
Stefano Mereu
di MARCO BERNARDINI
Ci sono sere in cui la cultura smette di essere una nozione da manuale e diventa carne, ritmo, intuizione. È esattamente quello che è successo qualche mese fa a Vicenza, durante un evento nato sotto l’egida dell’Associazione Culturale “Grazia Deledda”. Sul palco, una sfida intellettuale e artistica affascinante: tradurre in performance l’acuto saggio del giornalista e scrittore Roberto Franchini, “Gramsci e il Jazz”. Un incastro sulla carta magnetico, ma che per funzionare ed evitare il rischio di rimanere puramente accademico aveva bisogno di un catalizzatore umano. Aveva bisogno di una voce e di un corpo capaci di reggere quel peso specifico e di trasmetterne il contenuto in modo esaustivo, viscerale.
Quel catalizzatore è stato Stefano Mereu.
Chi era presente in sala è rimasto letteralmente rapito da una capacità interpretativa fuori dal comune. Mereu non si è limitato a leggere o a recitare le tesi di Franchini; ha avvolto il pubblico, coinvolgendolo in modo totale e catalizzante, dimostrando una capacità intuitiva rara, di quelle che permettono a un attore di abitare la scena ben prima di aprire bocca.
Ed è stata proprio la folgorazione nata da quella performance a spingermi, a margine della serata, a scambiare due chiacchiere con lui per fargli i miei più sinceri complimenti. Dietro la maschera scenica e una disponibilità disarmante, è emerso un percorso artistico straordinario che affonda le radici nella sua Sorgono (NU) (classe 1981) e si sviluppa negli anni di formazione attoriale a Roma, per poi ramificarsi in capolavori teatrali internazionali come il pluripremiato Macbettu di Alessandro Serra e in pellicole di rilievo del cinema sardo contemporaneo come Il Muto di Gallura e Storia di un riscatto.
Ma la vera sorpresa, nata da quel dialogo spontaneo, è stata scoprire che Stefano Mereu è uno degli interpreti chiave di Quasi Grazia, il nuovo attesissimo film di Peter Marcias dedicato alla vita di Grazia Deledda. Un salto temporale ed emotivo pazzesco, dove Mereu veste i panni di Santus Deledda, il tormentato fratello maggiore della Premio Nobel.
Per capire come un attore riesca a tessere un filo invisibile tra le spigolature del jazz, la Sardegna ancestrale del teatro e i drammi intimi della famiglia Deledda, ho deciso di prendere la palla al balzo e dedicargli uno spazio in più per intervistarlo.

Stefano, partiamo da quella sera a Vicenza. Portare in scena un saggio denso come “Gramsci e il Jazz” di Roberto Franchini era una sfida complessa, eppure sei riuscito a catalizzare e a coinvolgere il pubblico in modo totale. Qual è stata la tua intuizione per trasformare quelle pagine scritte in un’esperienza così viva e comunicativa? Era da tempo che volevo fare un lavoro su Antonio Gramsci, del quale conosco la storia fin da quando ero ragazzino perché visse a Sorgono, il mio paese di origine. Ci visse per ben otto anni, quindi si può dire che è stato un Sorgonese, e questo per me è motivo di orgoglio. Sono sempre rimasto colpito dalle vicende umane di Antonio Gramsci, che oltre ad essere stato uno dei più grandi politici e intellettuali del ‘900, ha vissuto una vita ineguagliabile, complessa, caratterizzata da grandi sofferenze, in primis fisiche essendo affetto dal morbo di Pott.
Da teatrante quale sono, questo aspetto è quello che mi ha sempre incuriosito di più, il teatro è il luogo dove si esplora e si racconta l’umano, anche quando si raccontano personaggi storici come appunto Antonio Gramsci non si può non partire dalla persona che c’è dietro al “personaggio”. E’ la componente intima che mi ha sempre incuriosito, la sua determinazione e la sua tenacia, la sua sofferenza e le sue emozioni. Mi sono sempre domandato: quanta forza d’animo può aver avuto per riuscire a diventare il personaggio che tutti conosciamo nonostante la malattia, le tragedie familiari, la povertà, la solitudine, il carcere, la lontananza dalla famiglia? Poi, ho scoperto il libro di Roberto Franchini due anni fa, e ho capito che era giunto il momento di raccontare Gramsci, anche perché avevo proprio intenzione di realizzare un lavoro di narrazione con musica dal vivo e il connubio col Jazz era perfetto! Prendendo spunto dal suo libro, ho potuto costruire un racconto che coinvolgesse, in piccola parte, anche l’aspetto umano del quale ti ho detto prima, la sua relazione con Sorgono e con me, e credo che svelare l’intimità del mio legame personale con lui e con la sua storia abbia fatto sì che il racconto prendesse vita e diventasse un piccolo viaggio condiviso col pubblico. “Gramsci e il Jazz” è per me, il punto di partenza per continuare a studiare e conoscere Antonio Gramsci, perché l’obbiettivo è di realizzare un lavoro teatrale o cinematografico più approfondito e ho il desiderio di interpretare proprio Antonio Gramsci sul palcoscenico o sul grande schermo.
Guardando alla tua biografia, si nota una grandissima versatilità: sei passato dal successo mondiale del teatro fisico e ancestrale di Macbettu (regia di Alessandro Serra) a ruoli cinematografici intensi e legati alla terra in film come Il Muto di Gallura e Storia di un riscatto. C’è un metodo o un filo conduttore che unisce personaggi apparentemente così distanti tra loro? Sicuramente il primo e più importante legame come dici tu, è la Sardegna. In tutti e tre i lavori e nei personaggi che ho interpretato l’impronta della cultura sarda, della mia cultura sarda, è determinante. Il Macbettu mi ha dato la possibilità di interpretare e conoscere a fondo l’opera di Shakespeare. La scelta di farlo in sardo, in Nuorese, praticamente il sardo che parlo fin da bambino, mi ha consentito di comprendere meglio la complessità del dramma e di entrare a fondo nei personaggi, che fosse Re Duncan o una delle streghe, e il testo ha preso vita grazie alla lingua, che è diventata azione e corpo. Poi il lavoro proprio sul corpo che faccio fin dagli inizi della mia carriera, è per me il primo punto di partenza per dare vita ad ogni personaggio che interpreto, sia in teatro che al cinema. Per me la prima forma di espressione è quella fisica, molto prima della parola detta. E’ una mia predisposizione naturale quella di pensare agendo, cioè penso col corpo più che con la mente, sembra assurdo ma per me è concreto e non saprei spiegarlo diversamente; mi esprimo più intensamente col corpo che con le parole, e quando ho capito questo durante la mia carriera ho scoperto come dare spessore e vita ai personaggi potendoli rendere profondamente complessi; come è successo per il personaggio del Professore nel film Storia di un riscatto di Stefano Odoardi. Stefano mi ha dato totale fiducia quando mi ha affidato la parte, e grazie a questa fiducia ho potuto osare, scoprire io stesso il personaggio, e farmi sorprendere durante ogni ciak. Credo che farsi sorprendere dal personaggio sia per un attore una grande fortuna, perché lo rende imprevedibile come è imprevedibile la vita. Questo è stato cosi anche per il ruolo di Anton Stefano nel ” Muto di Gallura” di Matteo Fresi. Anche Matteo mi ha dato totale fiducia, ed è molto importante per un attore sapere che il regista si fida e si affida, è stato determinante per interpretare il ruolo e sentivo che prendeva vita e viveva ad ogni inquadratura.

Questa tua straordinaria capacità interpretativa ti ha portato dritto sul set di Quasi Grazia di Peter Marcias. Qui interpreti Santus Deledda, il fratello di Grazia, un uomo colto e brillante la cui vita viene però segnata da una profonda e dolorosa fragilità emotiva. Come hai lavorato per scavare nella psicologia e nel dramma interiore di questo personaggio? Anche per “Quasi Grazia” ho avuto la possibilità di lavorare serenamente perché Peter mi ha sostenuto e mi ha dimostrato tutta la sua fiducia. Ribadisco questo aspetto della fiducia da parte dei registi perché per un attore è vitale. Purtroppo mi è capitato di lavorare con registi, soprattutto in teatro, che anziché sostenere gli attori li mortificano, li devono “sottomettere” ad un loro volere e spesso il loro ego smisurato toglie agli interpreti la possibilità di essere autori delle loro interpretazioni. Se manca la fiducia e la stima è veramente difficile fare una buona interpretazione. In merito al personaggio di Santus Deledda purtroppo non ci sono tante informazioni se non quelle raccontate nel film, che non anticipo per coloro che non lo hanno ancora visto, ma è stato fondamentale il confronto con Peter che mi ha consigliato di pensare che Santus fosse una figura onirica, concreta e allo stesso tempo immateriale. Questo mi ha aiutato a dargli corpo e voce e a stratificare le suggestioni che erano emerse studiando le battute e i dialoghi. Ho cercato di creare un mondo interiore che fosse coerente e credibile tenendo conto anche dell’epoca in cui il personaggio visse. Poi la complicità con i colleghi, i costumi meravigliosi, la sintonia sul set con ogni reparto… Tutto questo ha fatto sì che il personaggio prendesse vita e la giusta luce propria.
Il film vanta un cast eccezionale, a partire da Laura Morante nel ruolo di Grazia. Com’è stato il confronto sul set con lei e con la visione del regista Peter Marcias nel ricostruire un ritratto così intimo e meno “istituzionale” della famiglia Deledda? Ho avuto il piacere di lavorare sul set con Irene Maiorino, che ha fatto secondo me un ottimo lavoro, come anche Laura morante, e Ivana Monti, con le quali però non ho girato alcuna scena. Condivido la scelta di Peter di far interpretare a tre diverse attrici le tre fasi cruciali della vita della Deledda, oltre al gran lavoro sul personaggio che tutte hanno fatto, ognuna era giusta proprio perché anagraficamente aveva la stessa maturità della scrittrice. Stare sui set è bello e intenso, mi sento sempre a mio agio, si crea da subito una complicità con tutte le persone coinvolte che perdura anche dopo la fine delle riprese. Personalmente mi piace entrare in relazione con tutte le maestranze, perché credo che il cinema sia un gran gioco di squadra e di sinergie. Raccontare la Sardegna non è facile, non esiste una Sardegna o la Sardegna, ogni luogo dell’isola, paese o città, ha delle peculiarità culturali uniche che non si possono riassumere in uno stereotipo di sardità “vendibile” all’esterno. Non mi piace quando la Sardegna viene rappresentata e raccontata da registi o attori non sardi, purtroppo capita che la raccontino attraverso stereotipi e macchiettismi che non ci rendono onore, anzi. Mi piace tanto il cinema di Bonifacio Angius, che sà raccontare la “sua” Sardegna in maniera esemplare, crea personaggi complessi fortemente legati alla loro cultura di appartenenza e allo stesso tempo sono universali, cioè sono personaggi nei quali anche un sardo si può riconoscere.
Per concludere, dopo averti visto recitare dal vivo e conoscendo ora la tua poliedricità, cosa ti auguri che il pubblico (sia a teatro che nelle sale) porti con sé dopo aver scoperto il tuo Santus in Quasi Grazia? In questi ultimi anni ho avuto la possibilità di interpretare personaggi meravigliosi, Santus è uno di questi, ma come ti ho detto prima, anche Il Professore in “Storia di un riscatto”, Anton Stefano nel “Muto di Gallura” e il Bandito nella serie TV “177 giorni – Il Rapimento di Farouk Kassam”, prodotta dalla RAI e che andrà in onda in prima serata su RAIUNO il prossimo autunno. Sono tutti personaggi densi e determinanti all’interno delle varie storie, ed è stato stimolante per me mettermi in gioco e dargli vita in tante scene cruciali dove era necessario arrivare molto preparati. Dopo tanti anni di gavetta e ruoli marginali nel cinema, è gratificante che mi vengano affidati ruoli complessi che hanno bisogno di un gran bagaglio di esperienza per poter essere interpretati. Tanto del pubblico che ha visto questi vari lavori, mi ha manifestato grande ammirazione per le mie interpretazioni, e tanti addetti ai lavori mi hanno dimostrato la loro stima riconoscendo nel mio lavoro grandi competenze e un’alta professionalità. Dico tutto ciò per dire che è questo quello che mi sono augurato fin dagli esordi e che ancora mi auguro, cioè che il pubblico si porti, impressi nella mente, i miei personaggi, e che “riconosca” il grande lavoro e la grande dedizione che c’è dietro ogni creazione. Ho grande rispetto del mio mestiere, ancora oggi dopo quasi 25 anni di carriera mi approccio ad ogni personaggio, sia al cinema che al teatro, come se stessi incontrando qualcuno per la prima volta, con educazione e rispetto ci entro in confidenza col giusto garbo senza alcuna presunzione, e se sono onesto e rispettoso nei suoi confronti dall’inizio e fino alla fine, ciò che ne viene fuori è puro, è magico, e il pubblico lo sa riconoscere subito, ne rimane immediatamente affascinato, e quando accade so di aver fatto un buon lavoro!
Stefano…cosa dire? sei stato esaudiente e questa volta mi sono sentito rapire da questo tuo modo di metterti in gioco anche con me per questa intervista, te ne sono grato e. allora non mi resta che aspettarti in un nuovo personaggio che ci trasmetterà ancora una volta forti emozioni, a presto Stefano!
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È stato un piacere enorme dialogare con Marco e avere la possibilità di condividere la mia esperienza e il mio lavoro con lui. Spero ci saranno altre belle occasioni in futuro.
Un semplice forte grazie a te! E adesso godiamoci questa estate!
Ciao Stefano!
Grande Stefano Mereu💛
Che bello averti potuto abbracciare ieri sera❤️🌷vi voglio molto bene
Ebbeeeeeeee🤗🤗
Grazie Marco mi fai conoscere nuove culture e importanti protagonisti
Un semplice forte grazie a te! E adesso godiamoci questa estate!
Ciao Stefano!
Grande Stefano