Tottus in Pari, 217: S.O.S. spopolamento

Meno di 3mila abitanti, quasi sempre lontani dalle coste e, soprattutto, dalle città. E’ l’identikit dei piccoli centri rurali a forte rischio di spopolamento. Da uno studio delle Acli (associazioni cristiane lavoratori italiani), legato a un’elaborazione dei più recenti dati dell’Istat, è emerso che nel 2007 sono stati 178 (su 377, il 47%) i Comuni con un saldo migratorio negativo. I Comuni in condizione di malessere demografico grave sono in un’area ben definita. Partendo dal sud della pianura di Sassari, si distribuiscono, quasi senza soluzione di continuità, lungo un’ampia fascia in direzione sud-ovest, che investe le aree centrali dell’isola e giunge fino alle colline della Trexenta, del Flumendosa e Flumineddu. Un terzo della superficie sarda. Tra le province "in condizione di malessere grave" c’è Nuoro (il 75% dei Comuni nel 2007 aveva un saldo migratorio negativo) e Oristano (la percentuale è del 52%). Le altre province: Sassari 45%, Medio Campidano 46%, Carbonia Iglesias 30%, Olbia Tempio 15%, Cagliari 39% e Ogliastra 47%. Chi registra buoni indici di saldo naturale (differenza tra nati e morti) e migratorio è Olbia Tempio. A lanciare l’sos spopolamento, era stata la Coldiretti Sardegna, auspicando strategie fiscali per le zone interne, tali da convincere le imprese a non delocalizzare verso le aree urbane o i porti. In Sardegna non è stata intrapresa alcuna politica contro lo spopolamento. Serve una visione strategica che si ispiri ai vasi comunicanti tra i territori, con un riequilibrio capace di superare il divario città-campagna. Cruciali servizi come sanità, scuola, assistenza, collegamenti. Negli ultimi 50 anni oltre un milione di persone, il 60% dell’attuale popolazione, ha trasferito la residenza restando in Sardegna. Il 40% si è trasferita a Cagliari e hinterland. Nella provincia di Nuoro che nel 2007 ha visto più delle altre spopolarsi i suoi piccoli Comuni, è Desulo il paese che ha fatto registrare il peggior saldo migratorio. Rispetto a una popolazione di 2.655 abitanti, il paese che fu di Montanaru nel 2007 ha visto un calo di 40 persone, il 2%. Seguono in percentuale, i casi di Orune (-1,48%), Bitti (-1,2%) e Ovodda (-1,17%). In Ogliastra spicca il saldo negativo di Perdasdefogu (-20 pari all’1,38%). Quanto alla Trexenta sono soprattutto Suelli (-1,87%) e San Basilio (-1,48%) a registrare il trend negativo. Segno più invece per Senorbi e Barrali. In senso più globale, Bruxelles lancia l’allarme sul costante invecchiamento della popolazione europea e per questo invoca l’attuazione o il completamento in tutti i Paesi dell’Ue delle riforme strutturali tese a tagliare la spesa pensionistica e quella sanitaria. L’Italia è tra i Paesi che preoccupano di più. Pur essendo tra quelli che hanno già adottato riforme pensionistiche radicali, questo potrebbe non bastare, visto che già oggi il Belpaese è il più "vecchio" d’Europa e la situazione non cambierà nei prossimi 50 anni. Secondo Eurostat, infatti, la quota delle persone over 65 in Italia è destinata a salire dal 20% del 2008 al 32% del 2060 (contro una media Ue del 29,9%). Quella degli over 80 dall’attuale 5,5% (anche questo è un record europeo) al 15% del 2060 (contro una media Ue del 12%). La prima causa è il basso tasso di natalità. Risultato: in Italia il tasso di dipendenza della popolazione anziana in termini di spesa pensionistica e sanitaria passerà dal 30% del 2008 al 59% del 2060 (53% la media Ue). L’allarme invecchiamento della popolazione riguarda un po’ tutta l’Europa, visto che secondo le previsioni di Eurostat nei 27 Paesi dell’Ue dal 2015 il numero annuo dei decessi supererà quello delle nascite e la crescita demografica sarà affidata solo al saldo migratorio. Tuttavia – sempre secondo l’ufficio europeo di statistica – dal 2035 neppure l’immigrazione riuscirà a compensare la diminuzione della popolazione europea, che dovrebbe passare dagli attuali 495 milioni di abitanti ai 521 del 2035 e poi diminuire fino a 506 milioni nel 2060. Se nel 2008 ci sono 4 persone in età lavorativa per ogni pensionato, nel 2060 il rapporto sarà di 2 a 1. In Italia da qui al 2060 la popolazione resterà stabile, di poco superiore ai 59 milioni di abitanti con un saldo negativo tra nascite e decessi di 12mila unità e un saldo positivo in termini di immigrati di 11mila unità.

 

RIVITALIZZARE L’INTERNO, PROMUOVERE L’IMPRENDITORIA: COSI’ SI AFFRONTA IL FUTURO

NUOVA IDENTITA’ PER L’ISOLA

Poiché nel dibattito pubblico il termine "identità" ha finito per logorarsi, è necessario articolarlo e renderlo pertinente alle questioni trattate, distinguendo almeno tre tipi di identità. La prima, la più povera e rozza, è quella autoreferenziale. Nella fattispecie: i sardi sono essenzialmente sardi per natura o certificato di nascita. Con tale mossa – che comporta la sclerotizzazione di tradizioni ritenute genuine e il trionfo dell’Ufficio Anagrafe – si pensa di risalire all’intatta purezza di un popolo o di compattarne il senso di appartenenza. E’ questa l’ideologia di piccole frange autonomiste che vorrebbero, tra l’altro, imporre agli abitanti dell’isola una limba sarda, coincidente con il nuorese. Una proposta surreale, che fa scattare polemicamente l’idea di obbligare tutti a imparare l’inglese e lasciare che ciascuno parli poi la lingua del proprio paese o della propria città d’origine. Anche a voler prescindere dal susseguirsi di dominazioni (punica, fenicia, romana, vandala, bizantina, pisana, genovese, catalana, spagnola, piemontese), la Sardegna non è omogenea nella sua storia e nelle sue varianti linguistiche. Cagliari, a lungo centro del potere militare e civile straniero, del Vicerè e della corte, ha una tradizione spagnoleggiante (ancora a metà dell’800 le monache di clausura continuavano a scrivere in castigliano). Sassari è la sola città sarda governata nel Medioevo, grazia al podestà genovese Cavallino de Honestis, da uno statuto che segue il modello del confronto civile dei liberi comuni italiani. Oristano incarna, nella storia del Giudicato di Arborea e nella Carta de Logu di Eleonora (l’unico monumentale documento in lingua sarda), il focolaio dell’ultima resistenza al potere catalano. Nuoro, infine, ha mantenuto nel suo lungo isolamento una solenne, dolente fisionomia, ben espressa da un articolo di Salvatore Satta del 1955, in cui si sostiene che lo spirito religioso dei Sardi, dei Nuoresi in particolare, si materializza in due edifici, la Chiesa e il Tribunale: "Se è vero, come diceva un antico causidico che tutti i sardi finiscono in Tribunale, o come rei, o come avvocati, o come giudici, essi cominciano anche in Tribunale, perché Chiesa e Tribunale non sono due cose, ma una sola, la sede umile e solenne nella quale ognuno di noi riceve l’investitura della legge, che, come una sacra unzione, o come un marchio rovente, si porta ap
presso tutta la vita". Un’altra significativa linea di frattura è, infine, quella che separa
la Sardegna dell’interno, in parte svuotata dall’emigrazione, dalle sue coste, invase da un turismo estivo chiassoso e talvolta fastoso, che non è tuttavia in grado di garantire adeguata ricchezza per i suoi abitanti. Il secondo tipo di identità è quella ricevuta attraverso processi secolari, che si accolgono senza inventario, glorificando anche le mutilazioni e gli ematomi non assorbiti e non saputi che un passato di oppressione e di sudditanza vi ha impresso. In questo modo le stigmate, le ferite lasciate dalle dominazioni precedenti e le malformazioni reattive a esse vengono scambiate per segni di autenticità. Il terzo tipo di identità (la migliore) è paragonabile a una corda ed è composta dall’intreccio di molti fili. E’ una identità aperta, inclusiva, che richiede un paziente e costante lavoro per tenere insieme passato e futuro, tradizione e innovazione e che deve oggi guidare la transizione della Sardegna da terra di emigrazione, di esilio e di confino a nuova meta di immigrati di varia provenienza e cultura. Questa corda tanto più si rafforza, quanto più si riesce a moltiplicare la resistenza dei fili che la compongono e la connettono ad altre storie. E tanto più si indebolisce, quanto più si riducono o si recidono le connessioni verso l’esterno. Il rischio è che la complessità del tessuto storico si deteriori o si perda. La Sardegna è caratterizzata da una modernizzazione priva di profonde radici e di efficaci anticorpi. Le classi dirigenti locali sono rimaste per lo più subalterne e miopi, anteponendo il tornaconto secondario all’interesse generale. Si sono rivelate incapaci di far fruttare gli ingenti fondi dei "Piani di Rinascita", ma disposte ad accettare il trapianto di industrie inquinanti o fantasma, l’esasperante lentezza nella costruzione delle infrastrutture e un turismo rapace. E’ vero: ora i pastori usano il fuoristrada e nei paesi non giungono più materiali grezzi da cui il fabbro, il sarto o il calzolaio traggono oggetti segnati da specifici stili. Il mondo dei consumi ha allargato i mercati, gli emigrati talvolta ritornano, ma la disoccupazione resta alta, in alcune zone il paesaggio è sfigurato dalla speculazione e l’economia nel suo complesso stenta a decollare. Eppure le cose stanno cambiando in meglio. Oggi si cerca di frenare lo sfruttamento delle coste, di rivitalizzare l’interno dell’isola, di promuovere l’autoimprenditorialità di singoli e associazioni, di valorizzare le testimonianze dell’antica vocazione mineraria della Sardegna, trasformando in parchi di archeologia industriale quel che resta delle miniere di piombo argentifero, zinco, rame e carbone. Tutto questo dimostra che, a partire dallo sviluppo dei fattori che la rigenerano, l’identità si costruisce nel presente, risvegliando attraverso il passato una paradossale nostalgia di futuro.

 

AL VIA L’OPERAZIONE "RIENTRO DEI CERVELLI"

MASTER & BACK: LA FORMAZIONE PER I GIOVANI

Sono 1934 i giovani sardi che (con tre bandi regionali) si stanno formando o stanno partendo per formarsi fuori dall’isola. Sono i cervelli, le eccellenze del "Master and Back", progetto finanziato "per creare competenze in casa" con le altre regioni italiane e con quelle europee. L’obiettivo è ambizioso e preciso: "avere professionalità elevate in ogni settore dopo il confronto con le più accreditate scuole internazionali" dice l’assessore alla Programmazione Eliseo Secci. Che aggiunge: "mai come in questa legislatura la Regione sarda ha investito tanto sulla formazione in genere ma puntando a quella di qualità. E’ una autentica rivoluzione culturale che darà i suoi frutti fra qualche anno". La maggior parte dei "masterini – il 56% – frequenta in Italia (università preferite la Normale di Pisa, la Bocconi di Milano. E poi Bologna, Urbino e Perugia), molti (14%) nel Regno Unito (Cambridge, Leeds, Warwick, Oxford), seguono Spagna, Francia, Germania, Irlanda. Ci sono 7 emigrati negli Stati Uniti (2 al Mit di Boston), 4 fra Australia e Nuova Zelanda, 2 in Cina e Malaysia. Un traguardo che si basa su verificati dati statistici. Ancora Secci: "Il vantaggio occupazionale derivante da periodi di studi all’estero è di circa il 2% a un anno dal conseguimento della laurea e del 4% dopo 5 anni. In particolare i master universitari di primo livello assicurano un vantaggio del 3%, maggiore – 10% – è il vantaggio per chi frequenta tirocini e stage. Dopo 2 anni di rodaggio alcuni risultati arrivani, alcuni giovani sono già rientrati dall’estero e hanno trovato lavoro qualificato in aziende private e negli atenei di Cagliari e Sassari. Certo, col mercato del lavoro in affanno è una strada lunga, ma occorre darsi una scossa. Ed è stata salutare". Sta per essere emanato un terzo bando. "Con ulteriori 20 milioni di euro – spiega Secci – pensiamo di poter accogliere tutte le domande in line a coi requisiti richiesti. La nostra previsione è che tra alcuni anni la Sardegna possa avere, al suo interno, una classe dirigente di assoluta qualità, nelle amministrazioni pubbliche e nelle aziende private, in tutti i settori". Quali sono i percorsi di alta formazione più gettonati? Con i dati del secondo bando, monitorato dall’Agenzia regionale per il lavoro, al primo posto svettano i master a indirizzo economico e di management: rappresentano da soli il 22% del totale. Seguono al secondo e terzo posto – entrambi al 19% – da una parte i percorsi di "ingegneria, tecnologia, matematica, informatica, fisica e biomedicina" e dall’altra "scienze della comunicazione e dell’informazione, scienze umanistiche, lingue e filosofia". Al quarto posto (15%) i corsi di formazione in "diritto e scienze sociali". Seguono – entrambi col 12% – "architettura, pianificazione urbana e regionale" e "scienze naturali, agrarie e mediche, geografia e geologia". Complessivamente sono state presentate 2879 domande, quelle accolte sono 1934. "Al momento – dice l’assessore Secci – sono state impegnate tutte le risorse finanziarie impegnate inizialmente. Siamo in grado di effettuare i primi mandati di pagamento che prevedono le’rogazione di una  tranche iniziale del 90% e di un salto finale del 10%. Per accogliere tutte le domande con i bandi abbiamo integrato le risorse con ulteriore 20 milioni di euro". Tutto rose e fiori? Certo che no. Sono lenti e spesso complicati
i meccanismi di aggiudicazione dei fondi soprattutto per chi studia all’estero. "Ma dovevamo partire, siamo ormai al terzo anno di applicazione, la macchina potrà essere perfezionata. Anche perché -conclude Secci – la partita sarà vinta dopo che al master farà seguito il back, il rientro. Perché soprattutto di cervelli, di competenze ha urgente bisogno
la Sardegna. Il nostro progetto è stato apprezzato a livello europeo ed è diventato un modello per diverse regioni. Ne siamo orgogliosi". Giacomo Mameli

 

LE ISTITUZIONI SOSTENGONO LA CINEMATOGRAFIA SARDA

IL CINEMA RACCONTA IL LAVORO 2008

Il momento di grande creatività e successo della cinematografia sarda -a livello nazionale ed internazionale evidenzia la ricchezza culturale della società isolana in crescita e la capacità di proporsi validamente all’esterno attraverso le proprie specificità- trova puntuale riscontro nel sostegno delle istituzioni che hanno recepito tutta la potenzialità e importanza della moderna attività artistica. I vari autori e registi sardi hanno dimostrato di saper attingere, raccontare la vita con impegno sociale e proporre valori identitari, nonostante le nuove tendenze e l’avanzare dell’era digitale-tecnologica sia proiettata più spesso a realizzare immagini di alta definizione ma dal freddo e inumano sapore virtuale. Gli stessi film-documentario, presentati sempre con grande successo di pubblico nei più svariati circuiti, hanno ben rappresentato la Sardegna e rivelati strumento di crescita economica e di promozione delle ricchezze dell’ambiente e della tradizione. La Regione Sarda, attraverso l’Assessorato alla Pubblica Istruzione, ha reso note le graduatorie dei beneficiari di contributi per la diffusione della cultura cinematografica con finanziamenti specifici, rivolti a organismi pubblici e privati, per realizzare rassegne, circuiti, festival, premi, seminari e convegni. L’Agenzia regionale per il lavoro della Sardegna e la Società Umanitaria-Cineteca Sarda di Cagliari, hanno invece indetto la seconda edizione del concorso Il cinema racconta il lavoro 2008, per progetti cinematografici di documentari o fiction; i progetti, da presentarsi entro il 29 ottobre, "dovranno avere come argomento principale il lavoro in Sardegna in tutte le sue forme e potranno anche raccontare la realtà lavorativa degli immigrati in Sardegna e degli emigrati sardi fuori dell’isola". Bando concorso e scheda di partecipazione sono richiedibili via e-mail all’indirizzo cinemalavoro@tiscali.it o reperibili presso gli uffici URP Agenzia regionale per il lavoro (via Is Mirrionis, 195) e la Società Umaniaria-Cineteca Sarda (via Trieste,118) di Cagliari. Uno stimolo in più perchè anche i sardi non residenti e i tanti soci dei circoli si cimentino nella progettualità e realizzazione cinematografica di una storia di vita vissuta! Cristoforo Puddu    

 

LE OPERE PUBBLICHE: L’ISOLA RISULTA PENALIZZATA NELLE INFRASTRUTTURE

SARDEGNA, MAGLIA NERA PER FERROVIE E STRADE

La Sardegna è in arretrato sui principali indicatori per lo sviluppo. Dati che risultano evidenti dall’Atlante statistico territoriale delle infrastrutture elaborato dall’Istat e pubblicato dal "Sole 24 Ore". Per gli economisti classici le infrastrutture materiali costituiscono uno dei principali fattori di attrattività per gli investitori. A leggere le graduatorie dell’Istat per quanto riguarda le strade, le ferrovie, gli aeroporti e la rete elettrica c’è da mettersi le mani nei capelli: la Sardegna ha tanto da fare in quel settore per poter attrarre i potenziali investitori. E’ al 18° posto su 20 Regioni. Penalizza e molto, per fare un esempio, la SS131, la strada incompiuta da sempre. Và un po’ meglio per gli aeroporti: 11° posto prima di Marche, Piemonte, Valle d’Aosta; va ancora meglio per i parcheggi negli aeroporti, 5° posto dopo Lombardia, Lazio, Liguria e Veneto. Dall’Atlante dell’Istat emerge tutta la questione dell’energia in Sardegna: 17° posto per quanto riguarda le reti elettriche, 35,3 km quadrati, cioè 51 ogni 100mila abitanti. Numeri che smentiscono coloro che affermano che la Sardegna avrebbe addirittura una sovrapproduzione rispetto alle esigenze energetiche. Le cose vanno un po’ meglio sulle questioni ambientali: il 71% dei sardi, infatti, è servito dai depuratori delle acque (4° posto in Italia), per le discariche ci sono 6,6 impianti per un milione di abitanti (12° posto). Indietro nel trattamento dei rifiuti: esistono solo 4,8 impianti per un milioni di abitanti (17° posto). Per i porti le regioni del nord hanno una maggior dotazione di infrastrutture portuali adibite, in particolare, al traffico delle merci. L’Emilia si trova al 1° posto seguita dal Veneto e dal Friuli. Le tonnellate di merci imbarcate e sbarcate, calcolate per la lunghezza degli accosti, mostrano il maggior movimento in Friuli ma le regioni con il traffico più elevato sono Campania, Calabria e Sardegna. I dati evidenziano il forte traffico di collegamento giornaliero tra le isole e la penisola e la maggiore vocazione turistica dei porti meridionali. Per le strade, in Italia l’estensione della rete stradale, provinciale e regionale, è passata in 5 anni da 37,1 km a 48,9 km per ogni 100 km quadrati di superficie territoriale. Questo incremento è dovuto alla trasformazione di molti tratti di strada da statali in regionali, fatto che si verifica in maniera piuttosto uniforme in tutte le regioni escluse però Valle d’Aosta, Friuli, Sicilia e Sardegna dove l’estensione delle 2 tipologie di strada rimane pressoché invariata. La Sardegna fra l’altro, è l’unica regione a non avere un metro di autostrada, un dato che racchiude la fatica di essere sardi. L’isola, evidentemente, è in credito con lo Stato. Ancora peggio per le ferrovie: la Sardegna ha tracciati che risalgono all’800 con pendenze del 40%. Risultato: ultimo posto in graduatoria, 17,2 km quadrati (25 km per ogni 100mila abitanti). Al contrario l’estensione della rete ferroviaria in Italia è cresciuta sia per i binari non elettrificati sia per quelli, singoli e doppi elettrificati. L’Atlante dell’Istat non ha trascurato ospedali, servizio di day ospital e servizi sanitari territoriali. L’offerta dei posti letto ospedalieri in Italia è andato progressivamente diminuendo, passando dai 65,6
posti letto per 10mila residenti nel 1996 ai 39,7 attuali. Da questo punto di vista, come si sa, le medie della Sardegna sono molto buone se si confrontano con la variabilità piuttosto bassa della Campania che ha la minima dotazione (30,9 unità per 10mila residenti) e quella massima del Lazio (51,6 posti letto). La presenza di sale cinematografiche rispetto ai residenti scinde in 2 la penisola: sa una parte il centro nord le cui regioni hanno una dotazione superiore alla media nazionale (9,3 sale per 100mila abitanti), dall’altra il Mezzogiorno dove l’indice è pari a circa la metà di quello che si registra nel centro nord. In Sardegna, sparite le sale tradizionali, prosperano i centri multisala. Per la ricerca e lo sviluppo, in Italia si investe l’1,1% del Pil. Nel sud e nelle isole i valori più bassi nonostante la Sardegna abbia avuto diversi lustri fa l’intuizione del parco scientifico e tecnologico.

 

DA UN’IDEA DI LUIGI LAI, E’ STATA COSTITUITA A SAN VITO

L’ACCADEMIA DELLE LAUNEDDAS

Negli anni ’60 rischiavano l’estinzione. Oggi sono apprezzate e studiate in tutto il mondo. Le launeddas, strumento simbolo della millenaria tradizione musicale isolana, hanno la loro Accademia: un luogo di eccellenza dove studiare, difendere e valorizzare i sonus de canna. L’idea è venuta a Luigi Lai, il più grande suonatore vivente, l’uomo che ha fatto conoscere le sonorità magiche delle launeddas in tutto il mondo. Quasi un segno del destino: l’Accademia sorge a San Vito, centro del Sarrabus, terra di impareggiabili suonatori e di perfetti ballerini. Da queste parti sono nati, o hanno vissuto, Austinu Vacca, Gioacchino e Giuannicu Cabras, Felicino Pili, Efisio Melis, Aurelio Porcu, i fratelli Emanuele e Antonio Lara. Nomi scolpiti nella memoria collettiva, uomini che hanno fatto ballare intere generazioni di sardi. Per la cerimonia di inaugurazione, sono arrivati a San Vito quattro sacerdoti: il parroco del paese don Antonio Usai, per sette anni missionario in Brasile, il suo vice don Giordano Podda, l’ex parroco don Giuseppe Pes, ora a Monastir, e il parroco di Barumini, don Aldo Carcangiu, grande amico del maestro. Don Usai benedice i locali dell’Accademia. Tra il pubblico, alcuni dei nomi più importanti del panorama musicale isolano: Elena Ledda, Mauro Palmas, Gavino Murgia. Tutti hanno parole di elogio e incoraggiamento per Luigi Lai. L’Accademia nasce senza contributi pubblici. Così ha voluto il maestro rifiutando l’offerta del Comune di San Vito. "Questo deve essere il luogo dove studiare la storia, l’evoluzione e i diversi linguaggi delle launeddas – dice Luigi Lai – oggi l’obiettivo è la qualità. Negli anni ’60 la priorità era salvare lo strumento dall’estinzione, ora bisogna tutelarlo dal pressappochismo e dalle improvvisazioni. Vedo in giro troppa "zavorra", se non si garantisce qualità lo strumento è destinato a morire". L’Accademia sarà aperta agli altri generi musicali. Luigi Lai non teme il confronto, trent’anni fa, con la partecipazione all’album "La Pulce d’Acqua" di Angelo Branduardi e al successivo tour nelle piazze di tutta Italia, ha inaugurato la stagione delle sperimentazioni. "Occorre dialogare con tutti. Ben vengano le contaminazioni. Il confronto non è mai negativo. Chi danneggia lo strumento e la tradizione sono i pessimi suonatori-soffiatori che oggi girano per l’isola". Luigi Lai, da anni, insegna a Cagliari alla scuola delle launeddas. Nel suo corso si è formata e continua a formarsi una nuova generazione di suonatori. I suoi consigli e le sue insistenze hanno permesso di produrre qualità. "L’importante è non fermarsi. Chi crede di aver imparato tutto non ha capito nulla. Io stesso, a 76 anni, posso dire di non sentirmi arrivato. Ci sono ancora tante cose da perfezionare". A sentirlo non sembra. Le sonorità prodotte dalle sue launeddas e da quelle del suo allievo prediletto, Fabio Vargiolu, hanno qualcosa di magico: musica identitaria di altissimo livello. "Ascoltare Luigi Lai è sempre una grande emozione – dice Salvatore Atzeni, da 33 anni organizzatore del festival di Digione in Francia -. Ricordo la sua prima esibizione da noi. Il pubblico rimase incantato. Non riusciva a spiegarsi il miracolo di uno strumento suonato a fiato continuo". "Luigi Lai è la storia – aggiunge Giuliano Marongiu, presentatore TV – una sua esecuzione vale un’intera serata. Nessuno come lui riesce a catturare l’attenzione della gente". Tra il pubblico c’è anche un allievo speciale, Augusto Marini, di professione cardiologo. "Ho capito perché i suonatori di launeddas vivono a lungo – dice Marini – con il loro modo di suonare fanno ogni giorno terapia iperbarica, aumentando la presenza di ossigeno nel sangue". Chiusa la cerimonia, l’attenzione dei presenti è tutta rivolta agli oggetti presenti nei locali. L’Accademia ospita i cimeli della carriera del maestro. Dentro le vetrine, i diversi tipi di launeddas. Ogni canna ha la sua caratteristica timbrica: fiorassiu, spinellu, mediana a pipia, punt’e organu. Nelle teche il primo stracasciu (astuccio per il trasporto dello strumento ndr.) costruito da Luigi Lai e le launeddas utilizzate nella tournée con Angelo Branduardi. Appesi al muro i manifesti dei suoi concerti in giro per il mondo, il diploma di cavaliere conferitogli da Francesco Cossiga e la pergamena del "Premio alla Carriera", ricevuto a Cagliari in occasione del Jazz Expò 2007. E ancora: l’archivio fotografico e i tanti articoli dedicati a Luigi Lai dalla stampa locale, nazionale e internazionale, raccolti con pazienza da Gabriella Sanna. "Il suo è stato un contributo decisivo – dice il maestro – senza il suo aiuto non sarei mai riuscito a riordinare tutto il materiale custodito in cassetti e bauli". All’Accademia sono intanto arrivate le prime iscrizioni. Il primo allievo però Luigi Lai ce l’ha in casa. È il nipote Riccardo, tre anni e mezzo, la musica nel sangue. Grazie ai preziosi insegnamenti del nonno comincia ad emettere le prime note. A lui e agli allievi che seguiranno le sue lezioni, Lugi Lai è pronto a regalare tutto il suo sapere. "A 76 anni il mio unico desiderio è che il Signore mi mantenga in salute. Ho ricevuto tanto dalla mia famiglia e dal mio pubblico, adesso è venuto il momento di seminare e io, statene certi, ho ancora tanto da dare". Pier Sandro Pillonca

 

 

 

 

"SU NURAXI" A BARUMINI: E’ IL PIU’ GRANDE TRA I CIRCA 7MILA DELLA SARDEGNA

IL NURAGHE KOLOSSAL

Era l’inizio del 1950 quando un giovane archeologo di Barumini intuì che quei massi spostati dall’aratro sul cocuzzolo di una collina, alla periferia del paese, potessero appartenere a un nuraghe. Giovanni Lilliu non immaginava però che quello sotto i suoi piedi si sarebbe rivelato il più grande e importante nuraghe mai rinvenuto in Sardegna, né che la scoperta lo avrebbe avviato a una carriera di ricerca che ne ha fatto il maggiore esperto
mondiale della civiltà nuragica, quella che per 1.300 anni, dal 1800 al 500 avanti Cristo, ha segnato la storia dell’isola di Sardegna. Su Nuraxi è il nuraghe, per antonomasia. Dall’alto della collina domina l’ampia pianura che si estende tra Campidano, Marmilla, Sarcidano e Trexenta: una distesa di verdi e dolci spianate che d’estate prende il giallo oro del grano, principale coltura della zona fin dal tempo dei Romani. Un paesaggio mosso dalle alture coniche che si ergono lievi e isolate al centro della piana. Qui spuntano le rovine del castello medievale di Las Plassas. Di fronte, il tavolato roccioso della Giara di Gesturi, famosa per le sue fioriture primaverili e i cavallini selvatici, completa un disegno geologico suggestivo e di straordinaria armonia. Il nuraghe di Barumini è un edificio maestoso e complesso, alto oltre
20 metri. Tempio, reggia, fortezza? Chissà, forse tutte queste cose insieme. Con il suo torrione centrale e le 4 torri angolari unite dall’alto muro di protezione, era la costruzione maggiore del villaggio, costituito da una serie di capanne sparse tutt’intorno. E probabilmente non era il rifugio solo della sua tribù: gli esperi ritengono infatti che fosse un anello del circuito abitativo e difensivo che in pochi chilometri collegava diversi insediamenti strategici da Isili a Orroli a Serri. Questo "gigante" di pietra all’inizio era costituito soltanto dal torrione centrale, specifico del paesaggio sardo. In seguito, col crescere della tribù ospitata nelle capanne intorno, e per difendersi dagli attacchi di genti avverse, venne gradatamente trasformandosi nella fortezza che conosciamo oggi. Un poderoso sistema murario incernierato nelle 4 torri laterali: un bastione difensivo consolidato e tenuto insieme da un complesso di 7 torrioni minori. All’interno della fortezza, l’articolato sistema di feritoie, di stanza, di scalinate, di pozzi, di terrazze consentiva i movimenti degli abitanti, lo stoccaggio delle provviste alimentari per la sopravvivenza in caso di assedi anche prolungati: in sostanza, il controllo del territorio. Su Nuraxi è senza dubbio il nuraghe più spettacolare tra tutti quelli eretti nella era nuragica. Un’epoca segnata da una civiltà singolare, affermatasi e prosperata unicamente in Sardegna per merito di un popolo dalle origini tuttora sconosciute, gli Shardana: nome dal quale derivò in seguito la denominazione Sardinia e poi Sardegna. Qualcuno li chiamava anche Tyrreni, cioè costruttori di torri: e da lì derivò il nome del Tirreno. Questo popolo misterioso costruì in ogni area dell’isola un complesso imponente di insediamenti abitativi che avevano il proprio nucleo vitale nel nuraghe: ne sono stati censiti oltre 7mial, ma chissà quanti altri ancora ne restano da scoprire e da portare alla luce. Il fatto che in ogni zona dell’isola, e in ogni momento della lunga epoca nuragica, il modello costruttivo si ripeta con stupefacente similitudine accredita l’ipotesi che tutte le tribù che componevano questo popolo avessero un’origine comune e soprattutto condividessero i saperi, concezioni architettoniche e tecniche edilizie. I nuragici erano sapienti architetti ma anche abilissimi artigiani, come dimostrano la forte espressività e la raffinata tecnica esecutiva dei piccoli manufatti chiamati bronzetti, che sono stati ritrovati a migliaia dentro i nuraghi e dentro quelle altre mirabili costruzioni che sono i loro monumenti funebri, le cosiddette "tombe dei giganti". Ma queste genti si distinguevano anche per un’altra singolare specificità: non conoscevano la scrittura. O per lo meno, non ne hanno lasciato tracce. Per cui la loro vita, l’economia, l’organizzazione sociale, le credenze, gli scambi sono avvolti nel mistero, e la ricostruzione che se ne può azzardare è affidata proprio all’interpretazione dei grandi monumenti civili e funerari e del complesso e articolato mondo di personaggi raffigurato nei bronzetti. Il professor Lilliu, nelle sue numerose pubblicazioni, ha ricostruito del mondo nuragico un quadro fondato sulla cultura materiale ma anche sulla sfera dello spirito: l’economia e la società, i contatti col mondo orientale e con quello occidentale, la religiosità espressa dalle statuette dedicate al culto della dea madre e dal megalitismo funerario. A Lilliu si deve, nel 1977, un’altra scoperta che ha segnato un momento fondamentale nella ricostruzione della civiltà nuragica. Ha contribuito alla scoperta a Monti Prama, non lontano da Oristano, dell’insieme di tombe risalenti all’VIII secolo avanti Cristo, piene di scheletri e di suppellettili ma soprattutto di numerose grandi statue in arenaria raffiguranti arcieri, puglilatori, guerrieri erotizzati e trasformati in divinità. Una scoperta fondamentale dal punto di vista scientifico, perché documentava il passaggio della civiltà nuragica da società tribale, organizzata in clan, a un’organizzazione più complessa di tipo aristocratico e oligarchico. Siamo al termine dell’Età del Bronzo, durante la quale la civiltà nuragica ha conosciuto la sua stagione migliore. L’isola, con i suoi giacimenti minerari, è al centro dei traffici mediterranei. Principesse nuragiche vanno spose ad aristocratici etruschi. Quando le grandi civiltà micenea, egizia e ittita entrano in crisi, quella sarda nuragica fa segnare una fertile continuità culturale. Durerà fino al 500 avanti Cristo, quando l’arrivo dei Fenici, ma soprattutto dei bellicosi Cartaginesi, spingerà le popolazioni isolane e rinserrarsi nelle montagne dell’interno. Fu uno spartiacque fondamentale nella storia della Sardegna. Da quel grande trauma nasce la prima percezione della sardità, la prima idea di resistenza agli invasori. E il mare resterà per i sardi il segno della libertà perduta, l’utopia di una nuova libertà da conquistare.  Massimiliano Perlato

 

 

 

 

 

OMAGGIO ALLO STUDIOSO CHE HA FATTO CONOSCERE LA SARDEGNA NEL MONDO

INTITOLATO A GIOVANNI LILLIU IN CENTRO CULTURALE DI BARUMINI

Quattro anni di duro lavoro, un percorso lungo e sofferto. Alla fine, dopo tante fatiche, l’obiettivo è stato raggiunto. A Barumini è stato inaugurato il nuovo Centro di Comunicazione e di Promozione del Patrimonio Culturale. Una struttura imponente, a pochi passi dalla reggia nuragica. Un luogo che punta a diventare metà privilegiata del turismo di qualità in Sardegna. L’opera è intitolata a Giovanni Lilliu, l’archeologo che alla fine degli anni ’50 ha riportato alla luce il nuraghe di Barumini, figlio prediletto del paese della Marmilla. Una grande emozione per Giovanni Lilliu, presente alla cerimonia di inaugurazione del nuovo centro. "Ricevere un riconoscimento dal mio paese è motivo di orgoglio. Nella mia vita penso di avere fatto qualcosa di importante per la mia gente, ma quello che ho ricevuto dai miei paesani ripaga tutte le mie fatiche". Per festeggiare la nascita della nuova struttura, è arrivato a Barumini anche il Presidente della Regione, Renato Soru: "Barumini è uno dei luoghi simbolo della nostra identità. Tutto questo lo si deve alle scoperte di Giovanni Lilliu. La Regione Sardegna gli ha
consegnato l’onorificenza di Sardus Pater. Il riconoscimento arriva dalla sua comunità. Noi proveremo a custodire e valorizzare il grande patrimonio di conoscenza che il professore ha consegnato tutti i sardi". Il nuovo centro culturale di Barumini punta a coniugare informazione scientifica e promozione turistica. La struttura è il frutto di un originale progetto architettonico: masse murarie imponenti si alternano con grandi spazi aperti. All’interno, aree espositive e sale convegni. "E’ la risposta del territorio alla crescente domanda di cultura – dice il sindaco di Barumini, Emanuele Lilliu – un intervento che punta a favorire la conoscenza e la divulgazione dei segni lasciati dalla millenaria civiltà dei sardi". La struttura è pronta ad accogliere i 100mila turisti che ogni anno arrivano in Marmilla per visitare Su Nuraxi, monumento che l’Unesco nel 1997 ha inserito nella lista del patrimonio dell’umanità. Il centro ospita due mostre dedicate all’archeologia e all’artigianato artistico. La prima, curata dal professor Raimondo Zucca, è incentrata sui rapporti tra la Sardegna e la civiltà Micenea. Un legame intuito a fine ‘800 dallo scopritore di Troia, Heinrich Schliemann e accertato definitivamente solo nel 1980. L’altra, voluta dall’Amministrazione Provinciale del Medio Campidano, è invece dedicata all’artigianato artistico. In mostra le creazioni di 50 maestri: coltelli, tappeti, ceramiche, gioielli, tessuti che puntano alla valorizzazione dei saperi e delle manualità del territorio. Sarà compito dei 46 ragazzi della Fondazione Barumini Sistema Cultura, la più grossa realtà nel settore dei beni culturali in Sardegna, dare forza e sostanza al progetto del nuovo Centro Servizi.
Pier Sandro Pillonca

 

G8: I LAVORI IN MANO AD IMPRESE DELLA PENISOLA

ALLE AZIENDE SARDE, SOLO LE BRICIOLE

L’invito di Soru, dicono, li aveva convinti. Unirsi sembrava essere l’unica via per diventare competitivi nell’oceano di appalti per il G8. E provare a pescare qualche business a molti zeri. Confindustria si era messa in moto per aggregare le imprese dei vari settori ed era riuscita a centrare un doppio obiettivo: un’Ati per il presente e un Consorzio per il futuro, costruito su misura per i cantieri stradali. Missione fallita. Il Nord Sardegna, se vorrà, potrà gestire opere per sei milioni di euro. Per gli industriali è una barzelletta, «una presa in giro, uno schiaffo alla nostra dignità». Nella classifica dei traditori, comunque un vincitore c’è: sul trono siede Guido Bertolaso, il commissario straordinario che solo qualche settimana fa parlava di «G8 sardo, dove si parla e si mangia sardo». Confindustria dice che, al momento, alla Maddalena dall’8 all’11 luglio prossimo di sardo ci sarà ben poco, di sicuro neanche l’ombra del Sassarese e della Gallura. Il primo obiettivo, quello più importante «perchè capace di fare da trampolino di lancio alla nostra economia», è stato un flop. Gli appalti edili, quelli per la riconversione delle strutture maddalenine, sono finiti nelle mani di imprese della Penisola: sei principali mandatarie che si spartiranno una torta da 250 milioni di euro. E la quota del 20% riservato alle aziende sarde è stata spalmata quasi interamente nel Cagliaritano, «a imprese che non si sono riunite in consorzi o associazioni temporanee, ma che evidentemente avevano qualche santo in paradiso più». Morale: le imprese del Nord Sardegna ancora in ballo sono due ma hanno già annunciato che si taglieranno fuori perchè, dicono, non hanno intenzione di raccattare le briciole. È stata messa in discussione la professionalità e l’esperienza delle aziende che operano nel territorio pronte per gestire lavori da 70 milioni di euro, improvvisamente scoprono di non essere in grado di costruire neppure un albergo che ne vale 10. E con il vento brutto che tira, la seconda batosta sembra scontata. L’altro business del G8 maddalenino è la colata d’asfalto che dovrà trasformare i percorsi di guerra in strade sicure. Il progetto dei progetti è quello della Sassari-Olbia a quattro corsie. Secondo le indiscrezioni, per il Nord Sardegna è in arrivo un’altra sonora bocciatura. Il rischio è che le aziende sarde rimangano alla larga dalla mega opera, inserita per volontà del governatore Soru nel pacchetto G8 (insieme al completamento della Sassari-Alghero), e che da sola inghiottirà 600 milioni di euro. Per ora, di sicuro, si sa che nel team di progettazione non ci sono sardi. Di fronte alla possibile disfatta, Confindustria solleva la testa. Le imprese, come già accaduto di recente quando c’era da protestare contro l’immobilismo delle istituzioni, cammineranno fianco a fianco. Padroni e lavoratori insieme, alla Maddalena. A manifestare contro le scelte di un vertice mondiale che, sulla carta, avrebbe dovuto dare una botta di vita all’economia agonizzante. La speranza è che, nel frattempo, «qualche rappresentante politico abbia un sussulto d’orgoglio e faccia sentire la sua voce. Altrimenti, fischi e bandiere sono pronti a rovinare la festa dei grandi della terra.

 

 

LA PRIMA PERLA DELL’AGENZIA E’ UN PARCO NAZIONALE

L’ASINARA ALLA CONSERVATORIA DELLE COSTE

Asinara. Diciotto chilometri di spiagge, isolotti, mare cristallino. E neanche un albergo, una villa, uno yacht. Un’isola dove da maggio a settembre si può stendere l’asciugamano (ma non piantare l’ombrellone) e fare un giro in barca. Perché l’Asinara, ancora, non è roba per turisti ma è parco nazionale istituito con legge nazionale nel 1997. Un’isola di valore inestimabile, per decenni condannata a sopportare le sofferenze umane (prima lazzaretto, poi campo di concentramento infine carcere di massima sicurezza), che lo Stato da dieci anni ha restituito ai sardi e al turismo sostenibile. Un sogno cullato per anni dalla Regione e dal Comune di Porto Torres (nel cui territorio l’isola ricade) diventato realtà nel novembre del 1998, dopo le operazioni di dismissione prima del bunker dove era rinchiuso Totò Riina e poi del supercarcere di Fornelli, dove scontarono la pena i protagonisti della lotta politica armata degli anni Settanta, come i brigatisti Renato Curcio e Alberto Franceschini.  La prima perla della Conservatoria delle coste è l’isola dell’Asinara. La giunta regionale ha infatti deciso di affidare all’agenzia, nata per tutelare l’ambiente sulle coste sarde, addirittura un parco nazionale. Dopo un lungo e faticoso avvio, la Conservatoria è finalmente diventata operativa e sta compiendo i suoi primi significativi passi. E forse non è un caso che il presidente della Regione Renato Soru e la giunta abbiano scelto di partire proprio affidando alla Conservatoria delle coste l’isola dell’Asinara. Cioè un atto fortemente simbolico per qualificare l’agenzia regionale pensata sul modello del "Conservatoire du littoral&qu
ot; francese e sul "National Trust" inglese. «Stiamo portando avanti ciò che avevamo già deciso – dice il presidente Soru -. La Conservatoria delle coste è nata infatti con il compito di tutelare e gestire le aree più sensibili e ambientalmente più pregiate delle nostre coste. Abbiamo cominciato con l’Asinara che, a parte qualche immobile, è stata trasferita interamente al patrimonio demaniale della Regione». E sul fatto che l’isola sia già oggi un parco nazionale? Dice ancora il presidente della Regione: «Significa che per l’Asinara ci sarà un controllo ambientale in più, una tutela maggiore. Come ho detto qualche mese fa – dice – ritengo che la Regione sia rappresentata in modo insufficiente nella gestione dei parchi nazionali. Ne parlai nell’autunno scorso a proposito dei parchi della Maddalena e dell’Asinara. Trovo sia assurdo che il presidente di un’area protetta nazionale sia nominato dal ministro dell’Ambiente e che anche il comitato esecutivo venga deciso a Roma». Poi, un giudizio tagliente: «E infine, voglio dire, i parchi nazionali sono tutti mal gestiti: ho sentito lamentele un po’ ovunque in Italia. Cosa pensare, d’altra parte, del fatto che i piani socio economici dei due parchi in Sardegna non siano stati ancora redatti? E’ evidente che, con una struttura gestionale più snella, le cose andrebbero molto meglio. Il fatto è che, come ho già detto più volte in passato, gran parte delle risorse finanziarie destinate ai parchi nazionali vengono poi assorbite dalla struttura che li gestisce». La gestione delle aree da parte della Conservatoria – si legge nella delibera – dovrà avvenire, ove necessario, con il coinvolgimento di tutti i responsabili delle politiche locali, regionali, nazionali ed europee e più in generale di tutti i soggetti che, con le proprie attività, influenzano le regioni costiere, in attuazione e nel rispetto di quanto previsto dalla Convenzione di Barcellona e dalla normativa regionale, primo fra tutti il piano paesaggistico regionale. Continua il documento: Il presidente ricorda ancora che, con la deliberazione 49/34 del 5 dicembre 2007, la giunta regionale ha approvato lo statuto dell’agenzia, nel quale viene innanzitutto ribadito che le finalità istituzionali della Conservatoria "sono quelle di salvaguardia, tutela e valorizzazione degli ecosistemi costieri e di gestione integrata delle aree costiere di particolare rilevanza paesaggistica ed ambientale, di proprietà regionale o poste a sua disposizione da parte di soggetti pubblici o privati". Alla Conservatoria non passeranno solo aree costiere che già appartengono al demanio regionale. L’assessore Morittu, nel presentare i programmi dell’agenzia, ha anticipato che sono già in corso trattative per l’acquisto di alcune aree pregiate e potrebbero perfino essere attivati degli espropri. Tra gli obiettivi della giunta annunciati da Morittu, le isole di Budelli, nell’arcipelago della Maddalena, e l’isola di Mal di Ventre, al largo delle coste del Sinis.
Piero Mannironi   

 

INCENDI AL MINIMO NELL’ESTATE 2008

MAI COSI’ POCHI NEGLI ULTIMI 30 ANNI

Annata da ricordare per flora e fauna sarda. Mai, come da trent’anni a questa parte, si era registrato nell’isola un numero di incendi così basso. Se nel corso del 2007 le fiamme incenerirono ettari di macchia mediterranea, quest’anno c’è stato un picco bassissimo: 1.800 roghi e 5.000 ettari di vegetazione percorsa dal fuoco. Secondo i dati del corpo forestale regionale dal 1 giugno al 10 settembre, l’isola e’ stata colpita dalla piaga degli incendi in misura molto minore rispetto anche ai 17.000 ettari di bosco e macchia che, in media, sono stati attaccati dalle fiamme negli ultimi otto anni, nello stesso periodo. Un’estate tranquilla dunque. I dati raccolti nel 2008 mettono in luce il calo che ha riguardato anche la superficie boschiva raggiunta dalle fiamme: passata dai 5.300 ettari dello scorso anno agli attuali 1.200. Rimane stabile, invece, il rapporto tra incendi colposi e dolosi: 60% contro 40%. Due i motivi principali alla base della diminuzione dei roghi nel 2008: in primis le condizioni climatiche differenti rispetto a un anno fa. Nel 2007 soffiava un forte e secco lo scirocco, mentre l’umidità di quest’estate ha sicuramente contribuito a proteggere la vegetazione, rendendo meno virulento l’impatto delle fiamme. Ma oltre al clima, è stato decisivo anche l’intervento dell’uomo. I risultati del 2008 sono anche la conseguenza di un anno di lavoro coordinato tra le amministrazioni e il corpo forestale. Decisiva l’applicazione legge contro incendi, e le pianificazioni dei piani di emergenza degli insediamenti abitati. Ma "l’elemento biologico" non consente tuttavia di abbassare la guardia. Perché nei prossimi anni il picco potrebbe riprendere la fuga verso l’alto e le fiamme potrebbero tornare a spadroneggiare tra i boschi. Il pericolo incendi c’è sempre e le energie devono essere sempre all’altezza della situazione.

 

DALLA PARTE DEI POVERI CONIGLIETTI DI "MALU ENTU"

INDIPENDENZA FAI DA TE

L’isola di Malu Entu fa parte del comune di Cabras, quindi per me non è uno scoglio qualunque, ma un pezzo di casa, a cui sono legate molte memorie personali. Per esempio  ricordo che in passato i pastori della mia zona portavano all’isola di Malu Entu le pecore a pascolare. Gli uomini ci stavano giorni e giorni, e durante la lunga pastura la noia era così tanta che alla fine hanno cominciato a portarci qualche nidiata di conigli, per farli moltiplicare sul posto e potersi svagare andandone a caccia mentre il bestiame mangiava. I pastori poi a Malu Entu a pascolare le pecore non ci sono più tornati, ma i conigli ci sono rimasti, e siccome non c’è acqua dolce in superficie, e quella piovana è sempre molto scarsa, adesso che non ci sono più le tinozze che venivano lasciate per far bere il bestiame, basta un breve periodo di siccità perché sull’isola i conigli comincino a morire lentamente di sete. Lo sanno bene i diportisti che vanno a Malu Entu a trascorrere una giornata di mare, perché di quando in quando nei giorni più aridi dell’estate se ne trovano le carcasse decomposte ai bordi dei piccoli sentieri. Sarà anche per questo che la cosiddetta dichiarazione di indipendenza dell’isola di Malu Entu non mi ha divertito più di tanto, come invece sarà successo ad altri, sia in Sardegna che oltremare. I più generosi hanno letto in quel gesto una provocazione simbolica, altri semplicemente il delirio di qualcuno con poco senso delle proporzioni. Io appartengo al secondo gruppo, e non certo perché non creda all’autod
eterminazione del popolo sardo, anzi. Sono però sempre stata convinta che l’indipendenza – prima che alla terra – appartenga alle persone che la calpestano, e da questo punto di vista abbiamo tutti più da imparare che da insegnare ai sassi di Malu Entu, dato che di sardi in grado di reggere non solo il sogno, ma anche il costo personale dell’autodeterminazione ne conosco pochi. Tanti somigliano ai conigli di Malu Entu, sempre in attesa di un’acqua da fuori, e in un contesto in cui questo significa considerare normale farsi raccomandare da un politico per un posto di lavoro, vincere un appalto con una spintarella o saltare la fila alla ASL facendo la telefonata giusta, che senso ha dichiarare indipendenti quattro sassi e due spiagge? Sarebbe interessante capire con esattezza rispetto a cosa si sta dichiarando l’indipendenza, visto che a Malu Entu nemmeno i conigli possono davvero autodeterminarsi, anche se apparentemente non hanno gabbia. Indipendenza non è bastare a sé stessi, quella al massimo è solitudine, almeno finchè dura; piuttosto è la condizione degli uomini realmente liberi, capaci di aprire relazioni paritarie senza sudditanze né debiti di identità. Gli animali inconsapevoli non sono in grado di capire questo, e la terra dal canto suo non ha colpa delle nostre pochezze, anche se spesso ne ha pagato le conseguenze. Dagli uomini e dalle loro giuste aspirazioni alla libertà si ha però il diritto di attendersi qualcosa di meglio di un atto di arbitrio solitario proclamato da uno scoglio senza acqua potabile. Non ci sarà nessuna indipendenza per la Sardegna fino a quando ci sarà qualcuno che penserà di agire da solo, negando di fatto l’interdipendenza tra i sardi, per nominarsi da sè – a beneficio di telecamera – re di niente e signore di nessuno. 
Michela Murgia

 

HA INVIATO IL PROGETTO ALL’ONU E A SILVIO BERLUSCONI

DODDORE MELONI E LA SUA REPUBBLICA

L’isola di Mal di ventre che diventa uno Stato indipendente, per l’iniziativa di un autotrasportatore che rileva la proprietà del fazzoletto di terra posto davanti alle coste oristanesi per usucapione. Non è uno scherzo o la fantasiosa trama di un romanzo ambientato in terra sarda. È l’iniziativa di un separatista sardo che punta al riconoscimento dell’isola di Mal di Ventre quale «Repubblica Indipendente di Malu Entu». Salvatore Meloni, che molti conoscono con il nomignolo di Doddore, sembra deciso a fare sul serio, tanto che ha chiesto in questa battaglia il sostengo di un legale. Meloni, 65 anni, autotrasportatore di Ittiri, ma da tempo residente a Terralba, richiama il principio di autodeterminazione dei popoli sancito dalla Carta di San Francisco. L’indipendentista, protagonista in passato di aspre battaglie per l’indipendenza della Sardegna, ha già inviato il progetto sia alle Nazioni Unite che al presidente del Consiglio dei Ministri, Silvio Berlusconi. Per sostenere la tesi secondo cui è possibile acquisire la titolarità dell’isola per usucapione, Salvatore Meloni, per bocca del proprio avvocato, sostiene di trascorrere «da più di vent’anni gran parte delle sue giornate sull’isoletta assieme ad altri indipendentisti». «Il mio assistito – ha detto l’avvocato Maria Vitalia Anedda – intende avviare una causa civile per l’usucapione dell’isola di Mal di Ventre che, dal 1972, appartiene alla società napoletana Turistica Cabras srl». Secondo il legale Salvatore Meloni da qualche mese ha anche richiesto al comune di Cabras la residenza sull’isola per rafforzare la sua iniziativa. «Non mi risulta che ci sia stata una richiesta di questo tipo – dice Efisio Trincas, che di Cabras è stato sindaco sino a giugno -. In ogni caso non mi sembra proprio che si possa ipotizzare l’usucapione dell’isola». «Mal di Ventre rappresenta un simbolo di riappropriazione dei territori dei sardi, che ci sono stati arbitrariamente sottratti», ha spiegato il legale di Salvatore Meloni, comunicando un messaggio del suo assistito. Salvatore Meloni mercoledì prossimo, in una conferenza stampa, spiegherà le motivazioni della richiesta di indipendenza. Dal luglio del 1974, nell’isola di 81 ettari, gli indipendentisti come veri proprietari occupandosi sia della pulizia che della salvaguardia dell’area marina protetta, a nord dell’isola. «Esistono gli estremi per l’usucapione – ha sottolineato l’avvocato – poichè si tratta di un possesso continuato, pacifico e non interrotto per vent’anni». L’indipendentista di Terralba è stato condannato a nove anni di carcere per cospirazione contro lo Stato a metà degli anni Ottanta. «Un articolo del codice Rocco prevedeva anche la pena di morte – ha raccontato di recente Meloni -. La pena capitale è stata abolita, ma il reato è rimasto. E l’unico condannato della Repubblica sono io. Gli altri li hanno assolti tutti: Rosa dei Venti, Nar, Brigate Rosse. E lo stesso articolo che Papalia ha tentato di rispolverare a Mantova contro Umberto Bossi e tutto è finito in un nulla di fatto». Adesso Salvatore Meloni lavora in una cooperativa da lui fondata insieme a altri otto soci, tutti indipendentisti. Si chiama «Patria Sarda». Tratta vari settori merceologici, dai prodotti agricoli ai salumi, dai dolci ai liquori fino agli abiti ispirati al costume sardo.

 

DA NEW YORK, UNA CAGLIARITANA NEL TEAM PER LA LOTTA AL LINFOMA

LA PROFESSIONALITA’ DI VALENTINA D’ESCAMARD

C’è anche una cagliaritana di 35 anni nel team di ricercatori che, guidati da Giorgio Inghirami, ha fatto un notevole passo avanti nella lotta al linfoma: l’equipe ha, infatti, scoperto un vaccino che permette di prevenire e contrastare l’oncogene Alk, che caratterizza e contraddistingue le cellule malate del linfoma anaplastico. Il lavoro, durato anni, è stato svolto nei laboratori del Cerms (Molinette) di Torino in collaborazione con il Department of Pathology and New York Cancer Center, New York University School of Medicine. Del team di ricercatori fa parte una giovane biologa cagliaritana, Valentina d’Escamard che lavora dal 2002 alla New York University come ricercatrice. Dopo la laurea conseguita a Cagliari nel 1998, durante l’ultimo anno di scuola di specializzazione (in Patologia clinica), Valentina d’Escamard si è trasferita a New York, dove nell’equipe del prof. Giorgio Inghirami, presso la New York University School of Medicine, ha preparato la sua tesi di specializzazione, che ha discusso a Cagliari nel dicembre del 2003. Dopo la specializzazione ha continuato il lavoro di ricerca nello stesso laboratorio di New York, proseguendo la collaborazione con il prof. Inghirami che si è recentemente trasferito a Torino. Valentina d’Escamard lavora e risiede tuttora a New York. Il lavoro ha portato ad iniettare un vaccino a Dna specifico per il gene Alk in alcune cavie, in seguito trattate con una dose letale di linfoma. Grazie al vaccino i topolini respingevano il linfoma e non si ammalavano. L’effetto del siero dura per tutta la vita. Sempre sugli animali i ricercatori hanno sperimentato il vaccino anche come cura. In questo
caso alcune cavie malate sono state sottoposte alla classica chemioterapia, quindi è stato loro iniettato il siero che ha permesso di sconfiggere il linfoma nella maggior parte degli animali vaccinati. Quello anaplastico è un linfoma relativamente raro. Si contano circa 2500 malati in Europa e altrettanti negli Stati Uniti. Recentemente si è scoperto che l’Alk è anche espresso in modo errato in circa il 5 per cento degli adenocarcinomi del polmone (che colpiscono circa 12 mila persone in Europa). Tra qualche mese negli Stati Uniti partirà un trial in collaborazione con il Cerms delle Molinette, per sperimentare l’efficacia di questo trattamento sull’uomo. Solo al termine del trial si potrà finalmente avere il primo vero vaccino oncologico per i tumori umani positivi per questo oncogene.
Lia Serreli

 

ANCHE I SASSARINI PARTECIPANO ALL’OPERAZIONE STRADE SICURE A ROMA

I DIMONIOS VIGILANO SULLA CITTA’ ETERNA

Mitragliatore  AR da 80 colpi al minuto. Giubbotto antiproiettile. Mimetica fiammante. Anfibi lucidi. L’aspetto curato nei particolari. Cortesia ed efficienza garantite in modo inappuntabile. Un’immagine senza incrinature. E i primi risultati, dicono i cittadini, sono positivi. La Brigata Sassari è a Roma tra stazioni ferroviarie e snodi della metro. Sino a poco tempo fa rischiavano la vita fra l’Iraq e l’Afghanistan. Ora, nella città eterna, se la devono vedere con guerriglieri metropolitani, scippatori, clandestini, spacciatori, potenziali terroristi. E nello stesso tempo lottare con norme che li equiparano ad agenti di pubblica sicurezza: possono collaborare a un fermo in flagranza di reato. In sostanza grande operatività. Così vuole il Governo per l’operazione "strade sicure". E loro, i sassarini, come sempre obbediscono. Perché, allora come oggi, gli uomini della brigata si adattano con estrema professionalità a ogni azione. Compresa l’emergenza criminalità sancita per decreto dal ministro Maroni. Su Roma l’esercito è in campo con poco più di mille uomini: un terzo degli effettivi dislocati nelle città italiane dalle forze armate. Quasi la metà appartengono al 151° reggimento, solitamente di stanza alla Monfenera di Cagliari. Il comando della missione fa capo ai Granatieri di Sardegna. E gli uomini della Brigata che conoscono le lingue, dall’inglese all’arabo, tornano utili anche per fornire indicazioni ai turisti. L’attenzione è concentrata sulle periferie: dall’Ostiense alla piazza dei Cavalieri di Malta. I cittadini ringraziano perché i militari hanno riportato l’ordine. La gente solidarizza apertamente con i soldati della Sassari. Pier Giorgio Pinna

 

NELLE CENTRALI SI SUSSEGUONO LE PERDITE RADIOATTIVE: QUATTRO VOLTE ALLARME ROSSO

NUCLEARE FRANCESE, UNA FUGA DIETRO L’ALTRA

Nelle centrali nucleari francesi si susseguono le fughe radioattive e per la quarta volta negli ultimi mesi è scattato l’allarme rosso in un impianto transalpino, in un periodo già molto travagliato per l’atomo europeo dopo l’incidente accaduto ai primi di giugno in Slovenia nella centrale nucleare di Krsko ed i 4 incidenti registrati in Spagna a luglio in soli 12 giorni nella centrale nucleare di Cofrentes nei pressi di Valencia. A Tricastin lo scorso 8 luglio le autorità francesi resero nota la fuoriuscita nell’ambiente, avvenuta il giorno precedente, di 74 kg di uranio. A Romans – Sur – Isere lo scorso 18 luglio l’Autorithy per la sicurezza nucleare francese ammise la fuoriuscita di acque contaminate da elementi radioattivi, pur assicurando che l’incidente non aveva determinato impatti ambientali. A Saint Alban lo scorso 21 luglio 15 operai vennero contaminati dalla fuoriuscita di liquido radioattivo. Il 23 luglio, nuovamente a Tricastin 100 operai sono stati contaminati da elementi radioattivi di cobalto 58 fuoriusciti da una tubatura del reattore numero 4 fermo per manutenzione ed immediatamente evacuati dalla centrale. Proprio intorno al sito nucleare di Tricastin, fra i più grandi al mondo, che non comprende solo la centrale, ma anche una serie di laboratori che lavorano l’uranio grezzo e depositi per le scorie radioattive, sembrano emergere molti scampoli di realtà, fino ad oggi sottaciuti, in grado d’incrinare più di una certezza riguardo alla capacità francese di gestire al meglio le conseguenze di quella sorta di "patto con l’atomo" che in Francia (dove il 78% dell’energia consumata viene prodotta dalle centrali nucleari) ha creato il mito dell’energia "facile", pulita ed a buon mercato. Gli incidenti nel sito di Tricastin avvengono da oltre 30 anni, anche se spesso sia la dinamica sia le conseguenze degli stessi sono state tenute nascoste per evitare polemiche e proteste. Già dal 1964, prima ancora che sorgesse la centrale, il sito ospitava un deposito di scorie radioattive, provenienti da una vecchia fabbrica militare per l’arricchimento dell’uranio, stoccate senza alcuna precauzione, che avrebbero determinato nel corso del tempo la migrazione di 900 chilogrammi di uranio all’interno delle acque sotterranee che riforniscono i pozzi delle famiglie della zona. Ad esso si è aggiunto il deposito per scorie nucleari della Sogema, la società che a Tricastin arricchiva l’uranio per la costruzione degli ordigni nucleari, che contiene 700 tonnellate di scorie radioattive sepolte sotto un cumulo di quattro metri di terra Nel 1986 una fuga di esafluoruro d’uranio dalla centrale portò il livello di radioattività dell’aria a 130 bequerel per metro cubo, «quando il dato normale è di 0.00001». Nel 1991 si verificò lo sgocciolamento di nitrato d’uranio sulla ferrovia della Sogema,. Nel 1997 si verificò una fuga di uranio arricchito nei terreni. Solamente un paio di settimane fa a due chilometri di distanza dalla centrale sono state trovate falde freatiche e pozzi privati dove il tasso di uranio rilevato dall’Istituto di radioprotezione e sicurezza nucleare Irsn, arrivava a punte di 64 microgrammi per litro, ben oltre i 15 ammessi dall’Oms per dichiarare potabile l’acqua. Energia facile, pul
ita ed a buon mercato che inizia a manifestarsi sempre più lontana da una realtà costretta a specchiarsi con il dramma dei lavoratori sottoposti alla contaminazione radioattiva e degli abitanti dei comuni che sorgono in prossimità del sito di Tricastin, costretti a convivere con la paura e privati perfino dell’acqua, essendo ormai proibito berla, nuotarci, mangiarne il pesce ed irrigare i campi, destinati ad inaridire in questa fetta di pianura francese immolata, come tante altre, sull’altare di un atomo che sta iniziando a scolorare e preoccupare sempre più.
Massimiliano Perlato

  

IL CONCORSO PER PROGRAMMI RADIO, TV E WEB, CON LA PARTECIPAZIONE DI 44 PAESI

A CAGLIARI, IL "PRIX ITALIA"

Dal 14 al 20 Settembre nella esclusiva sede del Terminal crociere e nei teatri della città si è svolta la 60esima edizione del concorso che è tornato a Cagliari dopo 23 anni. Un evento di straordinario rilievo che ha proiettato la Sardegna su uno scenario globale con importanti ricadute turistiche. Erano 44 i Paesi coinvolti nell’evento, con il nuovo ingresso di Cina e India, per un totale di 85 televisioni che si sono contese i tre premi assegnati a programmi di elevata qualità in diverse categorie: drama, documentari, televisione e radio. Il Prix Italia ha visto un programma molto fitto nel quale recitava un grande ruolo la Sardegna. A partire dal "Percorso nel tempo": rassegna con i migliori programmi televisivi d’autore realizzati dalla Rai sull’Isola proiettati al Teatro Civico di Castello. Ancora Sardegna con l’anteprima di Sonetàula, film di Salvatore Mereu tratto dal romanzo di Giuseppe Fiori. Un grande artista sardo, Paolo Fresu, ha partecipato alla cerimonia d’apertura del Prix Italia al Teatro Lirico insieme all’Orchestra sinfonica nazionale della Rai. La cerimonia di chiusura è stata trasmessa su Rai Uno all’Anfiteatro Romano. La scelta della sede di Cagliari nasce dalla stretta collaborazione tra la Regione Sardegna e la sede RAI dell’Isola, consolidata nell’ultimo anno anche in occasione del Premio Internazionale del Documentario Reportage Mediterraneo. Grande rilievo all’interno del Prix si è dato ai tre workshop che hanno riguardato l’Asia e il mondo globalizzato, l’Africa e le difficoltà nella comunicazione, e le nuove frontiere della comunicazione col Web 2.0 e il Broadcasting. La giuria che si è occupata di assegnare i premi, i tre storici e i premi speciali tra cui quello intitolato al Presidente della Repubblica, aveva a disposizione 16 sale completamente insonorizzate. Una grande organizzazione quella che sottende il Prix Italia, che vede la Regione Autonoma della Sardegna con l’Assessorato del Turismo tra i partner del progetto. Il Presidente della Regione, Renato Soru, ha detto: "Bisogna mostrare ciò che la Sardegna fa di buono, con la musica, le arti visive, la comunicazione, il nostro lavoro nel campo della creatività e della cultura; queste sono straordinarie occasioni di lavoro e devono essere uno stimolo per artisti e creativi, un incentivo per i giovani sardi". "Il contributo della Regione Sardegna – ha concluso il Presidente Soru – è il meritato ‘premio’ alla Rai per aver documentato in questi anni la storia della nostra terra. Molte di queste immagini che raccontano la Sardegna dal 1956 a oggi sono già disponibili nella Sardegna Digital Library". Gli altri partner del progetto sono stati il Comune di Cagliari, la Fondazione Banco di Sardegna, l’Autorità portuale di Cagliari, HD Forum Italia, Meridiana.

 

I MONILI "MILUNA" DISEGNATI DA MARIA GIOVANNA RUIU

UN PO’ SARDI I GIOIELLI DI MISS ITALIA

Quell’armonia di luce e forme – oro e diamanti – che brilla sulla bellissima per eccellenza, Miss Italia, è il materializzarsi del senso estetico di una giovane donna che da 3 anni firma, per conto di Miluna, maison "Cielo Venezia 1270", i gioielli delle collezioni che le Miss indossano nella kermesse di Salsomaggiore. Maria Giovanna Ruiu ha 29 anni, è di Macomer, è una bella ragazza che in mezzo ai preziosi c’è nata: terza generazione di una famiglia di gioiellieri originari di Ploaghe, il cui capostipite, Giovanni Maria, aprì la prima bottega nel 1913. Maria Giovanna studia al Liceo Scientifico di Macomer, approda al Dams e decide di andare là dove ti porta il cuore. Laurea al Dams e disegni su disegni. Abiti e non solo. L’incontro con lo studio internazionale di Gianni Bortolotti, una delle firme più prestigiose dell’architettura mondiale, a Bologna, le spalanca gli occhi. Si riavvicina ai gioielli come piccoli capolavori d’arte ma anche di emozioni. Maria Giovanna si sposta dall’Emilia al Veneto, frequentando i corsi di design a Bassano del Grappa: oreficeria, modellismo in cera. Corsi fondamentali per acquisire manualità. Un tour per imparare l’arte tra Bassano, Vicenza, Venezia e la capitale dell’oro in Italia, Valenza. La giovane sarda inizia nel 2002 in una piccola azienda a Camisano vicino Vicenza. Intanto studia e gira per le fiere. Visita i padiglioni portando con se il "book" pieno di disegni. Collane, anelli, orecchini, bracciali… Incontra Adriano Chimenti che la porta con se nella fabbrica di Grisignano di Zocco, una delle più avanzate che ci siano. Così le sue prime due collezioni del Natale 2005, diventano degli evergreen della casa. Disegna per il commerciale e per il singolo. Magnati russi, petrolieri arabi. Pezzi unici dai costi elevati. Tra Grisignano e Macomer diventa l’emigrata tra i preziosi. A fine 2005 passa a Cielo Venezia 1270. Un’occasione, un riconoscimento. E da allora, nell’azienda di Sergio e Mara Cielo, a Olmo di Creazzo, le sue proposte per il concorso Miss Italia vengono regolarmente approvate dall’azienda. E finiscono in passerella, da tre anni consecutivi. Ma non ci sono solo le Miss. Cielo Venezia firma otto marchi: Miluna, Yukiko, Yukey, Miss Fashion, Nimei, Kiara, Arkano. Una grande famiglia dove ogni settore ha il suo target, la sua specializzazione. Maria Giovanna gioca su tutte le ruote. E rinizia a studiare: anche l’acciaio per le creazioni della linea più giovanile e maschile.

 

 

RIFLESSIONE ALL’INDOMANI DELLA VISITA DEL PAPA IN SARDEGNA

ESSERE GIOVANI, NON E’ UNA MODA

Ho sempre avuto una certa ritorsione contro le riunioni fiume, quelle che non portano a nulla, dove chi prende la parola  deve anticipare il suo curriculum, perché è più importante  il ruolo che si ricopre non ciò che si è realmente. Chissà perché in queste occasioni prevalere la volontà di "godere&
quot; delle proprie chiacchiere piuttosto di arrivare al nocciolo dei problemi. E poi se in queste riunioni si utilizzano certi argomenti solo perché vanno di moda allora mi sale, come si  dice, il "sangue al cervello". Mi è capitato proprio qualche giorno fa in una riunione, presenti realtà operanti con i giovani. Basta parlare di Giovani perché va di moda. Basta parlare di emergenze educative, perché in una società dove prevale l’efficienza, bisogna mettere in mostra le belle iniziative, perché io sono più bravo dell’altro. Noi giovani, e mi ci metto dentro anche io, non abbiamo bisogno di belle sale, di strutture all’avanguardia per essere a "posto". Noi giovani abbiamo bisogno  di persone capaci di stare con noi, perché lo desiderano realmente, perché con noi  stanno bene, si sentono bene. Non abbiamo bisogno di "attori" come educatori,  abbiamo bisogno di veri testimoni, che attraverso le  loro scelte coraggiose, ci dicono che nella vita bisogna aver fermezza nell’osare sempre. Mi sono proprio rotto degli imprenditori dell’educazione, di quelli che si riempiono la bocca con terminologie che sanno più di politica che di educazione. Azione di rete, strategie educative, parole al vento se in realtà dietro non c’è la capacità di entrare in una vera condivisione. Ne ho viste tante in questi anni. Oratori e Saloni parrocchiali a cinque stelle, dove niente era funzionale, quasi bisognava indossare le pattine prima di entrare. E di questi ambienti di conseguenza ho sentito sempre lamentele sul fatto che i ragazzi non frequentavano. Oppure di realtà dove si organizzavano iniziative mega e i ragazzi non partecipavano. Allora poi la colpa è sempre dei giovani, perché non hanno voglia di impegnarsi, hanno perso i valori. Come giovane, perché ancora lo sono, mi fa specie la falsità, mi fa ribrezzo la squallida  compassione. Ho stima invece di chi mi sa ascoltare, di chi mi sa chiedere di fare fatica, di chi si accosta accanto a me e sa leggere nel mio cuore, di chi non ha timore di sporcarsi le mani.  Non penso che questi siano  solo i miei sentimenti.  Sono convinto che solo nella relazione ci può essere adesione alle iniziative. Ai signori in giacca e cravatta, che sono disposti ad investire sui giovani, direi che forse è più conveniente iniziare a  stare con i giovani, per capire quelli che sono i bisogni, ma non solo perché non sempre si può parlare di "problema". Da giovane Cristiano ritengo sia importante presentare quei modelli di persone, che attraverso il loro esempio ci dicono che è ancora possibile oggi osare con coraggio per un’ideale. Leggevo in un testo di una conferenza: "Dietro a quel Crocifisso, quante storie d’amore, quanti cammini di santità, quanti martiri! che nel Cristo anno trovato un punto di riferimento". Ma oggi lo consideriamo ancora come punto di riferimento?, in quale Cristo crede la nostra gente?
Enrico Perlato

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