OH AMATA ATZARA! ROSA MUGGIANU PRESENTA IL LIBRO “SAMBUERI MIA BERI” AL CIRCOLO SARDO DI MILANO

Pierangela Abis e Rosa Muggianu

Non ci sono in Sardegna paesi che possono permettersi di vantare altrettante opere d’arte, fotografie, scritti, che restituiscono uno spaccato assolutamente originale di come si presentasse, agli estranei, la nostra isola, all’inizio del novecento, quanto ne possiede Atzara, perla del Mandrolisai, cuore della Barbagia nuorese. Adagiata su di un colle che non supera i cinquecento metri, poco più di millecinquecento abitanti al suo massimo, ora intorno a mille, ebbe il destino da fare da scenario a un tale numero di pittori che viene da pensare ci sia qualcosa di vero su quanto ebbe a dire Antonio Corriga, uno dei più autorevoli pittori sardi della seconda metà del novecento: “ Ci sono soltanto due luoghi al mondo, molto distanti fra loro, che hanno una luce ideale per la pittura, Atzara e l’isola di Ceylon.” In qualche modo così dovettero pensarla anche i vari Filippo Figari, senza dubbio quello che vi soggiornò per diversi anni e ebbe modo di eseguire numerose opere riguardanti le fogge dell’abito tradizionale, specie femminile, ma anche gli Antonio Ballero, Stanis Dessì, Mario Delitala, e a seguire Giuseppe Biasi, Carmelo Floris, Salvatore Pirisi e altri ancora. Singolare la storia del pittore madrileno Eduardo Chicarro Y Aguera che vi capitò, su invito del sindaco di allora Bartolomeo Demurtas, provenendo dal giubileo romano del 1900. Il suo soggiorno in paese fu breve. Colpito da malaria fu costretto ad abbandonarlo non prima di terminare un grande quadro “Ritorno dalla festa di San Mauro” e tornarsene a Roma dove suggerì al suo giovane connazionale Antonio Ortiz Echague, anche esso pittore, di recarsi in Sardegna. E’ l’inizio del “costumbrismo” di matrice iberica che influenzerà i pittori sardi del Novecento, indicandogli, come sostiene lo storico dell’arte Salvatore Naitza, “il folklore come fonte di ricerca sociale o di pretesti formali”. Echague rimarrà in Sardegna fino al 1908 soggiornando per parecchio tempo nel Mandrolisai dove dipinse (tra gli altri) “La festa della confraternita di Atzara”, un’opera che, esposta a Roma Venezia e Parigi, ebbe un successo planetario. Oggi è conservata al museo spagnolo di San Sebastian. Da allora Atzara divenne “calamida de tottus sos pittores”, che fece del paese una vera e propria scuola a cui approdarono decine di pittori e di grandi fotografi da mezza Europa, lascito artistico di tanta arte è il MAMA, museo d’arte moderna e contemporanea, fortemente voluto dal pittore locale Antonio Corriga e intitolato a quel giovane spagnolo che approdando ad Atzara nel 1906, ne avrebbe cambiato fatalmente la storia (cfr.  Maurizio Pretta, Nemesis Magazine). A raccontarla usando le parole come fossero pennellate uscite da un dizionario sardo ( limba de mesania), Rosa Muggianu, atzarese doc,  al circolo sardo di Milano il 7 febbraio scorso, per presentare un suo secondo libro sul paese che le ha dato i natali ( il primo: “Ritorno ad Atzara”, in copertina la vede insieme a quattro compagni di scuola, grembiule scuro e gran colletto bianco, un fiocco tra i capelli, tutti rigorosamente scalzi), questo secondo: “Sambueri Mia Beri”, contos e cantos di Atzara e non solo, lo pubblica LFA Publisher. Doveva esserci con lei Roberto Casalini, già giornalista del “Corriere” e scrittore (soprattutto di cinema) ma all’ultimo minuto a farne le veci è intervenuta Pierangela Abis, già presidentessa del circolo milanese che, natia di Berchiddda, ha avuto modo di confrontare più agevolmente i ricordi che mantiene del suo di paese , che  è poco più grande di Atzara; Casalini, sassarese d’adozione quindi “cittadino”, ha comunque potuto lasciare un suo contributo scrivendo la prefazione al libro: “Un paese vuol dire non essere soli, scriveva Cesare Pavese. Atzara, nel Mandrolisai, ha tenuto compagnia per tutta la vita a Rosa Muggianu, l’autrice di questo libro. Che è, assieme, amarcord e saggio esemplare di etnologia sul campo, affettuosa Spoon River dei volti cari che hanno popolato Atzara e preziosa, paziente raccolta di canti profani e religiosi, dei racconti e detti popolari che restituiscono il paese com’era” (pag.5). Vera sorpresa del libro, dice Pierangela, sono le relazioni sociali, i racconti orali che si tramandano tra i grandi, i piccoli, gli anziani. Di cui anche io ho ricordo, tanto da considerarmi privilegiata per questo, davanti al camino acceso, alle spalle un freddo acuto, tutti noi piccoli più vicino possibile alla fiamma, i geloni quasi inevitabili. E qualche “grande” che raccontava. La processione che descrivo, dice Rosa, mi dà l’occasione di ripercorrere con la mente antichi rioni, case in cui sono nati e vissuti i nostri vecchi. Partita dalla chiesa parrocchiale non poteva non fermarsi dinanzi all’antica casa di Don Efisio Serra, che fu signore di Atzara, e intorno agli anni trenta ospitò personaggi illustri, Filippo Figari e la moglie, il grande fotografo tedesco August Sander e Richard Scheurlen, ricordato dagli antichi atzaresi come “ su pintore tedescu”, che incantato dalla luce di Atzara ci visse e lavorò, per quasi vent’anni. In un angolo del cortile interno della casa padronale di don Efisio c’era “sa domo de is paras”, la casa dei frati, una piccola abitazione dove venivano ospitati i frati cappuccini che periodicamente giravano i paesi della Sardegna per la questua e con la missione di far sorgere vocazioni negli animi giovanili. Piera legge alcuni tratti de “la processione più bella”, dai ricordi di tzia Ominiga Virdis: “…era negli anni trenta-quaranta quella di Corpus Domini a cui potevano partecipare anche le vedove, alle quali per usanza era vietata ogni forma di partecipazione a ricorrenze o festeggiamenti pubblici e religiosi. I balconi sotto i quali si snodava la processione venivano adornati coi copriletti più belli ricamati o tessuti al telaio…(pag.25). I riti antichi della settimana santa ( dai ricordi di nonna Peppa) erano tanto sontuosi quanto coinvolgenti tutta la comunità, al di fuori di questi non c’era nient’altro. La seconda parte del libro è suddivisa in dieci sezioni che raccolgono filastrocche, trallalera, modi di dire, favole e ninne nanne. Tra le favole spesso sono animali parlanti: sa mardona cricando isposu atobiat su cuaddu- Animaleddu meu , chi mi faes boghe bella ti pigu a isposu, la pantegana in cerca di un fidanzato incontra il cavallo: -Animaletto mio se mi fai sentire la tua bella voce ti scelgo per sposo. Delle filastrocche e trallalera spesso il testo conta poco, l’importante è il ritmo, le conte sono usate dai bambini per scegliere chi deve iniziare per primo un gioco o ne deve uscire, affidando la scelta alla sorte. Esempio è il Sambueri che dà il titolo al libro che fa così: Sambueri mia beri/ mia tope sanitope/conca ‘e aranu/ conca ‘e austu/ barroi, bessidoi/ bessi custu!, la frase più comprensibile è il finale: bessi custu: esce questo! Tra i trallallera , un vero “classico” è: A su piccioccu meu/ di nanta Generosu/ e cando non du biu/ mi pigat su nervosu (pag.87). Che viene così tradotto: Il ragazzo mio si chiama Generoso/ e quando non lo vedo mi viene il nervoso. Le preghiere venivano recitate in latino, mia nonna analfabeta, dice Rosa, quando recitava il rosario, io pensavo che fosse sardo. Molti modi di dire erano presi direttamente dalla Bibbia: tipico, oggi ho fatto un mucchio di cose, mi hanno mandato da Erode a Pilato. I brebos e le orazioni popolari, se esplicitate,  hanno il potere di esaudire desideri, di scongiurare catastrofi: Santa Brabara e Santu Giaccu ( per scongiurare il pericolo dei temporali): bos teneis is crais de lampu/ bos teneis is crais de chelu/ no tocheis figiu angenu/ ne inoghe ne in  s’artu/ Santa Brabara e santu Giaccu. Santa Barbara e san Giacomo voi che tenete le chiavi dei lampi / voi che tenete le chiavi del cielo/ difendete i figli di tutti/ sia qui ce nei campi. Nel 2007 mio padre e mia madre da Milano se ne tornarono ad Atzara. Erano anziani e io stavo con loro più spesso che potevo. Andavo a trovare le zie, loro mi raccontavano cose e io le andavo scrivendo in un quaderno. Zia Annamaria che morì a 97 anni mi dettò la filastrocca che le aveva insegnato da bambina sua nonna. Il protagonista è ‘Ntoni, che fa un elenco di tutti i buoni cibi della tradizione atzarese che vorrebbe mangiare. Il tono è scherzoso ma forse nasconde anche un bisogno di esorcizzare la fame che ai quei tempi, che chi non aveva terreni né animali, era un’esperienza quotidiana. “ Como si naro i disigios meos: proccheddos arrostius/ angiones a cassola/ bona petza ‘e mangiola/ cùndia fatta a brodu/ fatta cun bonu modu…maialetto arrosto/ agnello in umido/ carne buona di vitella/ condita, cucinata in brodo…(pag.46). Leggendo il libro di Rosa Muggianu mi è vento in mente quello di Salvatore Cambosu: Miele amaro, un libro che uscì nel 1954 per Vallecchi. Nell’edizione del1989 Manlio Brigaglia riporta i giudizi di Gonario Pinna; “un bastimento carico di spezie e di fiabe, di essenze e di storia, d’immagini preziose e di racconti, di miele e di poesia”. E Giuseppe Petronio; “un bello, intelligente, affettuosi volume, una originale sintesi di storia e di tradizione, di scienza e di letteratura, una specie di “corpus” di tutto ciò che costituisce l’anima o il genio sardo nei secoli”. Ecco, quello che Salvatore Cambosu ha fatto con “Miele amaro” per la Sardegna tutta, mi pare l’abbia fatto Rosa Muggianu con Sambueri mia Beri”  per la sua amata Atzara.

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