
Andrea Serra
di SERGIO PORTAS
Le città, le case, le civiltà tutte hanno con gli uomini un destino comune, segnato, nascono e crescono, talvolta in maniera impetuosa attirando in poco tempo a sé miglia di nuovi residenti, abbellendosi di costruzioni pretenziose, di chiese del culto pavimentate di marmi pregiati, divengono a volte nodi ferroviari imprescindibili, poi la fortuna sembra voltare loro le spalle, decadono più o meno lentamente, sopravvivono vivacchiando, muoiono.
Carbonia, Sulcis -Iglesiente non avrebbe sfigurato tra quelle che descrive Mike Davis nel suo “Città morte”, storie del sottosuolo metropolitano (2025 Derive Approdi srl), in cui privilegia le storie di quelle statunitensi ovviamente, e dove fa intravvedere anche la deriva antidemocratica che lastricherà le loro strade, fatta di privatizzazioni esasperate, perdita di potere dei municipi e delle comunità, prefigurando un futuro distopico che si è avverato con l’amministrazione che governa gli USA attualmente, pervicacemente intenta a sovvertire l’intero ordine mondiale, da come si era strutturato dopo la seconda grande guerra del novecento. Costantino Cossu, sul “Manifesto” del 31 marzo scorso firma un pezzo a titolo: “Il blues di Carbonia, stretti tra sogno e l’incubo della città industriale”.
Ve ne riporto l’incipit: “E’ un esordio “Fernando o della malinconia dell’irreversibile” (il Maestrale, pp.229, euro 20). L’autore, Andrea Serra, 39 anni, è docente a contratto all’università di Cagliari e vive a Carbonia, la città di fondazione mussoliniana capoluogo un tempo del distretto minerario del Sulcis (nella Sardegna sud occidentale) e centro oggi del più importante polo italiano per la produzione di alluminio”. La Carbonia che Serra fa vivere e descrivere a Fernando, suo alter ego in perenne ricerca di un incarico universitario che mai arriverà, decade nel giro di una, due generazioni, a sei anni “la vedevo maestosa nelle fasi di chiaroscuro, quando la fusione di luci e veleni pareva trasformarla nel set di un film fantascientifico…Le ciminiere illuminate s’incastonavano nello sfondo della notte, rischiarato dalla luna. Le esalazioni delle ceneri erano rimpiazzo di nuvole.
Oggi tutto riposa freddo, diafano, in una lenta decomposizione. Parti ramate si sbriciolano tra croste e crepe. Tre alti cilindri, macchiati di scuro sul vertice, dominano l’ex stabilimento chimico…un lungo tubo logoro, scivola verso l’impianto accanto, sotto la polvere purpurea della bauxite. E’ l’immagine d’un gigante secco: ogni sua parte, compreso l’asfalto, sembra torrefatta. Anche il rosso è rosso morto, slavato” (pag.17). La decadenza della città, quasi spudoratamente esibita, è palesemente metafora della vita di Fernando che vive coi genitori; Maria e Vittorio, lei “chiamata a ore per pulizie in stanze d’alberghi, finché tutte non siano in perfetto ordine, non importa il tempo che ci si deve mettere”, lui cassintegrato da più anni, accanito fumatore e bestemmiatore contro il destino.
Occupa una stanzetta in cui il letto è mobile principale occupato com’è a tutte le ore, una raccolta di vecchie dispense universitarie, ammucchiate nel lato inferiore di una sbrecciata libreria ricorda ad ogni improbabile visitatore che lui è: dottore di ricerca da tre anni, senza lavoro. “non ho mai trovato impiego, non l’ho mai cercato. M’hanno dato solo una borsa, di pochi mesi, all’università…penso a questa stanzetta dove ancora si ritaglia la mia vita. Le speranze si coprono di polvere, inscatolate nella mansarda. In soffitta ho riposto i sogni, e m’è rimasta la vergogna.

Ho maturato la consapevolezza del ridicolo: a trentadue anni me ne sento il doppio addosso” (pag.23). E qui le problematiche descritte assumono una dimensione regionale, che va a toccare il destino di un numero non effimero di ragazzi sardi che si trovano davanti al dilemma di lasciare l’isola per cercare lavoro in Continente, inteso oramai come Europa, o vivacchiare per un tempo indeterminato nel paese che gli ha visti nascere, dipendendo dalle scarse mance che ti passa saltuariamente la nonna, dai lavori in nero che possono capitare in “alta stagione” di turismo estivo, di vendemmie autunnali, ma anche lì la concorrenza salariale degli extracomunitari, costretti ad accettare qualsiasi paga oraria che permetta loro di sopravvivere, è decisamente troppo forte.
A Carbonia e in tutto il Sulcis la sensazione di fallimento è anche peggiore, perché il passato “industriale”, a cominciare dalle miniere di carbone aperte nel primo novecento, dice di una ricchezza che c’è stata, di lavoratori che accorrevano nei pozzi carboniferi di Serbariu da tutta la Sardegna, da tutta l’Italia, tanto che il sardo che si parlava in città era una specie di lingua franca che poco aveva a che fare col campidanese parlato del circondario. E ora, ai tempi di Fernando, è in crisi anche l’industria dell’alluminio. Ci lavoravano anche il fratello del padre, lo zio Patrizio e il figlio Riccardo, suo cugino: “Patrizio è un disco vecchio che seguita a incantarsi su un ritornello fasullo: la fabbrica è strategica, è produttiva, non può cessare.
Qualcuno potrebbe fargli notare che se fosse stata così strategica lo Stato non l’avrebbe mai ceduta, che se fosse stata così produttiva la multinazionale non l’avrebbe mai abbandonata. Ma sarebbe tutto inutile perché ciò incontrerebbe una sordità cattiva. E’ prete antico, servitore di queste chiese…Riccardo è persino peggio, se qualcuno gli domandasse “che senso ha tutto questo?” probabilmente risponderebbe: “mi dà uno stipendio” (pag.36). Stipendio, buste paga, parole magiche che oramai possono albergare nell’eloquio di pochi fortunati eletti. Come pensioni, misere magari, spesso aumentate da malattie da lavoro, silicosi che non dà scampo, tumori. “Quando le cose vanno male la famiglia può diventare opprimente.
Può produrre la rissa o l’oblio. Da noi è l’oblio” (pag.53). Si possono ancora visitare le vecchie miniere, aperture così strette da sembrare per topi: “Dove passa la testa passa tutto il corpo”, ripete la guida a memoria da chissà quanti anni. “Non si può neanche immaginare un uomo in ginocchio che colpisce la terra per ore e ore mentre mangia polvere e il viso gli si stratifica di nero. Di tale passato da schiavi c’è chi ora ne fa un vanto; a me ha sempre fatto ribrezzo” (pag.59). Eh caro Fernando, se tu non fossi un personaggio di un romanzo, mi verrebbe da consigliarti di leggere un libro di George Orwell: “La strada di Wigan Pier”, si proprio quell’Orwell della “La fattoria degli animali”, “Omaggio alla catalogna” e cento altri; nel 1936 (Carbonia stava per nascere) si era recato nel bacino carbonifero inglese dello Yorkshare e ne riemerse con un libro che descriveva le terribili condizioni di lavoro a cui erano sottoposti i minatori, le paghe da fame che ricevevano, i licenziamenti quando si ammalavano, spesso, i tuguri dove erano costretti ad abitare.
Col carbone allora andava avanti tutto, navi, treni, riscaldamento delle case, gli ingranaggi delle fabbriche. Col carbone Carbonia divenne una città di 60.000 abitanti. Oggi sono meno della metà. Più si va avanti nella lettura del libro e più si spera che Fernando trovi un qualche appiglio che lo liberi dalle catene in cui si avvolge giorno dopo giorno, quel senso di ineluttabilità che lo attanaglia, lui che pare neanche capire bene che cosa stia inseguendo. Una cosa ha per certo: l’invivibilità della città dove dimora: “Ma ti rendi conto della povertà, della disgustosa povertà di questa terra? Ci trovano del carbone ed è subito colonia! Serva! Nata per essere costantemente alle dipendenze di qualcuno.
E tu vorresti credere che dei coloni, cresciuti con l’idea che il lavoro venga concesso dal santo, a cui legarsi a vita, a cui riconoscere eterna devozione, possano improvvisamente camminare sulle proprie gambe? Non vedi che la gente fugge?” (pag.166). Neppure quando nel romanzo irrompe Sofia, si apre un qualche barlume di possibilità, la storia d’amore con Fernando non decolla, anzi contribuisce a rendere la vita di lui ancora più intollerabile. Squassata com’è dai latrati dei cani che imperano nel rione dove abita, inutili guardiani che abbaiano a ogni avvistamento, sentinelle in vedetta, che rispondono all’unisono, annullando ogni spazio di quiete.
Capaci d’abbattersi sugli infissi e oltrepassarli violentemente, stordendo. “Sono appena rientrato e già vorrei fuggire” (pag.19). Fuggire da casa, fuggire da Carbonia, Angelo Ferracuti ci ha scritto un libro, uscito per Chiarelettere nel 2016 che ha intitolato “Addio”, il romanzo della fine del lavoro, per scriverlo a Carbonia è andato molte volte: “…vicino alla stazione, c’è il cadavere della Grande miniera di Serbariu, dove anticamente si trovava un borgo di pastori, con i due castelli dei pozzi metallici che svettano verso il cielo e la lampisteria. E’ come un cratere spento, un vulcano morto, un fiume prosciugato, un luogo abbandonato e anche un grande cimitero, con i ricordi di un popolo che ha avuto le sue lotte, vittorie e sconfitte, poi si è estinto, come si sono estinti i dinosauri.
Ma anche qui, come nei distretti dell’Inghilterra del Nord raccontati da Orwell, potrebbero dire:” Tutti noi dobbiamo realmente la relativa decenza della nostra vita a quei poveri schiavi sotterra, anneriti fino agli occhi, con le gole piene di polvere di carbone, che spingono avanti le loro pale con braccia e ventre dai muscoli d’acciaio” (pag.17). (La strada di Wigan Pier, Mondadori, Milano 2012). E a pag.27, gli sono grato che riporti stralci della relazione che la commissione Depretis, di cui fa parte anche Quintino Sella, discusse in parlamento nel maggio del 1871. Che parla anche dei miei antenati guspinesi, scrive Sella: “…molti però di essi, che provavano dapprima difficoltà nella dura professione del minatore a cottimo, riescono ora in questa, con notevole vantaggio delle miniere che così possono mantenere aperti i lavori anche d’estate. Iglesias, Guspini, Arbus e Fluminimaggiore forniscono oggidì numerosi e discreti minatori. Gli operai sardi sono rimarchevoli per la loro intelligenza e riescono ottimamente, soprattutto laddove sia a farsi opera, la quale riecheggia più sagacia che grande sviluppo di lavoro meccanico”.
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