraio 1988. Sono trascorsi vent’anni; ma il gruppo, collegato al circolo omonimo, gode ottima salute e non finisce di collezionare successi, guidato sapientemente da Luciano Dalu, maestro e coreografo nei primi cinque anni. Da dieci anni in qua, il compito di coordinare tutte le attività, comprese le prove per tenersi in forma e per creare nuove coreografie, grava sulle spalle di Umberto Soddu. Accompagnati più spesso da-i su sonetto (la fisarmonica diatonica), ma anche dalla chitarra, dalle launeddas e persino dallo scacciapensieri, i danzatori de Su Nuraghe ballano indossando ciascuno il costume del proprio paese sardo di origine. E così, disposti in fila o in cerchio, sono la sintesi visiva e sonora delle consuetudini, delle musiche e dei colori del folklore nostrano. Rispondendo agli inviti piovuti da ogni dove, i danzatori sardo-belgi hanno fornito saggi della loro bravura in Olanda, Francia, Svizzera, Lussemburgo, Germania e, come amano sottolineare nel loro sito internet (www.sunuraghe.be ), "…nei quattro angoli del Belgio". Ma hanno pure partecipato a numerosi festival del folklore. Manco a dirlo, riscuotendo successi lusinghieri e applausi calorosi. Nel libro d’oro del gruppo figurano anche uno spettacolo nei saloni del Municipio di Bruxelles alla presenza della principessa Astrid e le comparsate in TV. Ma la prova più sentita, quella che hanno vissuto con emozione maggiore, resta pur sempre la tournée in terra sarda del 1991. Un’esperienza indimenticabile. Danzare in Sardegna era stato, fin dal primo momento, il sogno di quei ragazzi. Che essi non hanno potuto concretizzare subito, com’era nel desiderio di tutti. Hanno invece aspettato il momento giusto e si sono decisi a sbarcare da noi quando i tempi erano maturi; e cioè quando il grado di professionalità e bravura conseguito poteva permettere l’azzardo di portare la loro interpretazione personale del ballo sardo proprio laddove questo ballo era nato. Ovviamente, il successo è stato clamoroso. Ricordiamo ancora la loro esibizione, in una calda notte estiva, sul palco di piazza Repubblica, a Chiaramonti. Applausi scroscianti e richieste di bis. A riprova che, anche in latitudini diverse, quando comanda il cuore possono riproporsi momenti di emozione intensa, creare atmosfere dense di richiami e di fantasticherie straordinarie. Che fanno rivivere in terra straniera tradizioni e consuetudini che in Sardegna, purtroppo, tendono ormai a scomparire. 

Carlo Patatu

 

TRADIZIONALE INCONTRO DI FESTA CHE CONSOLIDA I RAPPORTI TRA LE COMUNITA’

SARDEGNA E TICINO: IN SVIZZERA LA FESTA DEL CIRCOLO "COGHINAS"

Ogni anno è così. Dal lontano 1980, quando fu fondato il Circolo Coghinas. In ottobre i Sardi del Ticino, e in più tanti anche dalla Svizzera interna e parecchi amici nativi ticinesi, migrano verso il grande raduno autunnale alla grandiosa palestra comunale di Giornico, per festeggiare le proprie radici. È un ideale ritorno per un bagno full immersion negli usi, costumi, prodotti isolani, musica, canti e lingua della propria terra. Marcano presenza in primo luogo gli ex operai che rappresentano i resti della grande acciaieria Monteforno, ricordando con nostalgia la piccola epopea di quella che fu come una colonia di sardi in Ticino: un gruppo di circa quattrocento lavoratori. La festa ha avuto inizio con la presentazione
di un libro molto significativo sull’emigrazione sarda in Ticino, intitolato "Bachis Frau emigrato", nel quale si rivisita, romanzescamente, il percorso di un giovane sardo sbarcato alla Monteforno di Bodio. È un itinerario in cui si può riconoscere ogni sardo che è arrivato a lavorare qui tra noi. Nando Ceruso dell’Organizzazione Cristiano Sociale Ticinese ha avuto parole di grande elogio presentando l’opera letteraria di Vitale Scanu, un ex emigrato sardo al Giornale del Popolo per circa trentanni. Commentando i contenuti dell’opera di Scanu, Nando Ceruso non ha mancato di evidenziare le origini, il paese, quindi le radici, l’anima, il vissuto, nonché la ribellione e la voglia di riscatto cresciuta nell’emigrato Bachis Frau nel quale molti emigrati che lo leggeranno non potranno fare a meno, al di là delle affascinanti ed emozionanti sfaccettature romanzesche che rivisitano sprazzi di vita popolare isolana del secondo dopoguerra, di identificarsi e riconoscersi. Il programma è proseguito poi con la Santa Messa nella Chiesa di San Michele di Giornico, dove il parroco, padre Angelo Fratus, ha lodato la ferma volontà dei sardi di ribadire le proprie radici e tradizioni, senza dimenticare che pure la fede dei sardi è da conservare. La messa è stata condecorata da Maria Giovanna Cherchi, che anche qui ha voluto rinnovare, con la sua splendida e vibrante voce il canto alla Madonna e al Padre nostro che si diffondeva e risuonava nella bella chiesa San Michele di Giornico, la commozione del cantare davanti al Papa nel piazzale di Bonaria a Cagliari, il 7 settembre scorso. La giornata conclusiva, ha avuto il suo clou nel pranzo comunitario, al quale ha fatto seguito la premiazione del concorso di disegno dei bambini e l’entusiasmante esibizione di Maria Giovanna Cherchi che ha presentato il suo ricco repertorio di canti sardi con la sua bellissima e dirompente voce, che ha fatto gioire e, spesso, anche commuovere la comunità sarda che gli si è stretta attorno in un corollario di entusiasmo e di grande affetto. Sarà una parola grossa, paragonare il nostro augurio a quello che si fanno le comunità ebraiche incontrandosi tra loro: il prossimo anno a Gerusalemme, però anche tra noi sardi ogni anno ci auguriamo tra gli amici fraterni di un Ticino che ci ha ben accolti e valorizzati per quelli che siamo e per ciò che abbiamo saputo dare a questa regione meravigliosa che oggi riteniamo anche nostra. Arrivederci all’anno prossimo qui a Bodio, sempre in amistade.
Michela Solinas

UN PERCORSO NARRATO ATTRAVERSO I SUONI, I LUOGHI, LE TRADIZIONI E LA STORIA ISOLANA

TALAM, VIAGGIO DENTRO LA CIVILTA’ MUSICALE DEI SARDI

Quando nel 2000 la televisione svizzera produsse una serie di documentari incentrati sulla cultura musicale dei popoli, in rappresentanza del bel paese venne scelta la nostra Sardegna. Si intitola Talam questo "viaggio dentro la civiltà musicale dei sardi"; otto anni fa era stato proiettato nel circuito cinematografico milanese e ora viene riproposto al circolo sardo di Milano, giusto per mantenere alto il grado di nostalgia dei soci, la cui età media è, ahimè,  spostata più verso i sessanta che verso i trenta. A tenere le fila del discorso  musicale tutto è Francesco Masala, lo scrittore di Nughedu S. Nicolò scomparso mesi fa; da bravo padrone di casa fa aprire il video ad un altro poeta sardo la cui vita è stata di recente violentemente interrotta ad Orgosolo: Peppino Marotto (e ancora nulla si sa del suo assassino). Io ve la trascrivo pure la poesia, che appare in italiano in sottofondo, ma letta in sardo( possibilmente a voce alta) fa tutto un altro effetto:" Ind’una bella notte ‘e luna prena/ so andadu a dormire a Supramonte/e cun s’isfera lughente de fronte/fidi incantada sa montagna amena/No è sa fantasia ‘e su poeta/chi dilirante componidi su versu/ es propriu sa veridade netta/chi pariada unu mundu diversu/anzisi  unu diversu pianeta/girande cun sa luna in s’universu/.  Questo altro pianeta è, esiste, in grazia di una lingua che lo contraddistingue che, come sottile tenacissima tela di ragno, tutto lo copre e ne tiene avvinti gli abitanti. Parafrasando Masala "a sos tempos de sa pizzinia, in bidda, totus chistionaiamus in limba sarda". La lingua è il mondo e il mondo sardo esprime una cultura , di cui la musica è parte, assolutamente originale, fantastica, mitica. "Il mito, come il fiume, trascina la memoria delle cose dalla sorgente del passato alla foce del presente" (F.Masala). E allora Elena Ledda, voce sontuosa, canta sulla spiaggia:"Dal mare arriva il vento e porta grandine d’oro e pioggia fine fine…".I tenores "Remunnu ‘e Locu" di Bitti col loro rincorrere muggiti e belati di bestie(si supponet che custu cantu fiet millenariu), cantando a "battoro"serenate "a sas pizzinnas".  Cantos de amore dunque, come quel tenore accompagnato da chitarra e organetto che:"…in su monte ‘e Gonare, si no mi dono a tie, mi truncu calchi vena, mi lassu svenare…". Che mi sembra francamente esagerato, ma solo perché non conosco la bella a cui si rivolge. Perché, dice sempre Cicitu Masala :"Inoghe, unu tempusu, sa Sardigna fue piena de ottomiza nuraghes, no esistia sa zittade, no esistia sa idda…sa zente ,massaios, pastores e cazzadores, tribadaiada e poi si divertiana cun ballos,cantos e sonos, tottos sa cosa chi sa zente zaghe oe". E gli strumenti  che più ci riportano al tempo del nuraghe, i flauti, i tamburi, le launeddas, sono ancora quelli che scandiscono le feste dei paesi sardi. E se non avete mai sentito il tamburo di Pier Gavino Sedda  risuonare tra le tortuose stradine di Gavoi, seguito da decine e decine di ragazzini in costume, ognuno col suo tamburino, vi siete persi un’emozione forte, che scaturisce dal ventre della terra. A fare da contralto i campanacci (is pipiolos)delle pecore, che escono scordati dal crogiolo (su botto) ma che, una volta accordati dall’artigiano, suonano una melodia assoluta e incerta nello stesso tempo  all’incedere del branco. E, prima di partire, gli ultimi preparativi (miggias, a postu?), "Samugheo, poi Allai e Marrubiu, dua diese e una notte e seusu in Campidano". E per tetto un cielo di stelle.  Che le donne in nero che cantano i cinque misteri  gloriosi sanno essercene più di uno, dicono infatti :"babbu nostu chi stadis in sos chelos…". Paolo Fresu, capelli lunghi raccolti a coda di cavallo, prima di dare sfogo alla sua tromba parla della piazza come luogo dell’incontro, "la musica è per il ballo, il ballo è per la musica". Riccardo Lay col suo contrabbasso suona "Gobbura", la cantava mamma e parla di una famiglia contadina, povera,sassarese. Si incontra col sassofono di Gavino Murgia al museo Nivola di Orani, anche lui come il grande scultore, "cun sa musica chircande unu ponte ideale tra sa Sardigna e s’America e tottu su restu ‘e su mundu". Alberto Balia usa le corde della sua chitarra per una "fiuda bagadia", che viene dal reper
torio delle launeddas. Mentre le donne fanno il torrone, a mano, altre infornano pane "carta da musica, altre tessono tappeti che neppure a Samarcanda. Con voce in sottofondo:" Cantant sus puddos e sos cardinales a manzanile, in berritta ruja e su telargu zocat…tres tramas pro sos sognos, tres tramas pro sa sorte, sa bianca pro sa vida, sa ruja pro s’ammore, sa niedda pro sa morte" (Manzanile de sa tessidora). E poi " cinquecento corpi di uomini vestiti di un bianco saio corrono scalzi, per sottrarre il santo al saccheggio degli invasori che giungono dal mare". Perché, sempre Masala che parla :" s’inimigu vene sempre da ‘e su mare, sos fenicios, sos punicos, sos romanos…sos italianos". Di tutti questi popoli è rimasto segno nel tempio ipogeico di San Salvatore, vicino Cabras, da dove Andrea Parodi, tutti i suoi capelli lunghi, canta un’ave maria di struggente bellezza. Non potevano mancare i mammuthones  di Mamoida e Samugheo, quelli di Sedilo che si buttano coi cavalli a rincorrere una bandiera di pezza,  quelli di Busachi a ballare coi costumi dai colori di zafferano e malva. Ogni tanto intercala una poesia, Pietro Sotgiu che scrive di acque che scorrono gorgoglianti da Tuili alla valle di Oddoene, fra i cogoli bianchi, da Flumineddu, abbondanti fino al mare. "Nessun’atra dea podia cumpetere con s’abba…". L’organetto magico di Totore Chessa. Le launeddas di luigi Lai e di Franco Melis che farebbero ballare anche l’esercito di morti che combatte nell’ultimo libro di Salvatore Niffoi. Alla fine del video alcuni dei componenti il gruppo di teatro "Meda Modos" legge una serie di "ballate" riscritte e non tradotte dal sardo in cui Masala le ha pensate, uno spettacolo che hanno riproposto per ben 18 volte. E nell’agosto del ’95, ad Ardauli, hanno avuto la fortuna di incontrarsi con l’autore. Indimenticabile Agnese nella ballata di Giovanna la rossa : " … prima di sposarmi facevo…la puttana, no mi prascidi a coddai, mi prascidi a pappai…)Anche Giangiacomo Feltrinelli si era innamorato di questo testo, lo pubblicò nel ’62 : "Quelli dalle labbra bianche", uno dei più bei libri contro ogni guerra che mi sia stato dato di leggere nella mia lunga carriera di cacciatore di storie. I giovani di Arasolè sono chiamati  dalla Patria e solo uno di loro tornerà dalla guerra, "Arasolè, dicevo, è un piccolo villaggio, così piccolo che l’odore dell’incenso che esce dalla vecchia chiesetta di Prete Fele arriva fino alle ultime case…(pag.5). Masala è stato un grande intellettuale, convinto che "sa zente de sa pedra non sia icumparsa, che restano sos documentos de custa istoria nostra, sa musica, sos coros, sos ballos, su modu ‘e fueddare, su modu ‘e nare, su modu de mandigare…sighidi ancora oe. Tottu cantos semos ancora in manu de custa antiga zivilidade nuraghesa." . Era altresì convinto che fosse sufficiente scrivere del suo piccolo mondo perché questa voce fosse intesa da tutti, italiani compresi, ai  quali mai aveva perdonato di avergli imposto, in prima elementare, una lingua totalmente sconosciuta da quella che si parlava in casa sua e nel paese.  Se Giustizia esistesse, diceva, ogni italiano dovrebbe essere bacchettato sulle dita finchè non  parli correntemente  anche il sardo. Sono assolutamente d’accordo con lui.
Sergio Portas

IL "GRAZIA DELEDDA" DI MAGENTA HA DEDICATO UN POMERIGGIO ALLA MEMORIA DI SERGIO ATZENI

RICORDANDO UN GIOVANE SCRITTORE

Il circolo culturale sardo "Grazia Deledda" di Magenta, presso l’Aula Consiliare, ha ricordato in un intenso pomeriggio culturale, la memoria di Sergio Atzeni. Il convegno che è stato presenziato dal sottoscritto, Presidente del circolo, è stato moderato da Irene Saba, coordinatrice del Gruppo Cultura del "Deledda". Hanno relazionato le dottoresse Pasqualina Deriu (docente a Milano) e Puccy Polverino, insegnante presso il Liceo Quasimodo di Magenta. Al termine, c’è stata la proiezione del film "Il figlio di Bakunin". (ci riferisce Antonello Argiolas)

 

ESIBIZIONE ALLA PRESTIGIOSA UNIVERSITA’ DI PAVIA

I TENORES DI BITTI "REMUNNU ‘E LOCU

Nel pomeriggio di domenica 19 ottobre, presso l’Aula del Quattrocento dell’Università, il Circolo culturale sardo "Logudoro", presieduto da Gesuino Piga, in collaborazione con la Federazione delle Associazioni Sarde in Italia (FASI), la Regione Autonoma della Sardegna-Assessorati  del Lavoro e della Pubblica Istruzione, con il patrocinio dell’Università degli Studi, della Prefettura, della Provincia, del Comune e della Camera di Commercio di Pavia,  ha proposto l’esibizione del Gruppo  Tenores di Bitti  "Remunnu ‘e locu". Il Gruppo è composto da:  Daniele Cossellu (oche e mesu-oche, capogruppo), Pietro Sanna (oche e mesu-oche), Mario Pisu (bassu) e Pierluigi Giorno (contra). I componenti del gruppo sono stati portati alla ribalta mondiale dalla BBC inglese e sono insigniti dell’Ordine dei Cavalieri della Repubblica italiana.  Il Canto a Tenore, nel novembre 2006,  è stato dichiarato dall’Unesco patrimonio immateriale dell’umanità. A Pavia il Gruppo è stato accompagnato con le launeddas dal maestro Fabio Melis. (ci riferisce Paolo Pulina)

 

SERATA A TENORE ANCHE AL CIRCOLO "SU CUNCORDU" DI GATTINARA

I TENORES DI ABBASANTA

Il canto a tenore è sbarcato a Gattinara (Vercelli) nella chiesa di Santa Marta, con il concerto dei "Tenores di Abbasanta", un complesso di cinque cantori provenienti dalla provincia di Oristano che, senza strumenti musicali, hanno cantato brani sacri e della tradizione popolare sarda. L’iniziativa è stata organizzata dall’associazione sarda Cuncordu, in collaborazione con la parrocchia San Pietro e la confraternita della chiesa
di Santa Marta. Durante la serata sono stati letti brevi stralci tratti dall’omelia che Papa Benedetto XVI ha pronunciato il 7 settembre a Cagliari, quando si è recato in Sardegna per omaggiare la Madonna di Bonaria, nel centenario della sua proclamazione a patrona dell’isola. Il canto a tenore, proclamato dall’Unesco "Patrimonio intangibile dell’umanità", è uno stile di canto che ricopre un ruolo importante nel panorama delle tradizioni sarde, sia perché espressione artistica di pura matrice isolana, esente da condizionamenti o influssi esterni, sia perché espressione sociale del mondo agro-pastorale. Il quartetto base è composto dal basso, dal baritono, dal contralto e dalla voce solista che oltre a cantare la poesia deve scandire il ritmo e la tonalità che il coro deve seguire armoniosamente.
Giuseppe Orrù

 

LA STRAORDINARIA POESIA DI MIRKO FIORI DA REGGIO EMILIA

A SU TZIRCULU G. MARIA ANGIOJ – MARCHIROLO

Sa  primma  orta  ki  bi  so  andadu  / A  sa  festa  de  Franziscu  santu  / Su  mes e  santu  aini  appo  ispettadu

Pro  iere  su  populu  tottu  cantu / Leandesi  s impignu  cuncordadu  / Pro  faghes  custu  atteros   n’dat  frantu

Donz  annu  rinnovan  sa  fadiga / Faghindesi  sa  zente  tottu amiga.

Val  di  Marchirolo  lumenada / Est  su  logu  chi  ospitat  sas  festas / A  laccana  s’ isvizzera  situada

In  mesu  de  lagos  e  forestas.

Inoghe  zente  sarda  at  fattu  dimora / Emigrande  dae  sa  terra nadia / Ma  tottu paris  festeggian  ancora

Ka  de  sardigna  zughen  s’allegria / Sa  dominiga  a  mesudie  est  ora / De  formare  una  bella  cumpanzia

In su tzirculu de sardos  montagninu / Buffande  kimbe  o  ses  tazzas  de  inu.

Tzirculu  de  cultura  ana  formadu / Tottu  partecipan  derettu / Dae  tempus  meda  cominzadu

Se guru  ki  non  bat  unu  difettu.

An  postu  una  bella  intestazione / Pro  ammentu  de  totta sa  sardigna / Cun coraggiu e tanta devozione

Ka est zente de onore e tantu digna.

A G.Maria Angioj an dedicadu / Su lumen de custa associazione / Ki sa terra nostra at onoradu

Faghinde manna sa rivoluzione.

Tottu canta s’organizzazione / Manizzan cassarolas e padeddas / Prontos a bintrare in azione

Triballan impegnados tottu a keddas.

Su fogu faghen pro arrustire / Porcheddos puntos in s’ispidu / Cun sa zente prontos a dividire

In sa mesa ponen su cumbidu.

Suerans sas feminas in coghina / Faghinde sos piattos prelibados / Istraccas pinnigan s’ischina

Cunentande sos chi sun’ arrivados / Dae tesu o dae idda ighina / Mustrandeli manigos famados

Auguran a tottu chen’ingannos / Bonu appetitu a minores e mannos.

Como lis auguro cun tantu affettu / Sighinde tradizione no est regressu / Ki non lassen mai su connottu

Abbrazzande pro sempre su progressu.

Marghine, Anglona e Goceanu / Dae Campidanu, Barbagia de Ollollai / Oristanis, Baronia e Sarcidanu

Sa Sardigna no ismentighedas mai.

Mirko Fiori

 

AD ASSISI NELLA PIAZZA DELLA BASILICA DI SAN FRANCESCO, LA MOSTRA DI PINUCCIO SCIOLA

L’ARTISTA CHE RIFIUTA MODE E MARKETING

Sotto la Basilica di San Francesco una ragazza si muove lentamente tra le grandi pietre e le piante di ulivo che avvolgono la piazza più sacra di Assisi. Cammina incredula, quasi a cercare il perché di quella immensa incursione di pietre come una colata lavica. Poi, improvvisamente, chiede al primo che incontra: «Che cosa sono queste pietre? E questa fessura, chissà come hanno fatto a inserire questa roccia nell’altra. È incredibile, c’è qualcosa di magico». Sciola ascolta divertito e risponde: «Sono dei semi, i semi della pace». E poi, sottovoce: «Un giorno ho fatto vedere a un gruppo di bambini delle pietre come queste, ma piccole, le tenevo in mano. Ho chiesto: che cosa si può fare con questi semi? E loro: bisogna piantarli, così crescono le montagne. Così li ho piantati qui, ad Assisi». Pinuccio Sciola è abituato a tutto questo, all’incontro spontaneo con le persone, a parlare con semplicità e leggere lo stupore nel volto degli altri, soprattutto se viene scambiato per un passante e non per l’autore di quelle opere così sorprendenti, visibili nella piazza inferiore della basilica di Assisi sino al 16 novembre. Già, perché a lui (classe 1942, piccolo grande leone della scultura italiana, grandi occhi azzurri e mani possenti) proprio l’abito e la parte dell’artista non vanno giù. Anzi, gli sono proprio estranei. Appare più come un francescano senza saio, un seminatore di pace che usa l’arte come parola, anche spirituale. Ma Sciola è uno scultore vero, un uomo vero, che non si maschera. Nel panorama italiano è un caso, se non unico, certamente particolare. Non entrerà mai nella lista stilata da ArtReview sui personaggi più influenti dell’arte, è l’opposto di Damien Hirst e dell’arte come multinazionale. Piuttosto, fa parte di quella categoria di artisti che pur esponendo in prestigiose sedi internazionali, scelgono di vivere nella marginalità, in una difficile e invisibile linea di confine, che ha la forma del piccolo paese che lo ha visto nascere, San Sperate, a una manciata di chilometri da Cagliari. Nella sua casa, che è un infinito via vai di amici, visitatori, critici, si muove sempre a piedi nudi, accoglie tutti con un pezzo di pecorino e un buon bicchiere di vino. Poi, via a parlare o a incantare con la musica delle sue sculture, quelle «pietre sonore» che lo hanno reso celebre. Poche carezze sulla pietra e un suono inaspettato avvolge lo spazio: un suono liquido se la pietra è calcarea. Quasi un crepitio del fuoco se si tratta di basalto. «Ho sconfitto l’idea della pietra muta – ripete sorridendo -. Faccio emergere la memoria della materia, l’acqua e il fuoco: tiro fuori le nostre origini primordiali». Pochi artisti hanno un legame con la terra come questo scultore ingannevolmente semplice che parla di sassi citando Rimbaud: «Se ho fame è solo di terra e di pietra. Mi nutro d’aria, di roccia e di fango». Ma tutto questo non stupisce. Basta essere stati una volta nel suo «orto», un prato dove raccoglie le sculture monumentali per capire come ogni suo comportamento abbia qualcosa di antico e poetico. Basta andarci al tramonto, basta un fuoco acceso che illumina le sue pietre. Basta appoggiare l’orecchio a quelle sculture tagliate da linee verticali come corde di uno strumento musicale. Già, Sciola è uno di quelli che ti stupisce, sempre. Uno di quelli per cui non conta la linea della vita incisa nella mano. È uno di quelli che la linea la cambia con un taglio di coltello: figlio di contadino, sette fratelli, una sorella, un destino segnato. Invece, da bambino, nelle pause del lavoro nei campi, disegna, intaglia il legno, modella il fango. E il destino ha il volto e il nome di una maestra elementare, Luisa Gonzalez che lo scopre e lo protegge. La sua vita imbocca una strada diversa, ottiene delle borse di studio, comincia a studiare a Cagliari e poi a Firenze. Determinazione, carattere, sacrificio: inizia la scoperta del mondo. Va all’accademia di Salisburgo dove conosce Kokoschka, Manzù, Vedova, Moore. Ma non gli basta: prima Spagna, poi Parigi (è lì nel maggio del ’68), nel ’73 incontra Siqueiros a Città del Messico con cui lavora. Comincia da qui la trasformazione della sua San Sperate in un «Paese Museo » avvolto di murales fatti da artisti internazionali e da bambini e dove ogni anno prendono vita mostre, concerti, incontri. E poi, sempre, la scultura, con la scoperta delle sue «pietre sonore»: essenziali, stupefacenti e magiche, tanto da affascinare, tra gli altri, anche Renzo Piano che vuole una sua grande opera all’Auditorium di Roma. «In uno dei tanti miti della creazione, dai sassi antichi crescono giganti. Sciola, scalda nella terra i semi di una foresta pietrificata. Segni di una grande arte» sottolinea lo storico dell’arte Arturo Carlo Quintavalle, che ad Assisi ha presentato il lavoro dello scultore. Certo, c’è un vero fil rouge che prevale in tutta la sua opera: l’arte come necessità di riflessione sulla natura, sui valori della nostra esistenza, sulla primavera della speranza. Arte come etica. E anche per questo, Sciola è un artista raro. Un vento caldo accarezza l’enorme distesa di pietre vulcaniche appena bagnate da un amico. L’acqua le rende luminose, quasi pulsanti sotto la luce tersa e restituisce a questa mostra all’aperto il suo senso di un momento straordinario e irripetibile. Come ricorda Gillo Dorfles, «Le pietre di Sciola hanno il potere di suscitare l’equivalente di un evento sacro». Ed è così davvero, soprattutto in questo luogo pieno di valori simbolici, di storia e spiritualità dove il tempo appare sospeso in una cornice mistica e quasi metafisica. Sciola si siede su una delle sue pietre. È stremato ma con una energia ancora incontenibile: «I problemi non sono quelli delle banche ma della pace. Siamo circondati da violenza, intolleranza, rifiuto dell’altro, in un mondo dove incombe costante la paura e un senso di morte. L’artista propone utopie. Vive di utopie. E cerca di lasciare delle tracce, tracce per pensare. Se ho una missione, questa è la mia missione». Gianluigi Colin (Corriere della Sera)

 

 

 

 

 

DALLE VISITE SU WWW.TOTTUSINPARI.BLOG.TISCALI.IT, UNA POESIA

OH SANDALIA!

Caro Massimiliano,complimenti per il tuo blog, molto ricco ed interessante. Ho pensato di inviarti una poesiola per ricordare la nostra Terra a tutti i Sardi che non ci vivono. Oh Sandalia! Spera di sole, abbagliante ed implacabile. Sabbia umida, graffiante ed inalterabile. Macchia vegetale, profumata ed intoccabile. Canto di cicale, cadenzato ed interminabile. Terra natia, silenziosa e selvatica, dono di Dio. Terra mia, ospitale e granitica, caduta nell’oblio. Dimora di genti fiere ed obbedienti, calpestate nell’orgoglio e nei propri sentimenti. Ricovero di Re, Regine e cortigiani, padroni incontrastati, agnostici e villani. Eppur madre di illustri Presidenti, premiati Letterati: Antonio, Francesco e Grazia i più famosi ed apprezzati. Anche l’Eroe si riposò, tra le tua acque frizzanti e cristalline, fino a morir nella sua casa tra le coste smeraldine. Fabrizio si innamorò della Gallura, soffrì in silenzio e non ebbe paura. Guardò gli uomini in viso e gli tese la mano, poi scrisse una canzone donandogli il perdono. Oh Sandalia! Non piangere dolente. Dacci coraggio e volontà. Unita e laboriosa, questa è la tua gente. Salute,pazienza e verità.  

Pier Francesco Maguledda

 

A LACCHIARELLA, SPAZIO D’USO IDEATO DALL’ARCHITETTO RAIMONDO MASU

LE UOVA DI LORENZ

L’architetto e scultore Raimondo Masu, le cui attività sono fondamento di azione e creatività artistica rivolte alla realizzazione di "spazi d’uso" alternativi e di laboratorio,  ha ideato un nuovo "Spazio minimo di sopravvivenza" a Lacchiarella (MI), nei locali Defram (via Vittorio Veneto, 35) e con  la prospettiva di permanenza per offrire un libero punto d’incontro e contatti ad artisti, enti, aziende e singoli cittadini. L’evento inaugurale, titolato Le uova di Lorenz, coinvolge a tutto campo e nella sintonia di differenti linguaggi le opere di Mauro Carbone, professore di Estetica alla Facoltà di Filosofia; dell’artista Darbedàt; la complessa e astratta tela tonda Paesaggio poco romantico di Alessio Larocchi, che senza la corrispondenza di certezze geografiche sembra contenere un’orografia "costantemente collegata alle pulsazioni di un debole battito cardiaco"; gli spartiti di Salvatore Sciarrino e il lavoro sulla partitura di Marco Angius, apprezzato direttore orchestra di origine sarda (nel 2006 ha diretto l’Orchestra del Teatro Lirico di Cagliari – Cinque passi nel Novecento) considerato interprete di riferimento per la musica italiana d’avanguardia , che "traccia un percorso di lettura su più dimensioni". E ancora lo spartito del giovanissimo musicista Raul Giancarlo Maria Masu, che si cimenta in una composizione valzer che unisce e lega l’ambiente e l’emozione del Trio per pianoforte + grilli + fontana. Ma il vero manifesto del perimetro spazio minimo è la scultura Le uova di Lorenz di Raimondo Masu, che attinge ed attiva argomentazioni da Konrad Lorenz "sulla correttezza della teoria evoluzionistica". Masu, con la sua opera in legno-bronzo-uovo d’oca, si posiziona nel decisivo passaggio-paesaggio dell’attimo prima della schiusa delle uova; fase sensibile d’imprinting per "indirizzare la comprensione" dell’accadimento e lo sviluppo-rivelazone nella realtà quotidiana. Le proposte artistiche diversificate dell’architetto scultore si distribuiscono in filigrane di grandi dimensioni, valorizzate da curate illuminazioni, e su sculture da portare, oggetti minimi di originale concezione e di pregevole fattura in oro, argento e bronzo, frutto di creatività apparentemente ludica ma profondamente meditata e ricca di accezioni e utilità pratica. Raimondo Masu è nato a Tempio Pausania e laureato a Milano nel 1979. Insegna presso la facoltà Architettura – Bovisa Milano e si occupa di progettazione esecutiva e tecnologia dei materiali. Artisticamente, con opere di meditazioni spazio-temporali, offre la novità e l’intensità di emozioni che testimoniano nuovi e differenti livelli di osservazione del complesso sistema di significati e rappresentazione dell’arte. Cristoforo Puddu

 

LA MOSTRA FOTOGRAFICA DI MARIA ANTONIETTA MAMELI

"RED BAGS" CONQUISTANO PARIS PHOTO

Prosegue il successo della mostra fotografica "Red Bags" di Maria Antonietta Mameli, avvocato cagliaritano con avviato studio legale a New York e una grande passione per la fotografia. Dopo la mostra di aprile (serie Red Bags e Red Leashes), che ha inaugurato l’apertura della nuova galleria di Bruce Silverstein in 20th Street nel quartiere di Chelsea), le opere della Mameli (nella foto a Cagliari, in piazza San Cosimo) sono state recensite sul New Yorker del critico d’arte specializzato in fotografia Vince Aletti. A dicembre la mostra sarà allestita dall’Aidap Miami, l’associazione internazionale dei mercanti d’arte specializzati in fotografia, in contemporanea alla fiera d’arte Miami Basel. In uno special sul meglio di Art Basel- Fotografia, su Rodeo Magazine, (mensile dedicato ad arte e design) una pagina è stata dedicata alla presentazione di Maria Antonietta Mameli e alle sue immagini. Due foto della serie Red Leashes sono state riprodotte nell’articolo. Le foto sono state pubblicate su Paris Photo, alla fiera internazionale dedicata esclusivamente alla fotografia che si tiene ogni anno, da dieci anni, a Parigi al Carrousel du Louvre.

 

ALLUVIONE FLAGELLO NEL CAGLIARITANO

SPAZZATE CASE, CAMPAGNA E STRADE

La morte venuta dal cielo, con diverse vittime in tre ore di diluvio dopo mesi di siccità. Il nubifragio ha spazzato con la forza di uno tsunami il territorio da Capoterra a Cagliari. Evento eccezionale, 370 millimetri di pioggia cadute in tre ore da Apocalisse. Ma i disastrosi effetti, provocati da un’ondata di piena respinta dalla mareggiata che flagellava la costa, sono anche frutto della mano dell’uomo, del dissesto idrogeologico. La natura ha fatto il suo corso terrificante, conseguenze gravi ci sarebbero comunque state. Ma se non si fosse costruito dove ogni regola imporrebbe di non farlo. Se tante lottizzazioni non fossero state localizzate lungo la sponda del Rio San Girolamo. Se le vie di fuga dell’ondata non fossero state ostruite e l’acqua avesse potuto defluire su terreni liberi, il disastro sarebbe sta
to contenuto, meno catastrofico e tragico. Gli accertamenti potranno appurare fin dove si può imprecare contro un nubifragio travolgente e quanto si deve invece accusare l’uomo: la natura non si vendica, semplicemente e periodicamente continua il suo corso, a volte di violenza incontenibile. Ma ora è il tempo del dolore e della solidarietà. Per i morti. E 600 famiglie isolate a Poggio dei Pini. La zona di Capoterra porta i segni più evidenti del disastro. Piegata da una frana scatenata dal violento nubifragio che si è abbattuto sul Cagliaritano. Colpiti anche il capoluogo, Monserrato, Assemini, Uta e San Sperate. Danni materiali che ammontano complessivamente a 15 milioni di euro. Avviate le procedure per lo stato di calamità naturale.
Ennio Neri

 

IN RIFERIMENTO AL NUMERO 220 CHE HA DATO SPAZIO AL CIRCOLO "SHARDANA"

DAGLI STATI UNITI, "TIRATA D’ORECCHIE" A TOTTUS IN PARI

Gentile Signor  Perlato, Sono Giacomo Bandino,  socio fondatore del Circolo Shardana, e dal mese di aprile 2008 orgogliosamente lo rappresento.  Desidero complimentarmi per la vostra iniziativa  dedicata alla pubblicazione Tottus in Pari, ed in particolare vi ringrazio per averne dedicato  il numero di Ottobre al mio compagno di viaggio ed amico  Bruno Orru’.  Devo mio  malgrado però contestarvi la parte che riguarda il circolo Shardana  Pag 2. Premesso che il testo che voi riportato fu quello preparato in occasione della conferenza programmatica sull’emigrazione tenutasi a Cagliari dal 25 al 27 aprile 2008, e doveva essere usato e letto solo per quell’occasione. Mi fu detto che del testo ne fu letto solo un frammento poiché  il tempo materiale assegnato a Gianni Deriu  portavoce del Circolo Shardana fu brevissimo. Non so’ come e quando questo testo vi sia pervenuto e pubblicarlo  nel modo che avete scelto lo trovo  non certamente corretto. Indipendentemente chi ha scritto il testo (non certo Gianni Deriu), penso che sia un atto dovuto chiedere  ed ottenere il benestare dall’entità interessata (Circolo ShardanaUSA) prima che si scelga di divulgarlo. E questo non solo per una questione di etica ma anche in uno spirito di cooperazione fra i circoli, come evidenziato il quel testo …." Sarà necessario comuniare meglio fra i circoli sparsi nel mondo al fine di alimentare e condividere idee che possono tradursi in fini ed interessi comuni".  Sono ancora di questa convinzione anche dopo questo incidente di percorso, che sicuramente troverete il modo per le opportune correzioni. Penso che nuove opportunità saranno con noi nel prossimo e forse io sarò introdotto come nuovo presidente. Grazie per la vostra attenzione ed un grazie di cuore per il vostro lavoro ed impegno.

Giacomo Bandino

 

Come premessa, mi scuso, se con la pubblicazione di quel testo ho offeso la dignità di qualcuno. Entrando poi nello specifico, e mi riferisco alla Conferenza Internazionale sull’Emigrazione a cui ho partecipato a Cagliari, da buon pubblicista ho rincorso tanti rappresentanti dei circoli sardi in giro per il mondo per avere i loro interventi. Interventi che consegnati a tale Massimiliano Perlato, non significavano nulla. Recapitati a "Tottus in Pari" avevano un altro significato, visto che per tutti non era una novità. Da anni entra nei pc dei circoli dei sardi emigrati. L’unica promessa che potevo fare, era quello di dare spazio alle loro realtà nelle piccole possibilità che la pubblicazione poteva avere. Lo ha fatto Pietro Schirru per l’Australia, l’ha fatto Francesca Fais per la Svizzera, l’ha fatto Maddalena Fadda per la Germania… Lo ha fatto Gianni Deriu per gli Stati Uniti. Ci tenevo in particolar modo al circolo "Shardana" perché il compianto Bruno Orrù mi ha sempre seguito con affetto, tanto che nel febbraio 2008 con il numero 190 già dedicai uno speciale alla vostra realtà. Altri non hanno accettato di darmi il loro intervento.. altri, me l’han dato solo dopo qualche mese e dopo la contestuale nascita del blog (www.tottusinpari.blog.tiscali.it) che la invito a visitare. Questo perché comunque volevo sottolineare lo spirito di Tottus in Pari che esiste senza alcun scopo di lucro, ma semplicemente per passione. Passione e amore legate alla Sardegna e al fatto di credere alle potenzialità del mondo migratorio isolano. E’ una battaglia quotidiana che si affronta sul campo dell’informazione per evidenziare le nostre iniziative, i nostri progetti, i nostri riscontri. E per nostri non intendo solo dei circoli di questo e di quel paese. "Nostri inteso" in senso globale: tottus in pari! Nessuno escluso. Ci credo in prima persona, visto che lo seguo già da 11 anni… ci credono in tanti.. basta vedere le firme che si ripetono in questi 220 numeri fin qui creati, di coloro che collaborano. Desidererei che da oggi, signor Bandino, ci creda anche lei… Sono pronto a ricevere da parte sua un testo di precisazione, a sua firma, che mi impegno a pubblicare. Ma non solo: qualsiasi notizia sulle vostre attività, iniziative e manifestazioni troveranno sicuramente spazio in Tottus in Pari! A sua disposizione, cordialmente. Massimiliano Perlato

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