IL CUORE DI S’ORTU BECCIU: A DONORI UNA MOSTRA RACCONTA LA VITA E IL CORAGGIO DEI MINATORI E LA FORZA DELLE DONNE CERNITRICI

Luigi Coda

Esiste una memoria silenziosa custodita tra le colline del Parteolla, scritta non sui libri ma sulla roccia viva. Camminando oggi tra le colline di Donori, si incontrano i vecchi ruderi della miniera di S’Ortu Becciu. È un posto silenzioso, dove la natura si sta lentamente riprendendo i suoi spazi. Eppure, quelle pietre non sono mute. Oggi, quel passato di fatica, polvere e speranza trova nuova vita grazie a un’iniziativa speciale che si chiama “S’Ortu Becciu, racconti di Miniera”.  una mostra allestita nei locali della storica casa Follesa-Loche. L’esposizione è nata e cresciuta grazie alla stretta collaborazione con il Comune di Donori, che ha inserito questo importante appuntamento culturale all’interno del programma ufficiale della manifestazione istituzionale Donori TerrAccogliente. L’esposizione non è una semplice collezione di vecchi oggetti, ma un vero e proprio viaggio nel tempo e nei ricordi di una comunità intera.

Dietro questo straordinario viaggio c’è la passione, lo studio e la sensibilità di Luigi Coda, ideatore e curatore dell’iniziativa. Con la pazienza del ricercatore e il cuore di chi ama profondamente le proprie radici, Luigi ha raccolto, ordinato e dato voce a frammenti di storia che altrimenti sarebbero andati perduti. Il suo lavoro non si è limitato a mettere in mostra degli oggetti, ma è riuscito a restituire dignità e calore umano a ogni documento, attrezzo e fotografia. Grazie alla sua guida e alla sua dedizione, la mostra è diventata un racconto vivo, capace di emozionare e di far dialogare il passato con il presente, trasformando la memoria storica in un dono prezioso per tutta la cittadinanza e per i visitatori.

L’attività mineraria a Donori affonda le radici negli anni sessanta dell’ottocento con i primi scavi. Per decenni la miniera mantenne un carattere frammentato e artigianale, fino alla svolta del 1931, quando piccoli imprenditori cagliaritani acquistarono il sito avviando massicci investimenti. Questo slancio portò nel 1937 alla nascita della Società Anonima Miniera S’Ortu Becciu, che portò all’assunzione stabile di decine di operai e alla costruzione delle strutture visibili ancora oggi, espandendosi poi su ben 224 ettari sotto la spinta bellica del 1940. Nel dopoguerra, il giacimento passò sotto il controllo della potente Società Monteponi, rimanendo attivo fino alla chiusura definitiva nel 1968.

Il lavoro nel sottosuolo si sviluppava su un labirinto di ben nove livelli principali di gallerie, che scendevano nelle viscere del monte per un dislivello complessivo di circa duecento metri. La parte più alta ospitava la Galleria Marini (scavata a quota 315 metri sul livello del mare, con il suo sottolivello a quota 309). Scendendo si incontravano la Galleria Sant’Antonio (1913, a quota 291) e la Galleria Gerbella (1935, a quota 274). Più in basso, la galleria di carreggio nota come il Ribasso Umberto (a quota 229 metri) fungeva da snodo centrale: da qui, un pozzo d’estrazione verticale profondo ben 88 metri permetteva ai minatori di scendere fino ai livelli più remoti, a quota 140 metri. Ciò che gli uomini cercavano nel buio era la galena, un prezioso solfuro di piombo argentifero racchiuso in una ganga di quarzo e barite.

Ma la miniera non era fatta solo di carrelli e gallerie buie. Se gli uomini affrontavano i pericoli del sottosuolo, il destino del minerale in superficie era affidato alle mani femminili. C’era un pezzo di vita che restava all’aperto, alla luce del sole, ed era la vita delle donne del paese di Donori: le cernitrici.

La giornata per queste donne iniziava quando in paese tutto era ancora spento. Mamme e ragazze come la signora Antonietta Basciu, la signora Barbara Piga, la signora Savina, la signora Teresina Pes e la signora Barbara Lecca si svegliavano nel buio. Lasciavano la famiglia, i figli piccoli a dormire nei letti, controllavano che il fuoco fosse spento e uscivano di casa che faceva ancora freddo. A quei tempi non c’erano le macchine o i pullman. Per arrivare a S’Ortu Becciu bisognava camminare. Quasi tutte andavano a piedi, chilometro dopo chilometro, sprofondando nel fango d’inverno e respirando la polvere d’estate. Chi era più fortunata aveva una bicicletta, e pedalava con fatica sulle salite sterrate che portavano ai cantieri.

Una volta arrivate in miniera, la giornata si passava sul piazzale o dentro la laveria, lo stabile dove arrivavano i vagoncini pieni di roccia spaccata. Il lavoro era ripetitivo e spezzava la schiena: stavano per ore in piedi davanti ai nastri trasportatori o sedute a terra, esposte al vento freddo o al sole che picchiava forte. Avevano in mano solo un piccolo martello. Il loro compito era colpire la roccia, pulirla e dividere i pezzi buoni da quelli che non servivano a nulla.

Ci voleva una pazienza infinita, ma soprattutto un occhio incredibile. Le donne di Donori sapevano riconoscere il valore di un sasso in un secondo: sentivano il peso della barite o vedevano subito quel luccichio verde brillante tipico della piromorfite, un minerale raro presente sul sito insieme alla bianca cerussite. Se sbagliavano a scegliere, il carico che andava in fonderia perdeva valore. Dipendeva tutto dalle loro mani.
A stare insieme dodici ore al giorno, però, si diventava una famiglia. Sul piazzale lavoravano fianco a fianco le anziane, le giovani mamme e le ragazzine che avevano appena lasciato la scuola. Nonostante la fatica, tra di loro c’era una grandissima solidarietà. Le più grandi proteggevano le giovani e spiegavano come colpire la pietra senza farsi male; si parlava dei bambini rimasti in paese e, all’ora di pranzo, si apriva la sacca per dividere quel poco che c’era: un pezzo di pane, un po’ di formaggio, e si mangiava insieme.

Quel lavoro così duro, fatto di polvere e calli sulle mani, ha cambiato per sempre la vita del paese. Per la prima volta, le donne ricevevano una busta paga con i soldi in contanti alla fine del mese. Certo, prendevano molto meno degli uomini, ma quei pochi soldi significavano una cosa enorme: indipendenza. Per la prima volta nella storia di Donori, una donna non dipendeva più solo dal lavoro nei campi o dal marito. Diventava lei la colonna portante della casa, quella che con il suo stipendio sicuro comprava da mangiare per i figli e garantiva un futuro alla famiglia.

Se oggi le strutture, le tramogge e i vecchi uffici non sono solo un cumulo di ruderi abbandonati alla dimenticanza, il merito va anche a un profondo atto di amore per il territorio. Al centro del vecchio villaggio minerario svetta la bellissima palazzina bianca che un tempo ospitava la direzione. Questo storico palazzo e l’intera area circostante sono tornati a splendere grazie alla famiglia Loche-Follesa. Con un accurato lavoro di ristrutturazione e pulizia, la famiglia ha salvato gli edifici storici dal degrado, trasformando la vecchia direzione nel fulcro di un vasto parco naturale visitabile che si sposa perfettamente con lo spirito di recupero culturale della mostra.

Il valore più grande di tutto questo percorso sta nella sua capacità di parlare al futuro. Proprio per questo, la mostra e il sito minerario sono diventati un punto di riferimento fondamentale per le scolaresche di Donori. Accompagnati dai loro insegnanti, i bambini e i ragazzi del paese visitano questi luoghi per scoprire da vicino la storia della propria terra. Vedere gli attrezzi dei minatori, osservare i vecchi registri e ascoltare i racconti delle cernitrici trasforma una semplice lezione in un’esperienza viva. È così che la memoria smette di essere solo un ricordo del passato e diventa un testimone che i più giovani raccolgono con orgoglio.
Oggi la miniera di S’Ortu Becciu è un guardiano silenzioso del passato. Custodire questi racconti attraverso l’esposizione curata da Luigi Coda significa salvare dall’oblio il sacrificio dei nostri nonni, dei nostri padri e delle nostre madri. Se si ascolta con attenzione il vento che soffia tra le colline di Donori, sembra ancora di sentire il battere ritmico dei martelli delle cernitrici. Il loro non è stato solo un lavoro, è stato un monumentale atto d’amore e di coraggio che merita di essere scolpito per sempre nella memoria collettiva del paese, regalando alle nuove generazioni le radici necessarie per guardare al futuro.

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