L’EREDITA’ DI BACHISIO BANDINU CAMMINA SULLE NOSTRE GAMBE: SIAMO PRONTI A FARE I PASSI GIUSTI?

È trascorso quasi un mese da quando è venuto a mancare uno dei più grandi intellettuali a cui la Sardegna abbia dato i natali.

Immaginavo che, all’indomani dei funerali, si sarebbe aperto quasi istantaneamente un dibattito su di lui, sul suo lascito, sui suoi scritti, sull’idea di Sardegna che potremmo realizzare.

E invece nulla. Silenzio assoluto. Aldilà di qualche articolo di giornale all’indomani della sua scomparsa, a delinearne a grandi linee il profilo, nient’altro.

Questo dà uno spaccato preciso di quale sentimento di autopercezione di popolo e di nazione abbiamo, in qualità di sardi. Ha fatto molto più clamore in ordine di tempo (ed è dispiaciuto sentitamente a tutti, compreso il sottoscritto) la scomparsa di una cagnolina salvata e adottata con grande cuore dalla responsabile di una clinica veterinaria di Oristano che la scomparsa di uno dei nostri più grandi pensatori.

Il lascito di pensiero di Bachisio Bandinu dovrebbe essere recuperato. In particolare, dalle istituzioni. A partire dalla Presidenza della regione e dall’Assessorato alla cultura. Ma non mi pare nulla si stia muovendo in tal senso. Avevo diversi libri di Bachis. Altri che mi voleva regalare non ho fatto in tempo ad andarli a prendere a casa sua, cosa per cui porterò il rammarico per tutta la vita.

Nel cercarli, mi sono accorto che molti di questi non li avevo più. Magari prestati, magari finiti dentro qualche scatolone disperso chissà dove nei tanti traslochi. Hanno fatto la fine di quanto ci sembra sempre disponibile, nonostante non sia così.

Allora sono andato a ricomprarli. E mi sono accorto di come, anche in libreria, si trovi poco o nulla. Ho ricomprato quasi tutto su Amazon e EBay, mio malgrado, dato che avrei preferito dare quei soldi a qualche libraio sardo. Ho ricominciato a leggere il contributo di Bandinu proprio questi giorni. Per tanti versi, ne scorgo ancora l’attualità del pensiero, del messaggio.

La necessità di pensare un’identità attraverso processi identificativi che, senza buttare via il passato, riescano a elaborare il nostro fare in forme nuove, per un’identità che sta davanti a noi rispetto una sardità vissuta come una cristallizzazione di un essere immobile nel tempo.

La necessità di pensare a un turismo che parli in sardo, non solamente come lingua degli operatori ma come un fare che produca e traduca una soggettività e un territorio capace di raccontare la propria diversità senza che questa, non solo non rappresenti un limite, ma addirittura cominci a costituire una risorsa.

La necessità di coinvolgere i giovani, sempre connessi ai mondi digitali, ai cambiamenti che anche la Sardegna vive e che, se non governati, subiremo passivamente quali trasformazioni, anziché viverli da protagonisti.

Infine l’indipendenza, scenario del possibile e dell’urgente al quale Bandinu arrivó dopo lunghi e intensi confronti stimolati, in quel tempo, da giovani intellettuali e studiosi che erano arrivati prima di lui a quelle conclusioni, in particolare e soprattutto il Prof. Franciscu Sedda.

Indipendenza come la volontà di capire che il fatto di non essere sovrani su questa terra si traduce al pari di un freno a mano tirato, che rende impossibile la realizzazione di sogni e progetti se la sala delle decisioni è in qualsiasi altro posto fuorché nella disponibilità dei sardi.

Provando a riassumere, mi sembra che il contributo di Bandinu consista fondamentalmente in una domanda rivolta alla Sardegna che potremmo tradurre così: ma a noi sardi, della Sardegna, di questa nostra terra, del popolo sardo, della nostra nazione, ci interessa ancora veramente qualcosa? Pensiamo e vogliamo produrci come una soggettività autentica e raccontare la nostra storia e visione del mondo e delle cose o siamo definitivamente collassati all’interno di una narrazione collettiva esogena, prodotta da fuori, portata avanti da altri, dove noi, in qualità di sardi, siamo al massimo lettura e effetto folcloristico marginale di uno scoglio mezzo al mare che sarebbe tutto fuorché la nostra terra e la nostra patria?

Siamo o no disponibili a un confronto collettivo che renda palese come, senza salvarci come collettività, nessun sardo può salvarsi individualmente dalla schiacciasassi livellante di questo tempo incernierato sul feticcio delle cose-merci quale nuova divinità? Dovremmo piegarci e sottoporci a una un’idea di felicità di plastica di sogni che non siano i nostri? O possiamo essere molto meglio di tutto questo?

Ripartire da Bandinu vorrebbe dire ricominciare a porsi domande che fino a qualche tempo fa avevano avuto una loro importanza ma che sembrano leggi definitivamente accantonate dallo scenario politico istituzionale e dal mondo della cultura in Sardegna.

Ora, circa il percepito dell’importanza che a questi ambiti danno le donne e gli uomini di governo dei palazzi regionali, credo di non sbagliare affermando che l’argomento non li interessi più di tanto per non dire che non li interessi per nulla.

Ma circa le poche figure intellettuali e di artisti che ancora quest’isola abitano e vivono, e a cui queste parole sono rivolte: voi ve la sentite di riprendere in mano questo dibattito insieme a chi, (intellettuali come Prof. Franciscu Sedda) questo dibattito lo hanno sempre posto con il carattere della necessità e della massima urgenza?

Perché se non ripartirà da voi questa spinta a voler proporre un’idea nuova di Sardegna per riprendere a essere una soggettività e un popolo attivo nel mondo, quello che ci aspetta, come sardi, sarà solamente l’oblio.

Siete voi l’ultima speranza perché il nostro popolo possa cominciare ad alfabetizzarsi a un linguaggio nuovo, a una speranza che poggia il suo essere sulla pragmaticità del fare, di chi nella vita può è fattivamente d’esempio non solo col la testimonianza dei risultati personali ottenuti, ma per i valori morali, per la visione di una Sardegna diversa che, son certo, abita la gran parte di voi.

Attenzione: se non lo farete, ricordatevi che a distanza di cinquant’anni da oggi, i vostri figli e nipoti leggeranno nei libri di storia degli altri come, in questa terra, fino a poco tempo fa, ci abitava un popolo conosciuto come il popolo dei sardi, definitivamente estinto per mancanza di volontà di voler continuare a essere.

Pensateci.  Ma fate in fretta. Perché siamo in forte ritardo e non siete restati in molti!

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