
di RITA ATZERI
Baressa si conferma la capitale sarda del mandorlo, suggellando il suo ruolo guida durante il cruciale convegno sulla mandorlicoltura svoltosi ieri. L’evento, ospitato nel cuore della 33ª edizione della Sagra della Mandorla, ha segnato una svolta storica per il comparto agricolo isolano: il borgo della Marmilla è ufficialmente il comune capofila del percorso che porta alla nascita della prima Comunità di tutela del mandorlo a livello regionale.
Il dibattito ha fatto il punto sulla recente Legge Regionale 8 maggio 2026, n. 13 (“Interventi per la valorizzazione della coltura del mandorlo”), un provvedimento storico approvato all’unanimità dal Consiglio regionale che stanzia 15,4 milioni di euro per rilanciare la filiera. Al centro della norma c’è proprio l’istituzione di questa Comunità di tutela: uno strumento pionieristico, fondamentale per proteggere il patrimonio locale, stimolare l’economia agraria e arginare lo spopolamento delle zone interne.
La forza di questa nuova Comunità di tutela risiede nella sua natura inclusiva e partecipativa. Dal tavolo del convegno è emerso un invito perentorio: tutti sono chiamati a contribuire. L’organismo non sarà riservato ai soli addetti ai lavori, ma vedrà la collaborazione attiva di contadini custodi e hobbisti, guardiani di alberi secolari e piccoli appezzamenti, insieme a imprenditori agricoli, aziende di trasformazione, comuni ed enti locali.
In questo percorso di sviluppo, l’agenzia regionale Laore Sardegna giocherà un ruolo operativo fondamentale, dichiarando la massima disponibilità ad affiancare i coltivatori sia sul piano dell’assistenza tecnica che su quello formativo. Tra i suggerimenti più rilevanti emersi durante il convegno e rivolti agli imprenditori agricoli, spicca la strategia agronomica di mettere a dimora le varietà sarde accanto a quelle italiane più produttive. Questo modello di impianto misto permette di coniugare le alte rese commerciali delle selezioni nazionali con la resilienza e l’eccellenza qualitativa del patrimonio locale, garantendo stabilità economica e sostenibilità biologica al mandorleto.
Nel contesto dell’attuale crisi climatica, la mandorlicoltura sarda si rivela un’arma straordinaria. Il mandorlo sardo dimostra una superiore resistenza al cambiamento climatico, ai prolungati periodi di siccità e alle temperature estreme rispetto alle cultivar industriali estere. Un esempio emblematico è rappresentato dalla varietà “Arrubia”, un’eccellenza genetica locale che resiste agli stress idrici e termici mantenendo standard qualitativi altissimi. Per la varietà “Arrubia” esiste una richiesta specifica e remunerativa di mercato: le sue caratteristiche fisiche e organolettiche la rendono l’ingrediente d’elezione per l’industria dolciaria d’alta gamma e, in particolare, per la produzione dei confetti, dove la mandorla sarda è sinonimo di perfezione e tradizione.
Un ruolo scientifico di primo piano è affidato all’Università degli Studi di Sassari, da tempo in prima linea nella catalogazione e nella salvaguardia dell’agrobiodiversità isolana. Le ricerche accademiche hanno permesso di riconoscere e tutelare ben 43 varietà autoctone di mandorle sarde. Questo straordinario tesoro genetico, unico nel bacino del Mediterraneo, è stato inserito ufficialmente all’interno dell’Atlante italiano delle varietà autoctone, un riconoscimento scientifico e istituzionale che certifica il valore della biodiversità sarda a livello nazionale.
Nonostante le enormi potenzialità, gli agricoltori si trovano oggi a dover affrontare alcune criticità concrete:
Mancanza cronica di vivai specializzati: la scarsità di centri di moltiplicazione nell’Isola rende difficile reperire piantine certificate e innestate con le 43 varietà autoctone, rallentando la nascita di nuovi impianti.
Rese quantitative iniziali inferiori: rispetto ad alcune cultivar industriali estere fortemente spinte, le varietà autoctone richiedono tecniche di gestione specifiche.
Costi di impianto e attesa del primo raccolto: l’investimento iniziale richiede anni prima di entrare in piena produzione.
A fronte di queste difficoltà, i benefici a lungo termine per chi sceglie la mandorla sarda sono netti e strutturali:
Prezzi di vendita superiori: il mercato riconosce un forte premio di prezzo al prodotto locale e tracciabile, specialmente per l’industria del confetto e dei dolci tradizionali.
Minori costi di gestione agronomica: la naturale rusticità delle piante sarde riduce la necessità di trattamenti fitosanitari e irrigazioni massive.
Accesso prioritario ai finanziamenti: la nuova legge regionale riserva tutele e premialità specifiche a chi pianta le varietà dell’Atlante.
Per superare le criticità legate all’avvio, le amministrazioni locali possono e devono svolgere un ruolo di sostegno attivo a chi decide di impiantare un mandorleto. I Comuni hanno a disposizione diverse forme di aiuto tangibile:
Agevolazioni fiscali locali, come l’esenzione o la riduzione dei tributi comunali (IMU agricola, TARI sulle strutture connesse) per i primi anni di attività.

Concessione di terre civiche o comunali incolte, tramite bandi di affitto a canoni simbolici per il recupero dei terreni abbandonati.
Semplificazione burocratica e sportelli unici, per l’accesso rapido alle autorizzazioni e la creazione di isole di orientamento in collaborazione con Laore.
A livello macroeconomico, il convegno ha rimarcato un principio politico fondamentale: il sostegno della Regione Sardegna per la realizzazione di nuove imprese agricole deve essere garantito a chiunque voglia impiantare un nuovo mandorleto, a prescindere dall’età. Se il ricambio generazionale resta importante, la salvaguardia del territorio non può escludere gli agricoltori esperti o chi decide di investire nella terra in età matura; l’accesso ai fondi dei 15,4 milioni di euro deve valorizzare il progetto agronomico e la sua ricaduta territoriale anziché rigidi parametri anagrafici.
I benefici della mandorlicoltura superano i confini del profitto agricolo e abbracciano la tutela e la salvaguardia del territorio. Un mandorleto curato e pulito costituisce una formidabile barriera naturale contro la piaga degli incendi. I terreni coltivati interrompono la continuità del combustibile vegetale tipico dei campi abbandonati e delle boscaglie incolte, facilitando le operazioni di spegnimento e proteggendo i centri abitati.
Inoltre, il mandorlo gioca un ruolo cruciale nella definizione e nella difesa del paesaggio tradizionale sardo. La tutela del paesaggio agrario diventa oggi il più potente baluardo contro le speculazioni energetiche che minacciano le campagne dell’Isola con distese selvagge di specchi fotovoltaici e pale eoliche. Durante il convegno è emerso un monito politico e sociale chiarissimo: la difesa dell’ambiente e l’agricoltura identitaria sono incompatibili con la svendita del suolo. Chi apre le porte alla speculazione energetica nei terreni fertili o storici non può, coerentemente, affermare di voler proteggere il territorio e l’ambiente. Piantare alberi di mandorlo significa occupare fisicamente e culturalmente la terra, riaffermando la sua naturale vocazione agro-pastorale e sottraendola alle logiche predatorie.
Baressa, attraverso il teatro della sua Sagra, smette così di essere solo una vetrina di eccellenti dolci tipici e si conferma il motore politico, economico e ambientale di un riscatto rurale che profuma di futuro.
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