
di STEFANIA ANGIUS
Ci sono luoghi dove è sufficiente fermarsi, osservare la pietra e lasciarsi guidare dal silenzio. Nel territorio del Sarrabus esistono testimonianze che riportano indietro di migliaia di anni, a un tempo in cui le comunità preistoriche affidavano alla roccia la memoria dei propri defunti.
Sono le Domus de Janas, le suggestive “case delle fate” della tradizione sarda. Un nome che appartiene alla cultura popolare e che, nel corso dei secoli, ha contribuito ad alimentare il fascino e il mistero di queste antichissime sepolture. In realtà si tratta di tombe ipogeiche, ambienti scavati direttamente nella roccia, realizzati dalle comunità della Sardegna preistorica soprattutto tra il Neolitico recente e l’Età del Rame.
La loro presenza è diffusa in gran parte dell’isola. Migliaia di ipogei, talvolta riuniti in vere e proprie necropoli, raccontano una tradizione funeraria che attraversò secoli e che raggiunse forme architettoniche e simboliche di grande raffinatezza.
Nel 2025 questo patrimonio straordinario è stato riconosciuto dall’UNESCO, con l’inserimento nella Lista del Patrimonio Mondiale del sito seriale dedicato alla tradizione funeraria delle Domus de Janas.
Il fascino delle Domus de Janas nasce anche dal modo in cui sono state concepite. In molti casi, entrando in questi ambienti scavati nella roccia, si ha la sensazione di trovarsi davanti a una piccola abitazione.
Le pareti e gli spazi interni riproducono talvolta elementi delle case dei vivi: porte, nicchie, pilastri, soffitti, motivi geometrici e particolari decorativi. La roccia veniva lavorata con cura per trasformare un semplice spazio funerario in una dimora destinata al defunto.
È un particolare che porta a riflettere sul modo in cui quelle antiche comunità guardavano alla morte. La tomba poteva essere considerata una nuova casa, un luogo protetto nel quale la vita avrebbe potuto continuare in un’altra dimensione.
In alcune Domus de Janas sono presenti simboli legati alla fertilità e alla rigenerazione, oltre a motivi geometrici, spirali e raffigurazioni riconducibili alla sfera rituale. Le protomi taurine, dove presenti, sono state interpretate dagli studiosi in relazione a simbolismi legati alla forza, alla fertilità e alla rigenerazione.
Sono segni che arrivano fino a noi dopo migliaia di anni e che ancora oggi lasciano aperte molte domande. Quali rituali accompagnavano la deposizione dei defunti? Quale significato avevano quei simboli? E quale rapporto esisteva tra la comunità dei vivi e quella dei morti?
Forse è proprio ciò che ancora non conosciamo fino in fondo a rendere queste sepolture così affascinanti.
Pranu Narbonis, nel territorio di San Vito
Nel Sarrabus una delle testimonianze più significative si trova nel territorio di San Vito, quasi al confine con Muravera. È la necropoli di Pranu Narbonis, immersa nelle campagne e situata lungo la strada che conduce verso le antiche miniere argentifere del Monte Narba.
Qui la presenza della preistoria è affidata alla roccia.
La necropoli è costituita da un gruppo di tre Domus de Janas, scavate in un unico blocco di granito e giunte fino a noi in eccellente stato di conservazione. La loro presenza testimonia la frequentazione di questo territorio da parte di comunità prenuragiche che, migliaia di anni fa, avevano già sviluppato una notevole capacità di lavorare la pietra e una complessa concezione del mondo funerario.
Pranu Narbonis appartiene a quella grande stagione della preistoria sarda legata alla Cultura di Ozieri, quando nell’isola si svilupparono comunità organizzate, dedite all’agricoltura e caratterizzate da una cultura materiale e spirituale di particolare ricchezza.
Le Domus de Janas non erano semplicemente luoghi nei quali deporre i morti. La cura con cui venivano scavate e modellate lascia pensare a una precisa volontà di creare uno spazio destinato a durare, una dimora sottratta al trascorrere del tempo.
E guardare oggi quelle pareti significa confrontarsi con una distanza temporale difficile persino da immaginare. Prima dei nuraghi, prima delle civiltà che avrebbero lasciato nel territorio altre testimonianze monumentali, qui vivevano uomini e donne che avevano già imparato a trasformare la pietra e a dare un significato al proprio rapporto con la morte.
Le Domus de Janas del Sarrabus fanno parte di un paesaggio archeologico molto più ampio, nel quale testimonianze appartenenti a epoche diverse si incontrano e raccontano una frequentazione del territorio protrattasi per millenni.
Da San Vito a Villaputzu, fino a Villasimius, si incontrano tracce di una storia antichissima: Domus de Janas, menhir, tombe dei giganti, nuraghi e, in epoche successive, testimonianze della presenza fenicia, punica e romana.
A Villaputzu, in località S’Oru, una sepoltura scavata alla base di un grande blocco granitico conserva una struttura composta da due ambienti. Particolarmente interessanti sono le tracce di lavorazione sulle pareti interne, che sembrano richiamare le strutture lignee delle abitazioni dell’epoca. Anche qui la roccia diventa qualcosa di più di una semplice materia: riproduce lo spazio domestico e crea una continuità simbolica tra la dimora dei vivi e quella dei morti.
A Villasimius, nei pressi della Spiaggia del Riso, sopravvive invece una Domus de Janas appartenente a una necropoli un tempo più ampia. La sua posizione, a poca distanza dal mare, restituisce un’immagine particolarmente suggestiva di quel mondo antico nel quale il territorio non era soltanto uno spazio da abitare, ma un luogo ricco di significati.
E proprio questo rende il Sarrabus così importante: qui il paesaggio conserva tracce di epoche diverse. Le pietre raccontano una storia che comincia molto prima della civiltà nuragica e che continua attraverso le successive presenze umane.
Per il territorio di San Vito, Pranu Narbonis rappresenta una testimonianza preziosa. È un luogo appartato, lontano dai grandi monumenti e dai percorsi più conosciuti, e forse proprio per questo conserva una dimensione particolare.
Non occorrono grandi strutture per percepire la sua importanza. Basta sapere che quelle cavità furono ricavate nella roccia da uomini vissuti migliaia di anni fa. Basta osservare le superfici lavorate e immaginare il tempo, la fatica e la conoscenza necessari per trasformare un blocco di granito in un luogo destinato ad accogliere i defunti.
La storia del Sarrabus passa anche attraverso questi luoghi discreti, spesso nascosti nel paesaggio quotidiano che custodiscono una memoria molto più antica delle strade, delle case e dei centri abitati che oggi conosciamo.
Forse è proprio questo il valore più grande delle Domus de Janas: ricordarci che il territorio nel quale viviamo non comincia con noi.
Prima dei nostri passi, altri passi hanno attraversato queste campagne. Altre mani hanno lavorato questa stessa pietra. Altri occhi hanno guardato le montagne, le pianure e il mare. E qualcuno, migliaia di anni fa, ha scelto di scavare nella roccia una casa per chi non c’era più.
Le chiamavano “case delle fate”, forse perché ciò che non si comprende completamente finisce inevitabilmente per appartenere al mondo del mito.
Ma dentro quelle rocce non vivono soltanto le fate della tradizione.
Vivono le tracce di una Sardegna primordiale, di uomini e donne che hanno lasciato nella pietra il segno della propria esistenza.
E forse, dopo migliaia di anni, è proprio questo che continua a emozionarci: sapere che il tempo può portare via quasi tutto, ma non sempre riesce a cancellare il desiderio dell’uomo di lasciare una traccia di sé.
Nel silenzio di una Domus de Janas, quella traccia è ancora lì. E continua a parlarci.
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