ANELA 1838: UNA COMUNITA’ SOTTO RICATTO (CRONISTORIA DI UN PROCESSO CRIMINALE CHE COINVOLSE UN’INTERA COMUNITA’) – PRIMA PARTE

Introduzione. Il Contesto. “Un processo da far commuovere l’opinione pubblica”

Siamo nel Gocéano degli anni trenta del XIX° secolo. Terra regia, infeudata ai Savoia come Contea, ed amministrata per delega da rappresentanti del potere viceregio. Giurisdizionalmente afferente al Mandamento di Bono, estendentesi fino a Bolotàna.  Amministrativamente facente parte della Terza Divisione Amministrativa di Nùoro, dal 1821, anno in cui fù soppressa la XII° Sottoprefettura (Provincia di Bono). Gocéano terra di confine, ma anche terra che aveva pagato in modo “pesante” la repressione dei moti angioyani, essendo la “culla natale” dell’Alternos. Terra dove la quasi coeva questione delle Chiudende, nella lotta fra contadini e pastori, aveva portato ad efferati omicidi e sommosse popolari. Motivo per cui l’area di Bono era “attenzionata” da Cagliari con la presenza di un Battaglione di Carabinieri Reali.  A parte Bono, Benetutti ed Orune, i centri più grossi della Contea, che, comunque, ospitavano anche le famiglie maggiorenti, gli altri centri vessavano in difficili condizioni economiche. Ed Anela non era da meno. Anzi, forse, era il paese dove questa criticità si viveva maggiormente. Appena trecento abitanti, con un’economia prevalentemente agro-pastorale, quasi totalmente dipendente dagli usi civici dei territori montani di Montes Zosso. Montagna che sarà lo “spazio vitale” dell’economia locale. Ma, allo stesso, il “luogo di conflitto” per mantenerlo. A 25 km dal paese, si era formato un altro paese, di uomini, per lo più servi porcari e pastori. Di contro Anela era chiamata a “difendersi”. Soprattutto dai tentativi di usurpazione del comune ultramontano di Nughedu S. Niccolò, uno fra i più ricchi della Sardegna. Ma andiamo con ordine. E partiamo dai fatti. Ed è lo stesso don Giovanni Ortu, nel suo libro Anela: ambiente, uomini e fatti a  fare riferimento ad un flebotomo bonese, Giovanni Fois “ma fattosi grande ad Anela”. Medico che, proprio nel 1838, era comparso come test in un ‘importante e “famoso processo che tanto dovette commuovere l’opinione pubblica del tempo”. Il parroco non “si sbottonerà” ulteriormente sul processo, noi si.

Il fatto. Sa Fura Manna. La notte del 24 Novembre 1838, Ittireddu, Sa Chea de S’Ainu.

Ci troviamo in territorio di Ittireddu, o meglio, di Bonorva. Sa Chea de S’Ainu. E’ la fredda notte del 24 Novembre 1838. Degli sconosciuti, a viso coperto, armati di schioppi e coltelli, si avventano su Paolo Farris, di Nughedu San Niccolò, servo porcaro  e suocero del grande possidente Niccolò Bullitta. Il Farris stava riposando nella sua capanna. In su pinnettu entrano in cinque, gli altri stanno all’esterno ad occuparsi del “grosso” del bottino, ossia i porci da rubare. Il giovane servo viene costretto a forza, pressato a terra, impossibilitato a rialzarsi ed a riconoscere gli assalitori. Nel frattempo viene derubato di qualche soldo, dello schioppo e del tabacco. Fuori, intanto, nella fredda nottata di montagna, il resto della quadriglia, “completa” il piano: estrae dalla mandria al pascolo quarantacinque porci. Quarantacinque che, poi diventeranno venti, perché venticinque verranno recuperati subito dopo la grassazione. Tuttavia, i venticinque rimasti ai banditi erano quelli più pingui, del valore complessivo di sette scudi sardi. Un grosso furto, la cui unica destinazione saranno i monti del Gocéano. Perché lì portano le tracce. E di questo ne è subito consapevole la quadriglia dei nughedesi messa su dai loro più abbienti proprietari. Inizia la caccia (FINE PRIMA PUNTATA- SEGUE)

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