CONOSCERE PEPPINO MEREU: “NANNEDDU MEU” STORIA E VOCE DI UNA COMUNITA’

immagine di Peppino Mereu rielaborata con Intelligenza Artificiale

Scrive il poeta e scrittore Francesco Masala, nella sua introduzione al libro “Peppino Mereu, poesias”, edito da Della Torre, “Di un poeta, in fondo, non importa tanto conoscere il talento lirico, sempre opinabile, quanto l’uso che ne fa la società dove è vissuto”. Peppino Mereu, del resto, diviene poeta quando è ancora viva la ‘Questione de su connottu’, cioè la lotta contro la Legge delle chiudende, la privatizzazione dei terreni collettivi.

In quel periodo, infatti, si passa da un sistema comunitario a uno capitalistico fondiario. Peppino Mereu è sicuramente testimone di questo passaggio, traumatico e tutt’altro che condiviso dalla gente comune, attivo testimone potremmo dire, anche perché era figlio di medico proprietario, e ciononostante dalla parte della collettività, sempre accanto ai poveri appena privati dei pascoli.

Il poeta si contrappone, non solo si ribella, alla classe cui appartiene la sua famiglia, ricca e borghese. Abbandona la sua condizione di tranquillità, di benessere, di ricchezza, e si schiera a fianco dei più poveri, durante tutta la sua esistenza sposa i valori e i sentimenti della cultura comunitaria, ne condivide la sorte, il dolore. E di tutto questo non poteva non accorgersi la gente di Tonara, sino a onorare e nutrire il suo poeta ribelle, maledetto, coerente con le sue idee di giustizia, estrinsecate nel rispetto umano e sociale.  

Così risultano davvero numerosi, nelle sue poesie, gli spunti caratterizzati da un socialismo populista, fin quasi utopistico, come la terzina scritta nel 1892 dedicata a Jago Satta: Ma si s’avverat cuddu terremotu/ su chi Jagu Siotto est preighende/ puru sa poveresa hat haer votu.  Ulteriori idee populiste, contro capitalismo e borghesia, troviamoanche quando scrive:  Vile est chie sas giannas hat apertu/ a s’istranzu pro benner cun sa serra/ a fagher de custu logu unu desertu./Sos vandalos cun briga e cuntierra/ benin da lontanu a si partire/ sos fruttos chi produit custa terra./ Isperamus chi prestu hat a finire/ custu istadu de cosas dolorosu:/ meda semus istraccos de suffrire.

Ma più ancora troviamo le sue idee populiste in una delle lettere, in forma di poesia, indirizzate idealmente a Nanni Sulis, un ditirambo intitolato Nanneddu meu, del quale vogliamo parlare diffusamente.

Peppino Mereu diventa, come dice Francesco Masala, su cantadore malaittu, ripudiato dai ricchi parenti borghesi, cantadore che viene accolto dalla comunità tonarese, e che rappresenta una sorta di coscienza critica, colui che mette in luce l’ingiustizia sociale sempre più diffusa, sempre più capace di schiacciare il povero e l’indifeso, un’ingiustizia che è frutto dell’egoismo dei ricchi proprietari, dei nobili, dei potenti. Proprio alla ricchezza e al potere, Mereu preferisce il misero e fragile destino della sua gente, sino a ridursi sempre più povero e malato, lo sguardo malinconico, la vena ironica sempre tagliente, si accontenta del solo sostegno dei suoi simili e del suo inseparabile bastone, malgrado si scopra già vecchio a venticinque anni. Certo in attesa di riscatto, ma più per la sua gente che per se stesso, anche quando è ormai consapevole di spegnersi che candela de chera.

Nato a Tonara nel 1872, Peppino Mereu muore a soli 29 anni, nel 1901. 

Di Mereu ci rimane una storia straordinaria, storia che è anche testimonianza ed esempio per tutti, non solo per la comunità che lo ha visto nascere, vivere e morire fra le sue braccia, precisamente come figlio.

Insieme alla sua vasta produzione poetica, è la concreta coerenza esistenziale che ce lo rende ancora vivo e presente, ma è la sua determinata opposizione all’ingiustizia, soprattutto al potere (militare, politico, civile e religioso) che ce lo mostra amabile e generoso, partecipe del destino di una comunità intera, quella di Tonara e quella dei sardi, di oggi come di allora. 

Tutto questo traspare specialmente nelle lettere indirizzate al suo amico Nanni Sulis, in una delle quali -sicuramente la più nota – lo chiama bonariamente Nanneddu meu. Ed è proprio in questi versi che Peppino Mereu, in definitiva, riassume i suoi sentimenti, le sue aspirazioni, attraverso la sua caratteristica valenza poetica. In questi versi -in forma di Ditirambo-, c’è tutta la sua ironia, il suo cuore palpitante, persino il suo furore contrapposto a una quasi inevitabile rassegnazione, ormai diffusa ovunque.

Il Ditirambo, utilizzato da Peppino Mereu, era nell’antica Grecia, dove è nato, un inno cantato e danzato in onore del dio Dioniso, presso i romani Bacco. Si trattava di una particolare composizione poetica corale, dove poesia, musica e danza erano fusi insieme, presenti nella stessa misura. Il Ditirambo rappresentava una danza collettiva eseguita in circolo da cinquanta danzatori incoronati da ghirlande. Una danza drammatica e rapida, nella quale il solista rappresentava lo stesso Dioniso, accompagnato con lamenti e canti di gioia.

Il Ditirambo accompagnava anche i cortei di cittadini mascherati che, in stato d’ebbrezza, inneggiavano a Dioniso suonando flauti e tamburi. Il ditirambo infatti era costituito da cori immersi nel suono di questi strumenti; un suono cupo, solo vagamente melodico, ma di grande potenza, che accompagnava un corteo di uomini mascherati. Alcune feste dedicate a Dioniso infatti prevedevano il completo mascheramento, con pelli di animali e grandi falli. Inoltre, le Menadi, seguaci dirette del Dio, portavano il Tirso, un bastone con in cima o un ricciolo di vite, oppure una pesante pigna. Nella letteratura italiana il Ditirambo è un componimento giocoso quasi sempre inerente il tema del vino e dell’allegrezza conviviale.

Questa breve spiegazione, sulle origini del Ditirambo, ci aiuta a comprendere meglio le intenzioni poetiche di Peppino Mereu nell’affrontare il tema contenuto in Nanneddu meu, la disperata condizione del popolo sardo, ma anche nell’aver predisposto i suoi versi alla musica, al canto, in forma corale. Intenzioni poetiche e insieme stile, che ci dicono prima di tutto come il poeta non volesse scivolare, con i suoi versi, in un facile sentimentalismo di compassione.

Al contrario, lontano anche dai bucolici poeti dell’Arcadia, la sua pietas è affidata all’ironia, a uno specchio rovente, privo di ipocrisie, che rivela il gioco del destino, una storia già scritta, crudele e inevitabile, ma proprio per questo da affrontare come l’ultima delle sfide di un popolo che davvero vuole riscattarsi, da ogni padrone, straniero e locale, ma anche da inimicizie e divisioni.

Così, in questo canto, la rabbia esplode prepotente da sotto il fuoco della sottomissione, esplode incontenibile, brandendo come un’arma il suo antico, perenne dolore, soprattutto nella sua espressione corale, tambureggiante, che esprime la profonda inarrendevolezza dei sardi.  Per questo Nanneddu meu, grazie anche alla musica di Nicolò Rubanu, scritta nel 1974 -in realtà sovrapponibile a su Dillu-, è diventato patrimonio della comunità sarda. L’ha acquisito proprio in virtù della fedeltà ai suoi sentimenti, ai suoi valori, sino a diventare la sua stessa voce.  Voce della coscienza, prima di tutto, che partendo dalla una vera consapevolezza aspira alla conquista di una reale e dignitosa autonomia, il che significa, nel concreto, una migliore condizione umana, nel rispetto della sua dignità ed essenza umana, e di tutte le sue irrinunciabili aspettative.  

Ecco, in questo senso, il poeta Peppino Mereu è proprio ciò di cui ha bisogno la comunità, al punto che continua a nutrirsene anche dopo la sua morte, trascorso oltre secolo. Anche il suo ritmo, che sa di passione incessante, combattiva, non è che respiro, respiro umano che si diffonde ovunque. Questa musica, in modo particolare, suscita la comunicazione e insieme il calore, accende la speranza, ricreando e dilatando la naturale dimensione collettiva. Nel contempo, aiuta a fare memoria, ci ricorda la condizione storica di un popolo, soprattutto della sua miseria, della sua mancanza di libertà. E’ soprattutto la memoria di un bisogno di futuro mai realizzato, per questo ancora più forte, più sentito. Del quale abbiamo sempre fame e sete e attraverso il quale passa la nostra realizzazione, personale e comunitaria. Nanneddu meu ci martella ancora e sempre: dentro la memoria, e in fondo al cuore, a ogni verso, a ogni nota, chiedendoci di aver cura della nostra dignità, di uomini e di sardi, che poi è anche dignità di popolo.

NANNEDDU MEU Peppino Mereu

Nanneddu meu, Nanneddu meu,

Nanneddu meu su mundu est gai,

a sicut erat, a sicut erat,

a sicut erat non si torrat mai.

Semus in tempos de tirannias,

infamidades e carestias;

como sos populos cascan che canes

gridende forte: Cherimus pane!

Famidos nois semus pappande

pane e castanza, terra cun lande;

terra ch’at fangu, torrat su poveru

senza alimentu, senza ricoveru.

Nanneddu meu, Nanneddu meu,

Nanneddu meu su mundu est gai,

a sicut erat, a sicut erat,

a sicut erat non si torrat mai.

Cussas banderas numeru trinta

de binu bonu mudana tinta;

appena mortas cussas banderas

non pius s’osservan imbriagheras.

Semus sididos, issa funtana

pretende s’abba parimus ranas.

Abbocaeddos, laureados

busciaccas boidas e ispiantados.

Adiosu Nanni, tenedi contu,

faghe su surdu, ghettad’a tontu:

e tantu l’ides: su mundu est gai

a sicut erat non si torrat mai.

Nanneddu meu, su mundu est gai,

a sicut erat, a sicut erat,

a sicut erat non si torrat mai.

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Un commento

  1. Su poeta prus mannu de Sardigna.

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