MILANO E GIOVANNI CAMPUS, AMORE PER SEMPRE: LA MOSTRA POSTUMA E LA SEDE DEL CIRCOLO SARDO DEDICATA ALLA SUA GRANDEZZA D’ARTISTA

Singolare che la vetrina della “Bulding Gallery” che ospita la mostra dedicata a Giovanni Campus: Tempo e passione. Un omaggio all’artista (1929-20025) a pochi mesi dalla sua scomparsa, presenti, all’interno di un progetto a titolo “Per filo e per segno”, percorsi di arte tessile in Italia, un’opera di Antonio Marras: Anime 2026, ceramica smaltata, indumenti. Vestiti pastello dai serici ricami mollemente appesi, uno rosso fuoco gli altri di colori più tenui, a due gruppi di ceramiche bianche che agiscono da appendini, anche se si nota non essere questa la loro natura originale. Anime appese a chissachè.

Con il curatore della mostra, Marco Meneguzzzo, dialogheranno Emma Zanella del Maga di Gallarate e lo storico dell’arte Francesco Tedeschi, dando voce, dal loro personale punto di vista, alle opere del Maestro di Terranova (oggi: Olbia) che occupano gli ampi spazi del piano terra e del primo piano. La mostra desidera proporsi anche come ideale tributo all’artista da parte di Milano, città che lo ha accolto sin dagli anni Sessanta e nella quale ha vissuto e lavorato per oltre cinquant’anni. In questa prospettiva, il percorso espositivo si apre al piano terra con due proiezioni a parete dedicate alla documentazione fotografica delle azioni e degli interventi tra i più noti dell’artista.

Tra questi, “intervento, installazione, azione realizzata nel 1977 nella Piazzetta di Palazzo Reale a Milano”, in cui, coll’aiuto di alcuni studenti dell’Accademia di Belle Arti di Brera e in collaborazione della galleria ArteStruktura, Campus tese a viva forza delle molle d’acciaio tra gli edifici, nell’intento impossibile di misurare lo spazio con un mezzo quasi impossibile (la molla che si estende…). Al primo piano una selezione di opere dei decenni successivi, tra cui alcuni cementi degli anni Ottanta: “Determinazione” e i celebri “Tempo in processo. Rapporti-misure-connessioni (2008-2018)”.

“Nonostante le apparenti differenze formali che si percepiscono tra i cementi, simili a rocce di forme indefinite ( che richiamano le scogliere delle coste della Gallura, dove nei primi anni Ottanta, Campus realizzò una serie di interventi di misurazione a dimensione ambientale) e le tele poliedriche spezzate da inserti di travi in ferro, il principio che attraversa l’intera ricerca plastica dell’artista, è quella di un’armonia raggiunta attraverso la conoscenza, intesa come misura della relazione tra le cose”. Così recita la presentazione della BuldingGallery. Marco Meneguzzo, critico d’arte, curatore indipendente, all’Accademia di Belle Arti di Brera insegna “Storia dell’Arte contemporanea” e “Museologia e gestione dei sistemi espositivi”, ha curato più di 200 mostre, pubblicato numerosi libri e monografie, oggi apre con un inedito: “Ma qui siamo amici di Giovanni?

Mi chiedo come facesse a essere sempre così olimpico. Forse l’arte basta agli artisti che si nutrono del dialogo con sé stessi. Il rapporto con l’altro, con la società, Giovanni non l’ha mai cercato. Ha cercato altre cose. Nelle molle a palazzo (ex) Reale, un processo di appropriazione dello spazio, ha curato la coralità dell’azione, il fare qualcosa insieme. Forse oggi guardiamo a lui con un po’ di nostalgia. Il misurare lo spazio è quello che lui faceva. L’atto del misurare insieme. Ha continuato a farlo (i quadri “spezzati” appesi dietro di me). Sarà stato felice? Dal rapporto con la sua arte si può forse trarre un esempio di come si possa anche essere felici in tempi che non lo sono affatto. Dal punto di svolta degli anni’80 è come se veramente avesse trovato la “sua misura”, che gli permetteva di essere sereno anche in questo tempo. Emma Zanella, dal 2000 direttrice del museo Maga di Gallarate e dal 2010 della Fondazione che lo governa, storica dell’arte, a contratto a Brera per la cattedra di “Logica e organizzazione d’impresa”, interviene dicendo che “A lui non importava un riconoscimento del mondo dell’arte. Quello che gli mancava erano gli artisti di oggi, e seppure cosciente di un certo isolamento, cercava comunque un modo di confrontarsi. Era felice quando era al lavoro, in equilibrio con se stesso.

Di poter progettare il futuro. Capace di avere uno sguardo che sapesse rilanciarsi. Alla sua mostra antologica del 2003 al Maga ero stupita di vedere un uomo di 91 anni capace di arrivarci (in treno) coi suoi disegni, capace di proiettare il suo lavoro con acribia, rigore. Anche quella sua volontà di uscire dallo spazio, quel suo continuo interrogarsi su di sé. Facendo scelte di vita molto forti. Francesco Tedeschi è professore ordinario di Storia dell’Arte contemporanea all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, si occupa di arte italiana del XX secolo e dei suoi protagonisti, in ottica internazionale. Dice di Campus: “Viveva con profondità nelle sue cose. Negli ultimi trenta anni ogni sua mostra era un passo in più.

Come una tartaruga con la casa (tutte le sue opere) sulle spalle: un autore-tartaruga. Ha fatto delle mostre non più replicabili. Esemplare quella del ‘92 con Alik Cavaliere. Campus rappresentava in sé il concetto di formatività: le cose cambiano nella loro forma. Tempo in processo, misurazione, elaborazione, questa la sua cifra. Paradossalmente ogni mostra di Campus che si fa oggi è un processo compiuto. Forma, gesto, materia, ogni mostra era un trovarsi dentro un percorso da farsi insieme. Un continuo interrogarsi sullo spazio-tempo, inteso anche in senso meramente filosofico, con un’attenzione privilegiata verso gli studi classici, mezzo privilegiato per conoscere se stessi, conoscere questo mondo che gli dei ci diedero perché fosse materia di conto”. Per Meneguzzo quel processo in realtà non si è mai interrotto.

A contare i libri di Campus che ha nella sua biblioteca, dopo un aspetto del suo lavoro vagamente didattico degli anni’70, passo dopo passo il processo ha assunto caratteristiche irreprensibili, tanto da poter asserire che “noi siamo suoi discepoli”, visto che lo stiamo portando avanti pur con un cambio di direzione, questa stessa mostra potremo chiamarla con una parola aggiuntiva: passione. Una lezione di libertà consegnata agli altri. Con questa coscienza delle cose che sai di non poter controllare, anche se devi tentare di farlo. “Nel tempo la sua opera crescerà”. E, anche se a lui non sarebbe piaciuto, possiamo dire che le sue opere hanno raggiunto una forma definitiva. In loro c’è sempre un aspetto di dimostrazione in senso matematico, un “come volevasi dimostrare”, con un’aurea aulica-filosofica mai posta in maniera aneddotica.

Rasentava il concetto dell’astrazione. Forse quel suo essere sardo è stato molto più importante di quanto noi abbiamo sottolineato sinora. Portandosi dietro esempi prestigiosi: Maria Lai che nell’81 misurava il suo paese con strisce di nastro azzurro (iceva l’artista di Ulassai: i nastri sono il simbolo dell’arte, sono leggeri, effimeri, sono appena di un colore, non servono a nulla), lei che chiedeva ai suoi paesani anziani, cosa ci fosse dietro le montagne che circondavano il paese, e si sentiva rispondere: “Dietro quelle montagne non c’è nulla”. Il paese costituiva per loro l’intera dimensione in cui la vita aveva il senso d’essere vissuta.

Interviene Giovanni Cervo, presidente del circolo sardo di Milano, annunciando che il 5 giugno al circolo si terrà una manifestazione in cui la sede verrà intitolata proprio a Giovanni Campus. E significativa a questo proposito risulta la pubblicazione-catalogo (Giovanni Campus. Sardegna, l’opera e il luogo) che il centro sardo gli ha dedicato solo pochi mesi fa; scrive Tonino Mulas, che l’ha curata: “La questione sorprendente, almeno per me, è la scoperta man mano che si andava avanti  e si raccoglievano i materiali di questi interventi, che la Sardegna, non tanto come luogo identitario delle radici, ma in quanto luogo “storico”, “naturale” e “poetico”, ha influito di volta in volta, e accompagnato in momenti decisivi, sull’evoluzione del pensiero artistico e filosofico di Giovanni Campus” (pag.4). E a pag.3 scrive Giovanni Cervo: “…è anche uomo di impegno sociale oltre che culturale. Significativa la sua presenza negli ambienti e nelle istituzioni culturali milanesi, come la Casa della cultura, la Fondazione Corrente, nelle gallerie milanesi d’avanguardia, negli ambienti universitari, ma anche al centro sardo,di cui è stato Consigliere e con il quale ha promosso nel 1987 l’importante evento culturale “Sardegna fuori Sardegna”, cui hanno partecipato i principali artisti sardi che hanno operato fuori dall’isola: Antico, Battaglia, Campus, Lai, Nivola, Satta”.

Mai stato “uomo facile” Giovanni, anche per quel suo modo di esprimersi che prediligeva verbi e parole “assolute”, in una sua e-mail del 24/10 /2020 mi scriveva a proposito dell’ennesimo articolo che gli avevo dedicato: “Caro Sergio non ho parole! Siamo soltanto nei “tentativi” della prima navigazione e nel “vissuto in tensione” della seconda, protesi verso “orizzonti di senso” nel nostro quotidiano. Il tuo argomentare (non su di me ma sul senso del lavoro poetico e le proiezioni esistenziali) potrebbe essere occasione di discussione al Centro, costituire il tema di un incontro”. Quel Covid che sapete si è messo di mezzo e non se ne fece niente. Me ne dispiaccio naturalmente, anche se so per certo che la parola “rimpianto”, Giovanni Campus l’aveva cancellata da tempo dal suo vocabolario

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