TZIA BADORA, CENT’ANNI E SANTU PREDU NEL CUORE: RACCONTI E RICORDI DI SALVATORA GANGA

A Badora (Salvatora) Ganga, nata a Nuoro il 6 agosto 1926, venne imposto questo nome perché nata nel giorno in cui si celebra l’omonima festa liturgica de Su Serbadore. Secondogenita di 8 figli di Pasquale, capo mastro edile il cui padre era giunto dalla Liguria in Sardegna per fare il carbonaio al monte Ortobene e di Pasqualina Cidale, abitava a Santu Predu nella via Brusco Onnis condividendo il cortile col padrone di casa.

Da piccola giocava sempre in piazza del Rosario con i ragazzi del rione. Conseguita la licenza elementare al Podda alunna della maestra Frogheri, ha indossato sa vardetta (gonna sarda) passaggio obbligato per diventare donna e segno distintivo di apprendistato per indirizzare le bambine al futuro ruolo di spose e di madri.

 “A minore e a manna – racconta -, andavo a Marreri a raccogliere le olive nell’oliveto dei padroni di casa con i quali eravamo legati da una solida amicizia.  Appena dodicenne ho fatto sa pizzinnarja (la bambinaia) a casa di signora Maria Prevosto. Ancora oggi sono legata da forte affetto a tutti i suoi figli. A 15 anni sono stata assunta al Mulino di Gallisai – spiega -, il mio compito era quello di trasportare in soffitta i carrelli della pasta fresca stesa sulle canne per l’essicazione prima di essere confezionata. I soldi che guadagnavo li amministrava mia madre. Lei mi ha insegnato tutte le faccende domestiche, cucire, fare il pane e le pulizie, mentre dalla mia lunga esperienza lavorativa al Mulino ho imparato a fare sos maccarrones cravaos e sos culurjones, arte che ho trasmesso a figli e nipoti”.

Tzia Badora ha lasciato il lavoro a 25 anni per unirsi in matrimonio, dopo sei di fidanzamento, con Zoseppe (Giuseppe) Ganga, nonostante l’omonimia nessun rapporto di parentela fra loro, muratore ventottenne che in precedenza aveva lavorato come manovale alle dipendenze di suo padre. Erano cresciuti insieme perché figlio dei padroni di casa. La giovane coppia si è stabilita nello stesso appartamento dove lei è vissuta da nubile.

Il giorno del matrimonio, celebrato alla Chiesa del Rosario da prete Serra, indossava il costume tradizionale chiesto in prestito per l’occasione, lui sa beste (abito elegante).

“Giuseppe – prosegue la nostra nonnina -, era un bravo ragazzo, di carattere mite e gioviale. Avevo molti corteggiatori, a me piaceva nonostante non fosse bello quanto me. Certo io ero molto bella, lui lo era meno.

Carmelo Folchetti mi aveva fotografato per espormi in vetrina proprio per la mia bellezza, ma mia madre l’aveva presa male perché a suo avviso erano le donne poco serie a farsi fotografare. Abbiamo avuto 10 figli – continua -, quasi sempre i parti avvenivano in casa con l’aiuto de sa mastra ‘e partu. Per i due gemelli è stato necessario fare ricorso al ricovero ospedaliero. Li ho allattato tutti per lunghi periodi, i gemelli li ho tenuti al seno per 3 anni. Interrompevano i giochi per nutrirsi. “Spostati che adesso tocca a me”, diceva l’uno all’altro quando la fame si faceva sentire. Dal 1967 ci siamo trasferiti nelle popolari di Istiritta dove tuttora vivo con i figli Lina e Domenico, circondata dall’affetto di tutta la famiglia ma il mio cuore è rimasto a Santu Predu. Ho 17 nipoti e altrettanto pronipoti che mi vogliono bene e per questo mi ritengo fortunata”.

Che ricordo avete del secondo conflitto? “Al suono della sirena scappavamo nei rifugi per evitare le bombe. Cadevo ripetutamente mentre correvo, per questo avevo sempre le ginocchia scorticate. Certo nessuno di noi ha patito la fame, facevamo la pasta e il pane in casa e coltivavamo le nostre campagne”.

Come era Santu Predu quando voi eravate piccola? “Tutto era bello. Eravamo solo nuoresi nessun continentale, ci conoscevamo tutti. Per strada transitavano carri e cavalli. In seguito cominciava a circolare qualche macchina dei Gallisai.Ricordo la rivalità fra Santu Predu e Seuna i cui abitanti sono stati sempre gelosi perché sos santupredinos erano belli, gentili, ricchi e signori mentre a Seuna erano contadini e massajos. Quando quelli di Seuna venivano a San Pietro li mandavano via a carranzos de montes (a colpi di pietra) e mai si sposavano fra loro. Una rivalità, oggi solo un pallido ricordo”.

Vedova dal 1997, tzia Badora è una centenaria vigile e simpatica, presenta solo un parziale deficit uditivo, ma è logica e puntuale nelle risposte. Cuce e legge senza occhiali che, per vezzo, trattiene fra i capelli.

Cosa augurate ai giovani di oggi?  “De traballare chin honestate che a nois e a pesare sa familia comente nois amus pesau a issos”.

Prima di andare via le auguro largos annos ancora. Commossa ricambia: “sos meos los appo fattos, como a sos tuos”.

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