
di RITA CODA DEIANA
Ci sono case che non sono fatte solo di pietra e legno, ma di tempo, di silenzi e di memorie che restano impresse sulla pelle. Luoghi capaci di custodire l’anima di chi li ha abitati e che, a distanza di anni, sanno ancora parlare al nostro cuore con una voce calda e familiare. Per me, quel legame profondo e indissolubile con il passato si riaccende ogni volta che ripenso alla casa della zia paterna di mia madre nel paese di Donori, un luogo speciale in cui il tempo sembrava essersi fermato per preservare una saggezza antica. Entrare in quella casa significava varcare la soglia di un mondo sapiente. L’accesso avveniva attraverso “su potabi”, il massiccio portone di legno tipico del Campidano, che si apriva su un ampio cortile acciottolato. Era uno spazio vivo, dove la vita domestica si fondeva con quella rurale. I vasi di fiori coloravano l’ambiente, mentre su un lato sorgevano la stalla e il carro da cavallo. La caratteristica più affascinante di questa architettura era la veranda aperta, che dettava il ritmo del passaggio da una stanza all’altra. Le porte e le finestre, infatti, si affacciavano tutte su questo spazio intermedio, costringendo chiunque a uscire all’aperto anche solo per spostarsi dalla camera alla cucina. La cucina era il vero cuore pulsante della casa, un luogo che mi incantava e che custodiva i profumi capaci di attraversare il tempo e riportarmi indietro di decenni, dritto al cuore della mia infanzia. Per me, quell’immagine ha ancora l’aroma dolce del caffè preparato con “sa cafettera”, la caffettiera napoletana, e il sapore semplice del pane “arrirau”, abbrustolito, che mia madre mi descriveva come la colazione dei tempi passati, allungato con acqua calda o, per i più fortunati, con un goccio di latte. Si accedeva alla cucina scendendo pochi gradini, scoprendo un ambiente dominato da pareti candide, affrescate a calce bianca, e da un pavimento in terra battuta che, nella sua rustica bellezza, ricordava la tonalità delle lastre di ardesia o dell’ossidiana. Tutto l’arredamento era dipinto di un meraviglioso turchese, comprese “is cadireddas”, le piccole sedie posizionate all’interno del monumentale camino che occupava un’intera parete. Lì vicino, “su parastaggiu” mostrava a bella vista i piatti e gli utensili di tutti i giorni, mentre per cucinare si usava una cucina economica anch’essa realizzata in terra e alimentata con legnetti tagliati su misura. Il segreto profondo di questa casa risiedeva però nei suoi muri, realizzati interamente con “su ladiri”, il tradizionale mattone crudo sardo. A Donori, come in gran parte del Campidano, questa tecnica rappresentava la perfetta sintesi tra risorse del territorio e ingegno umano. I muratori del paese sapevano bene come scegliere la terra giusta sotto lo strato superficiale del suolo: l’impasto perfetto non doveva essere fatto di sola argilla, che altrimenti si sarebbe spaccata asciugandosi, ma richiedeva una miscela ben proporzionata. La formula tradizionale prevedeva circa il 1520% di argilla, che faceva da collante naturale, unita a una parte di limo e a una forte presenza di sabbia e ghiaia fine, tra il 50 e il 75%, che davano stabilità e forza al mattone. A questo impasto i maestri di Donori aggiungevano la paglia del grano appena mietuto, tagliata corta. La paglia non serviva a riempire, ma creava una rete invisibile dentro il fango che teneva insieme il blocco e impediva alle crepe di aprirsi durante l’asciugatura. La terra veniva prima lasciata all’aperto a riposare, poi veniva bagnata e impastata a lungo, spesso calpestandola a piedi scalzi o girandola con l’aiuto dei cavalli fino a farla diventare morbida e malleabile. A quel punto, il fango veniva schiacciato a mano dentro stampi di legno rettangolari, larghi 40×20 centimetri e alti 10 centimetri. Una volta lisciata la superficie, lo stampo veniva sfilato via subito e i mattoni freschi venivano lasciati a terra. Cominciava così l’essiccazione al sole, senza mai usare forni. Venivano messi in fila in grandi spiazzi aperti, esposti all’aria e al sole della pianura, dove asciugavano per un tempo che andava da due settimane a un mese intero. Questa lenta perdita d’acqua rendeva il mattone solido e robusto, capace di reggere il peso delle case. Oggi guardiamo a questa tecnica con ammirazione, ma per chi ha vissuto in quelle case si trattava semplicemente di stare bene. Tra quelle mura il comfort era naturale in ogni stagione dell’anno. La terra cruda tratteneva il calore del fuoco in inverno per restituirlo pian piano, mentre bloccava l’afa estiva mantenendo le stanze fresche e asciutte anche nelle giornate più calde. La casa in terra cruda non era un semplice edificio, ma un luogo accogliente capace di proteggere la famiglia, custode di storie, profumi e affetti che il tempo non potrà mai cancellare. Questo legame viscerale con la propria storia è lo stesso che oggi il paese continua a celebrare e promuovere attivamente. Attraverso la rassegna “Donori TerrAccogliente”, il centro del Parteolla apre i portoni delle sue storiche case a corte in ladiri per mostrare come questo materiale antico si rinnovi tra presente e futuro. I laboratori artigianali, gli incontri e le dimostrazioni pratiche organizzati durante l’evento diventano una vera e propria officina a cielo aperto, dove residenti e visitatori possono toccare con mano la materia prima ed esplorare l’attualità e la sostenibilità della bioedilizia in terra cruda. L’auspicio più profondo è che la sapienza antica racchiusa nella lavorazione di questi mattoni non venga dimenticata o confinata in un passato polveroso, ma possa essere custodita con orgoglio e tramandata di generazione in generazione, affinché le mani dei giovani costruttori di domani sappiano ancora ascoltare la voce della terra, impedendo così che i gesti attenti e i segreti millenari dei maestri artigiani si disperdano per sempre nei meandri del Tempo.
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