
di SEBASTIANO CHESSA
Su invito di Carmen Salis, Roberto è stato gradito ospite a una lezione dei corsi accademici di Editing avanzato e Scrittura espressiva. Nella chiacchierata con gli allievi, ha raccontato la sua vita artistica, arricchita di aneddoti e curiosità.
Roberto, puoi dirci che tipo di autore di definisci? “Direi un romanziere, perché mi piace l’idea di romanzare qualcosa che voglio comunicare. Se, ad esempio, mi piace un borgo, mi invento, romanzo, creo una storia per descriverlo”.
Hai scelto volutamente di pubblicare solo con case editrici sarde? “Quando mi rivolsi ad AmicoLibro, l’idea era di ripubblicare “Baci di laguna” perché ritenevo che il testo avesse bisogno di qualche modifica. Fu un amico poeta a darmi la dritta giusta: –Conosco Carmen Salis, guarda che potrebbe darti una mano, mi suggerì, così la contattai esclusivamente per lavorare su questo romanzo. Per errore le inviai un capitolo de “La donna farfalla” e tutto cambiò. Carmen mi chiamò, credo, la sera stessa: –“Baci di laguna” può aspettare”, mi disse, – pubblichiamo “La donna farfalla”. Peccato che avessi scritto un solo capitolo, quello che le avevo inviato, ma lei trovò, come sempre, la soluzione: –Bravo, adesso mettiti a scrivere il resto, mi intimò e, da lì iniziò la mia avventura letteraria con Carmen e AmicoLibro”.
Perché sei diventato un burattinaio? “Alla fine degli anni Ottanta mi intrufolai nella bottega di un mascheraio nel quartiere di Castello, a Cagliari. Lì cominciai a realizzare maschere di cartapesta, di cuoio, o di cera per la Sartiglia. Imparai anche a restaurare le statue sacre, soprattutto i piccoli Gesù bambini semi distrutti, che altrimenti sarebbero rimasti chiusi in chissà quali cassetti o scantinati. A un certo punto smisi di occuparmene, perché né le chiese né i privati cittadini volevano pagarmi i lavori, finché nel 1990 fui contattato per restaurare alcuni burattini di legno del Settecento. A commissionarmi il lavoro fu Mauro Sarzi, il primo burattinaio a mettere piede in Sardegna. Accettai senza esitare, pur sapendo che non avrei potuto lavorare a casa ma direttamente a teatro. Così feci e questa attività durò un paio d’anni. Da restauratore di burattini diventai successivamente animatore e poi una sorta di regista-animatore per spettacoli che mi hanno portato dalle scuole elementari fino all’Aula magna dell’Università di Cagliari con “Pinocchio”.
Puoi raccontarci la tua esperienza con la compagnia di Mauro Sarzi? “Sono stato il suo burattinaio e ho perfino lavorato col padre Otello, al quale una decina d’anni fa dedicai il mio libro “I racconti del giocattolaio”, impreziosito dalla prefazione di Mauro. Una famiglia straordinaria, originaria di Reggio Emilia, che per prima portò i burattini in Sardegna. Da loro ho imparato a cogliere la differenza fra muovere e animare: si può muovere qualsiasi cosa, ma la difficoltà sta nel riuscire a trasmetterne l’anima. Otello mi diceva: –Se tu balli all’interno della baracca, – che, per chi non lo conoscesse è il teatrino dei burattini – da fuori vedranno un burattino che balla. Per farlo muovere e ballare, devi ballare tu. La differenza fra muovere e animare è questa, entrare nell’anima del burattino. Se riesci a fare questo, sei un burattinaio. Un burattinaio lo è per sempre, ed è colui che riesce a dimenticarsi di avere un oggetto in mano. Il resto lo fanno la musica, il buio, le luci, ma entrare nell’anima del burattino è la cosa più difficile e affascinante”.
Come nasce la “Trilogia di Pinocchio”? “Tutto ebbe inizio dalla collaborazione con Emanuela Imprescia, mamma di un bambino di undici anni guarito dalla leucemia, presidentessa dell’ADMO Alto Adige e oggi scrittrice per Feltrinelli. In breve iniziammo una una collaborazione che portò al racconto “Trucioli di cuore”, la storia di un Pinocchio dei giorni nostri, scritta per sensibilizzare sulla donazione del midollo osseo. Successivamente fu Carmen Salis a gettarmi l’esca: –“Roby, “Pinocchio” di Collodi è svincolato dai diritti d’autore, visto che hai sempre i burattini fra le mani e parli spesso di Pinocchio, perché non scrivi una tua versione? Accettai la proposta senza esitazioni, riprendendo in mano il “Pinocchio” originale di Collodi, quindi contattai un mio amico medico con l’hobby del disegno, Giuseppe Pisano, chiedendogli di realizzare le illustrazioni. A quel punto decisi che avrei pubblicato una trilogia: avevo già il “Pinocchio” originale e “Trucioli di cuore”. Per completarla mancava il terzo capitolo, così scrissi un altro breve racconto, “L’albero della vita”.
A quale dei tuoi personaggi sei più affezionato? “Senza dubbio Marta, che compare in “Baci di laguna”, il mio primissimo lavoro editoriale, ripubblicato di recente da AmicoLibro in una nuova versione rivista e corretta. L’idea nacque dopo la tragica scomparsa di una mia nipotina di cinque anni, che nel romanzo diventa la traghettatrice. È stato il mio modo di renderle omaggio”.

“Baci di laguna” è ambientato nella Sardegna dell’epoca aragonese e, sempre nel Medioevo, si svolge un altro tuo romanzo, “Genna di Taquisara”. Come mai hai scelto questo periodo storico e in particolare quel luogo così suggestivo? “Mi ci ha portato la passione per la speleologia. Avevo già visitato diverse grotte, come quella di Su stiddiu, sotto Piazza d’armi a Cagliari, alla quale ebbi accesso grazie a Marcello Polastri, profondo conoscitore della Cagliari più nascosta. Con l’aiuto di un amico speleologo ho potuto visitare anche la piccola grotta di Taquisara, nel territorio di Gairo e da lì è nata l’idea del romanzo”.
Sono molto interessanti anche i personaggi del romanzo “I segreti di Sant’Impera”, in particolare il protagonista Fernando, l’uomo seduto in perenne attesa sulla panchina di una vecchia stazione. Chi o cosa aspetta? “Il punto di partenza era pensare a una stazione come la metafora della vita, le fermate sono i vari bivi che si presentano, i treni da prendere. Poi nelle mie storie comandano i personaggi, mi reco nei luoghi, incontro le persone e nel giro di due mesi butto giù la storia. Ciò che vivo in quel periodo è talmente bello e forte che va a finire nelle pagine del libro. Parto da un canovaccio generico che si dirama in strade infinite, completamente diverse da quelle che inizialmente avevo in mente. Non ho in testa nulla di preciso, tutto diventa una conseguenza naturale degli accadimenti di quel periodo, perfino ogni personaggio è reale. Senza rivelare i dettagli, la particolarità di questa storia è che, pur non ritenendomi un giallista, secondo me ne è venuto fuori una specie di giallo senape, giusto per coniare, una variante ironica di quel genere letterario”.
Chi è Giacu, su sonnaggiargiu protagonista de “I rintocchi di Galusè”? “M’imbattei per caso nel brano “Galusè”, versione in musica dell’omonima poesia di Peppino Mereu, poeta estemporaneo di Tonara. Documentandomi, scoprii un lunghissimo componimento che raccontava la storia della fontana di Galusè. Incuriosito dalla descrizione, decisi di recarmi sul posto, per vedere da vicino questo luogo così magnificamente descritto. Mentre con la prima cittadina visitavo il paese, sentii l’inconfondibile tintinnio dei campanacci. Inizialmente pensai a un gregge che transitava nel centro abitato: –Queste non sono pecore, sono dei sonnaggiargius, stanno accordando i campanacci, chiarì la sindaca. Entrammo nella bottega di un artigiano e da lì nacque l’amore per questo personaggio, che mi ispirò nella stesura del romanzo, ambientato negli anni Ottanta. Ho scelto di chiamarlo Giacu ispirandomi a Santu Giacu, il primo nome che ho letto su un cartello arrivando in paese”.
Qual è il che messaggio vuoi trasmettere con le tue storie? “Dietro le mie storie c’è sempre un messaggio forte. Ad esempio, “La donna farfalla” nasce dall’incontro con Monica, una ragazza piemontese conosciuta, in un ospedale dove da circa un decennio, una volta l’anno, mi recavo a fare animazione con i bambini malati di leucemia e i loro parenti che arrivavano da tutta Italia. Un’esperienza bellissima e molto toccante che, ritornato alla vita di tutti i giorni, rimetteva ogni volta in discussione le mie reali priorità. Divenne una mia accanita lettrice ed entrammo subito in sintonia, perciò mi tenne sempre aggiornato sul suo stato di salute. Nell’ultimo periodo le sue condizioni si erano particolarmente aggravate, tant’è che un giorno mi scrisse in un messaggio che, anche fosse stato disponibile un midollo compatibile, il suo organismo debilitato non le avrebbe permesso di reggere il trapianto. –Roberto, ti sto salutando, concluse, e in quell’istante partì l’idea della farfalla. Quando chiesi al marito se potessi usare il nome vero o citarla nei ringraziamenti, mi confermò che Monica trascorse gli ultimi giorni a guardare dalla finestra il cielo e le nuvole, dove c’era la vita che avrebbe desiderato vivere. Nella mia storia Monica è più viva che mai, ho voluto raccontare il suo percorso in modo, spero, leggero”.
La copertina de “La donna farfalla” rimanda a “8 e ½” di Fellini. È un riferimento voluto? “Tutto il libro è molto felliniano, anche se l’incipit è ispirato al “Pinocchio” televisivo di Luigi Comencini. La storia è ambientata nel 1947 a Lamadrò, Lunamatrona. L’idea è nata una sera in pizzeria, notando che tutte le persone del tavolo a fianco, fra una portata e l’altra, avevano lo sguardo rivolto esclusivamente al proprio telefonino. Fra di loro, solo un ragazzo non aveva il cellulare in mano e si guardava intorno cercando qualcuno con il quale scambiare due parole. Fui molto colpito dal senso di solitudine e smarrimento che trasmetteva. A fine serata rientrai a casa e buttai giù le prime righe di una storia che, decisi di ambientare in un periodo dove ancora non esisteva la televisione”.
Hai già un’idea sul romanzo che vorresti scrivere? “Ho sempre mille idee in testa, ma quando mi chiedono cosa stia scrivendo e non ho nulla fra le mani, significa che non ho davvero niente da dire. Non sono il tipo che si siede e dice: –Adesso scrivo un libro. Preferisco viaggiare, girare la Sardegna, comunicare con le persone. I miei primi libri sono stati i miei nonni, dunque sono abituato all’ascolto. Mi piace stare ad ascoltare le storie e poi provare a scriverle o a raccontarle. All’inizio pensavo di non essere in grado di scrivere, ora scrivo ciò che in quel momento voglio comunicare. Se mi capita di assistere a un fatto, brutto o bello che sia, da quel momento provo a metterne insieme gli elementi e raccontarlo. Devo dire che, purtroppo, molte idee sono nate da fatti negativi o esperienze dolorose”.
Tutti abbiamo le storie al nostro fianco, bisogna distinguerci nel raccontarle e nella motivazione che ci spinge a farlo. Ogni autore ha un suo passo e un ritmo, che ne rappresentano l’identità.
Roberto Brughitta. Nato a Cagliari nel 1965, ha al suo attivo diverse pubblicazioni con AmicoLibro: “I racconti del giocattolaio”; “Baci di laguna”; “La donna farfalla”; “Oro, corallo e arcobaleno”; “La trilogia di Pinocchio”; “Genna di Taquisara”; “I rintocchi di Galusè”; “I segreti di Sant’Impera”; “Coriandoli di storie”. Numerosi i racconti per l’infanzia: “Su lepori isposu”; “Trucioli di cuore”; “Una gara per Bascaleggia”; “La danza di Mebia”; “Saturnino e il gigante mangiarifiuti”.
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Da leggere assolutamente!
Un grandissimo grazie a TOTTUS IN PARI, a Sebastiano Chessa e a Carmen Salis per questo bellissimo articolo.
Fantastico
Grande Robi!
Bello l’articolo e complimenti a te per la tua vitalità ed empatia
Grande Roby
Grande Roberto!
Uomo da mille risorse!😊👏👏👏👏💪💪💪
bravo
Complimenti!