
Raimondo Falqui
di GIANRAIMONDO FARINA
In questi giorni il Trentino Alto Adige é in fermento. Si ricordano gli ottant’anni dalla firma degli accordi di Parigi fra Italia e Austria. Accordi che definiranno i primi aspetti di un’autonomia speciale. Più speciale delle altre due regioni- isole per cui già si stava procedendo in quel periodo. Era il 1946. Perché, sebbene fortemente identitarie, per storia, tradizioni e cultura, Sardegna e Sicilia non hanno mai avuto Stati stranieri “alle spalle” che, direttamente o indirettamente, orientassero e rimodulassero la loro specificità. Non così per il Trentino Alto Adige/ SudTirolo. E, se vogliamo essere ancora più “estensivi”, per certi versi, questo potrebbe valere anche per la Val d’ Aosta ed il Friuli Venezia Giulia, avendo, direttamente o indirettamente, Francia e Slovenia “alle spalle”.
Ma, nel caso delle due province autonome, il discorso é differente. Si tratta di un’autonomia, indubbiamente, “forte”, radicata su un accordo internazionale, quello tra Italia ed Austria stipulato proprio il 5 Settembre 1946 a Parigi. All’indomani della fine del secondo conflitto mondiale, dell’elezione della Costituente e della scelta repubblicana. Tutti aspetti di non poco conto. Da considerare. La cosiddetta autonomia altoatesina, o sudtirolese che dir si voglia, si fonda là. E quella trentina, ad essa connessa indirettamente, ne è una conseguenza. Al di là delle giuste motivazioni sociali, culturali e linguistiche che ora rappresentano l’humus di una pacifica convivenza fra italiani, tedeschi e ladini. Un momento, senza dubbio, solenne, teso a rimarcare la forza della democrazia italiana, giunto, di recente, all’ approvazione del terzo Statuto di Autonomia per le due Province Autonome, delineante nuovi e più estesi ambiti. Ma senza dimenticare la sanguinosa memoria storica che, a partire dal 1956, per oltre un decennio, ha accompagnato la cosiddetta “cospirazione dei tralicci” contro lo Stato Italiano. Proprio in Alto Adige. Con l’irrompere del movimento separatista radicale Befreiungsausschuss Sudtirol (BAS). Stagione di attentati dinamitardi che provocò numerose vittime (come la strage di Cima Vallona) e terminò con l’introduzione del “Pacchetto di misure a tutela delle minoranze”.
Pochi sanno, però, che questa “stagione” iniziò con un martirio di un giovane finanziere sardo. Era la notte del 15 Agosto di settanta anni fa. A dieci anni esatti dal primo Accordo sull’ Autonomia. Il suo nome era Raimondo Falqui. Era di Lula (Nuoro) ed aveva poco più di 22 anni. Era in servizio presso la caserma di Fundres, frazione di Vandoies. E’ una notte chiara, e sul greto del ruscello di quel villaggio, la mattina del 16 agosto, verrà ritrovato il suo corpo agonizzante, vittima, come appurato, di precedenti brutali percosse. La morte sopraggiungerà di li a poco. Suscitando profonda commozione. Perché ne scriviamo dunque? Perché mi è capitato, proprio quest’ anno, a Nùoro, proprio ad Agosto, in occasione dei festeggiamenti per il Redentore, passare davanti ad un monumento particolare. A quasi settanta anni esatti da quei tragici fatti. E’ stato domenica 23 Agosto. Ai Giardini Pubblici. Mentre tutti erano presi ed assortiti, giustamente, dai balli e dalle presentazioni dei gruppi del Festival Regionale del Folklore, il mio sguardo curioso giornalistico era “distratto” da una “strana” scultura eretta davanti al comando provinciale della Guardia di Finanza, proprio nei giardini. Un monumento che, magari, come è successo in altre occasioni in cui vi sono passato, non mi aveva colpito. Ora, però, invece no. Perché questo monumento? Perché in Sardegna e perché proprio a Nuoro? Raimondo Falqui era sardo, un giovane finanziare, a sua insaputa, martire. Barbaramente trucidato la notte tra il 15 ed il 16 agosto 1956, in un’osteria altoatesina di Fundres, poco dopo le 23. I “fatti di Fundres”, cosiddetti, daranno inizio alla ricordata ventata “separatista” di quelle valli. Sul sangue innocente sardo. Falqui aveva 22 anni. Era di Lula, e credeva in quello che faceva. Assieme a lui il finanziere Lombardo. Entrambi in libera uscita quella notte. Notte che finirà nel sangue. Per una rissa, causata dai giovani del luogo contro i due finanzieri italiani. Iniziata nell’ osteria e finita la mattina del sedici seguente sul greto del fiume.
Dopo le 23 e dopo che il finanziere sardo era stato, assieme al suo giovane commilitone, fatto oggetto di scherno da parte dei giovani avventori locali del luogo. Mentre uscivano dall’ osteria, raccontano le cronache del tempo, ai due veniva quasi impedito di uscire da parte di alcuni locali. Solo a fatica i finanzieri riuscirono a guadagnare l’uscio e dopo che il Falqui aveva ricordato al titolare come si fosse da tempo andati oltre l’orario di chiusura. I momenti successivi sono ben documentati anche dall’ opera del capitano delle fiamme gialle Gerardo Severino, interamente dedicata al sacrificio del finanziere lulese. Opera che, proprio in quest’ occasione andrebbe ripresa e riletta. Dal titolo profondo ed emblematico: Le prime gocce. Ricordo di Raimondo Falqui, un finanziere caduto per l’Italia (1934- 1956). Libro uscito nel 2013 per la Carlo Delfino di Cagliari e basato su un’attentissima ricognizione documentaria. Da ottimo storico militare, Severino, ha tolto dall’oblio la figura di Raimondo Falqui. Oblio voluto e tenuto nascosto per non urtare certi “sentimenti”. E che anche ora sembrerebbe ritornare. Per via di un latente, ipocrita e fuorviante “pacifismo” che predicherebbe una giusta riconciliazione in quelle valli. Senza, però, fare i conti con la storia recente. Fatta di attentati e di sangue innocente. A partire da quella tragica notte di Ferragosto di settant’anni fa, quando un giovane figlio di Sardegna, appena ventiduenne, venne ucciso barbaramente a bastonate a Fundres da un gruppo di giovani estremisti locali. Quale era la colpa di Raimondo Falqui? Quella di essere italiano e di rappresentare le leggi dello Stato.
Prima vittima innocente di una lunga scia di sangue che, nel giro di qualche decennio, purtroppo percorrerà la regione ed, in particolar modo, l’Alto Adige. L’ opera meritoria di Severino, dunque, è stata quella di aver dato luce ad una storia che ha raccontato “le prime gocce” di sangue innocente versate per quest’ autonomia che ora si vuole, giustamente, festeggiare e ricordare. Dimenticando, però, che essa si “fonda” anche su sangue sardo. E Severino ci racconta tutti quei drammatici momenti successivi in quell’ osteria di Fundres dopo le 23. Prima opportunamente nascosti e misconosciuti. Ora sapientemente disvelati. Da far conoscere alla pubblica opinione. Raimondo Falqui fu inseguito, raggiunto e finito a sprangate da una furia omicida mai vista. Il commilitone Lombardo riuscirà a salvarsi e testimonierà la brutale fine del giovane finanziare sardo. I responsabili dell’efferato omicidio se la caveranno, poi, con lievi condanne. Nessuno con l’ergastolo. Era il cosiddetto “processo ai Pfunderer Buibm” , ossia a diversi giovani della valle rinviati a giudizio per l’omicidio di Raimondo Falqui. Nessuno pagherà degnamente. Nonostante i più alti riconoscimenti dati alla memoria di Falqui dal presidente Napolitano, come la medaglia al valore civile ed i monumenti, le vie e le caserme a lui dedicate. Ora la salma riposa a Lula.
Il silenzio, però, sul suo brutale martirio, sembra si sia nuovamente “reimpossessato” delle menti. Soprattutto di coloro che, in questi tempi, in Trentino ed in Alto Adige si stanno occupando di organizzare una festa “pattinata” dell’autonomia, relegando al nulla il ricordo del sacrificio del giovane finanziere. Oblio anche per quel passaggio del suo epitaffio funebre, ben scolpito nel monumento in basalto di Nuoro che, con quanta più attualità cita: (…) barbaramente trucidato da proditoria e vile azione terroristica (…)”. Un’ epigrafe, la stessa, per la verità, voluta per tutte le diciassette vittime di quella triste stagione, di cui sei finanzieri, e di questi ben tre sardi: oltre Falqui, Salvatore Cabitta di Porto Torres e Martino Cossu di Luogosanto. Una ferita ancora aperta. Come ha scritto di recente sempre Severino per Reportdifesa.it, “si voleva colpire la Guardia di Finanza da parte di un movimento separatista che era sostenuto e foraggiato da ambienti neo-nazisti di oltralpe e che operava attraverso fuoriusciti alto-atesini”. Fuoriusciti che, a partire proprio dal 1956, effettuarono attentati, inizialmente facendo saltare tralicci dei cavi elettrici ad alta tensione, infrastrutture pubbliche e simboli dell’italianità di quelle terre e, successivamente, decisero di attaccare singoli militari dell’Esercito e delle Forze di Polizia. Perché, dunque, Raimondo Falqui? Perché la Guardia di Finanza? “Perché essa era capillarmente presente nella provincia di Bolzano” – ha scritto sempre l’ufficiale storico delle Fiamme Gialle- “in ragione dei propri compiti di controllo militare e fiscale della frontiera”.
E perché, soprattutto, rappresentava una delle funzioni dello Stato che, agli occhi degli elementi anti-italiani, era la più odiosa, cioè l’accertamento dei tributi ed il contrasto all’evasione fiscale. Gli ottant’anni della prima autonomia del Trentino Alto Adige, pertanto, ricadono anche in concomitanza, non solo con i settant’anni dal martirio del finanziere sardo Raimondo Falqui, ma anche con i sessanta dall’eccidio di Malga Sasso, la cui stazione delle fiamme gialle venne del tutto fatta saltare in aria, con, fra le altre, un’altra vittima sarda, il già ricordato Martino Cossu. A questo punto, affinché un anniversario come questo abbia veramente valore, sarebbe necessaria una vera opera di riconciliazione e di riconoscimento. “I paesi natali delle diciassette vittime dei militari italiani” – ha osservato sempre Severino- “lo hanno fatto da tempo”. Con la Sardegna sempre “in prima linea”. Con caserme, vie, piazze dedicate a questi servitori dello Stato. A mancare, invece, è ancora l’altra parte, quella tirolese. Quelle popolazioni che, pur facendo parte della Repubblica Italiana e che “offrono” agli italiani soli pacchetti turistici, non hanno mai ritenuto doveroso ricordare i caduti come Raimondo Falqui, vittime di quella triste stagione. L’autonomia si costruisce non solo sapendo amministrare le risorse che Roma ti dà, ma anche “sapendo gettare ponti” con il potere centrale e momenti di dialogo. Il rapporto non è solo unilaterale. Non potrà mai esserlo. Una vera autonomia regionale si costruisce creando ponti di dialogo.
In questi luoghi, purtroppo, non si avverte la necessità di questo, soprattutto di “gettare ponti” con i paesi natali delle vittime. Ricordare l’Autonomia ed i grandi ed indiscussi privilegi economici che all’ Alto Adige ne sono spettati, sarebbe anche il momento, per le sue genti, per la sua politica locale, legittimamente inquadrati e tutelati dentro i confini della Repubblica italiana, per trarne questo insegnamento: non sentirsi italiani solo per la gestione delle proprie offerte turistiche in luoghi dove gli italiani sono malvisti, ma solo quando non utilizzano il portafoglio. Autonomia vuol dire, quindi, fare i conti seriamente con la propria storia. Anche con le sue pagine più nere e controverse. Come il sacrificio innocente del martire sardo Raimondo Falqui. A settant’ anni di distanza. E ad ottanta da una specialità che, oggi più che mai, ha bisogno non tanto di progetti e riforme, ma di testimonianze e di un serio e costruttivo confronto. Per non dimenticare.
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In un Paese ove molti preferiscono il copia e incolla, Lei ha finalmente reso giustizia al mio lavoro, considerando che fui io stesso a firmare la relazione ufficiale per la Medaglia d’Oro. Ricordo, quindi, anche le altre fiamme gialle sarde cadute in quelle stesse circostanze. RIP Grazie di cuore, Colonnello Gerardo Severino