LA RIVOLUZIONE DI FRANCESCO D’ASSISI A 800 ANNI DALLA MORTE (I CAMMINI ECORELIGIOSI IN SARDEGNA)

L’anno 2026 riveste un significato di fondamentale importanza per la storia della cultura e della spiritualità occidentale, segnando l’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi (1226-2026). Questa ricorrenza ha stimolato una vasta produzione editoriale che ne rilegge il lascito intellettuale alla luce delle sfide globali contemporanee. Il messaggio del Poverello emerge così non come un’antiquata utopia medievale, ma come un lucido manifesto politico e scientifico per l’era dell’Antropocene. In questo spazio dedicato all’ecologia e alla sostenibilità, si analizzano tre volumi pubblicati all’inizio del 2026 che ridefiniscono il legame tra la figura di Francesco e la crisi climatica, dimostrando come la transizione ecologica sia, prima ancora che una sfida tecnologica, una questione di giustizia sociale e di radicale mutamento culturale.

Il panorama editoriale del centenario offre prospettive complementari e profonde. Apre la strada il saggio storico San Francesco d’Assisi scritto da Alessandro Barbero per l’editore Laterza. L’autore abbandona l’agiografia convenzionale per restituire la figura storica del Santo nella sua dirompente radicalità. Barbero scava nelle fontes medievali mostrando un uomo coerente e di totale rottura con le strutture economiche del suo tempo. Francesco sceglie la povertà assoluta non per ascesi passiva, ma per distruggere alla radice il legame tra proprietà privata, consumo di risorse e potere politico, svelando la matrice profondamente sociale di quella che oggi viene definita transizione ecologica.

Al cuore del dibattito scientifico si colloca invece La Natura di san Francesco, un volume corale curato da un comitato di esperti per Cierre Edizioni. Il libro propone una rilettura interdisciplinare del Cantico delle Creature calandolo direttamente nell’epoca dell’Antropocene. Astrofisici, botanici, geologi e teologi analizzano riga per riga gli elementi naturali cantati dal Santo — l’acqua, il fuoco, l’aria, la terra — spiegando come la moderna scienza degli ecosistemi confermi l’intuizione francescana: gli elementi non sono risorse isolate da sfruttare fino all’esaurimento, ma fili interconnessi di una biosfera fragile che l’essere umano ha il dovere di custodire.

A completare questa triade si trova il volume divulgativo San Francesco d’Assisi e l’Armonia del Creato, pubblicato da Edizioni Meditative. Questo testo adotta un approccio filosofico e biografico, traducendo l’insegnamento del Poverello in una guida per la resistenza culturale e quotidiana contro l’iperconsumismo. Gli autori mettono in luce la “spiritualità laica” di Francesco, accessibile anche in contesti non confessionali, la quale individua nella gratitudine, nel riconoscimento del limite antropologico e nella riconquistata armonia con la fauna e la flora l’unica via d’uscita dall’alienazione della società dei consumi.

Mettendo in relazione questi scritti, emerge un’alleanza teorica e pratica: laddove l’analisi storica di Barbero individua le cause storiche della propensione al possesso e la scienza di Cierre Edizioni ne mappa i danni planetari, la via dell’Armonia propone la risoluzione, fondando un’ecologia integrale basata sulla felicità slegata dall’accumulo materiale. Se questo modello venisse tradotto in prassi e applicato ai sistemi contemporanei, determinerebbe una ristrutturazione radicale delle nostre categorie macroeconomiche.

In primo luogo, si assisterebbe al superamento del PIL come indicatore di sviluppo. La politica economica dovrebbe adottare parametri alternativi focalizzati sulla salute sociale ed ecosistemica, misurando il successo di una nazione non sulla velocità di estrazione e consumo delle risorse, ma sulla capacità di preservare e rigenerare i beni comuni. Ciò spingerebbe verso modelli di “stato stazionario” o post-crescita, dove le attività industriali mirano alla massima durabilità, riparabilità e condivisione dei beni, rifiutando l’obsolescenza programmata.

Sul piano normativo, l’ecologia integrale comporterebbe la ridefinizione giuridica della proprietà e dei beni comuni, riconoscendo la natura come soggetto di diritto e non come mera merce. Elementi vitali come l’acqua e la biodiversità verrebbero sottratti alle logiche speculative. Infine, questo paradigma unisce la giustizia sociale alla difesa dell’ambiente: una transizione equa attuerebbe una ridistribuzione della ricchezza basata sul principio che la sobrietà dei consumi delle classi più abbienti è la condizione necessaria per garantire i diritti fondamentali delle fasce svantaggiate, spostando gli investimenti verso i servizi pubblici essenziali, la mobilità sostenibile e la cura del territorio.

Il centenario francescano trova una declinazione concreta anche sul piano dell’attivismo territoriale. In Sardegna, il 2026 registra un’affluenza significativa lungo le vie della spiritualità ecoreligiosa, intese come laboratori di sostenibilità all’aperto ed esperienze di monitoraggio ambientale.

In prima linea si collocano il Cammino Minerario di Santa Barbara nel Sulcis-Iglesiente e il Cammino di Sant’Efisio, che in questi mesi hanno inaugurato speciali varianti e tappe dedicate alla transizione ecologica e alla tutela del paesaggio. I camminatori attraversano ex siti industriali in via di bonifica, foreste rigenerate e aree costiere protette, prendendo parte a laboratori di piantumazione e interventi di pulizia dei sentieri coordinati dalle associazioni locali.

La principale novità dell’anno è rappresentata dal coordinamento regionale dei “Cammini di Francesco in Sardegna”, una rete che unisce idealmente i conventi e i siti di matrice francescana dell’isola, da Cagliari a Sassari, attraversando i centri della Barbagia. Lungo questi itinerari viene promosso il modello del pellegrinaggio a impatto zero: le strutture ricettive aderenti offrono esclusivamente prodotti agroalimentari a filiera corta, applicano sistemi di riciclo delle acque reflue e vincolano i viandanti all’esclusione della plastica monouso. L’esperienza dei cammini in Sardegna nel 2026 dimostra come sia possibile declinare l’economia della cura all’interno di un territorio specifico, coniugando la valorizzazione delle comunità interne con la tutela attiva dell’ecosistema insulare. La sobrietà cessa così di essere una rinuncia individuale per trasformarsi in una deliberata strategia politica di emancipazione e stabilità planetaria.

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