MARIUCCIA SANNIA TORNA A VIVERE CON LA PENNA DI ELISELLE: LA SCRITTRICE E SCENEGGIATRICE ELISA GUIDARELLI RICREA CON L’AI UNA PROTAGONISTA DELLA STORIA TESSILE DI SAMUGHEO

Una donna davanti al telaio, una storia che appartiene alla memoria di un paese e una tecnologia capace di darle una nuova forma visiva. È Mariuccia Sannia, figura storica della tessitura di Samugheo, la protagonista del progetto realizzato con l’intelligenza artificiale dalla scrittrice Eliselle dopo il suo viaggio nel centro del Mandrolisai. Un omaggio a una donna che ha contribuito alla storia dell’artigianato tessile samughese e alla crescita di una tradizione che ha reso il paese uno dei punti di riferimento della manifattura sarda. Mariuccia Sannia viene ricordata, insieme ad altre artigiane storiche, tra le protagoniste di questo percorso. La scelta di Eliselle si inserisce in una ricerca che la scrittrice porta avanti da tempo: raccontare le donne dimenticate, poco conosciute o rimaste ai margini della storia ufficiale. Con la ricostruzione digitale di Mariuccia Sannia, questa attenzione incontra la memoria di una comunità e apre una riflessione sulle possibilità offerte dall’intelligenza artificiale per avvicinare nuove generazioni a figure del passato. Il video non nasce da una semplice ricerca online. È il risultato di un’esperienza diretta, di incontri e di un percorso di conoscenza del territorio realizzato nell’ambito del progetto Luoghi Letterari per la Sardegna ideato da Gianmarco Murru e Giulio Pisano e promosso dal consorzio turistico Sa Perda ‘e Iddocca con il sostegno delle amministrazioni locali.

Quando Eliselle arriva a Samugheo, sceglie deliberatamente di non documentarsi troppo prima della partenza. Vuole incontrare il paese senza immagini precostituite, lasciando che siano le persone e i luoghi a suggerirle una storia. «Volevo arrivare come un foglio bianco, senza aspettative, senza le immagini già pronte che ti costruisce Google. Volevo che fosse Samugheo a raccontarsi da solo, e non il contrario». La prima impressione è quella di un paese tranquillo, nel quale anche i gesti quotidiani contribuiscono a restituire il senso delle relazioni. I saluti scambiati per strada, le conversazioni e il riconoscimento reciproco tra le persone diventano i primi elementi attraverso cui la scrittrice entra in contatto con la comunità. «È una cosa semplice, ma da dove vengo io non è più così scontata», osserva.

Quando le viene chiesto come Samugheo potrebbe entrare nella sua immaginazione narrativa, Eliselle risponde con un’immagine che diventerà la chiave di lettura dell’intero viaggio: «Samugheo non è uno sfondo, è un personaggio. Entra come materia. Entra come lana, come acqua, come pietra». La lana richiama immediatamente la tradizione tessile, l’acqua conduce al paesaggio e agli antichi mulini, mentre la pietra rimanda alle architetture rurali, ai sentieri e ai ricoveri pastorali. È un territorio che non si lascia raccontare attraverso un solo elemento, ma richiede di ricomporre una trama fatta di attività produttive, conoscenze e storie individuali.

A Samugheo la tessitura è molto più di una tradizione artigianale. È una parte fondamentale dell’identità del paese, costruita soprattutto attraverso il lavoro delle donne. Il MURATS, Museo Unico Regionale dell’Arte Tessile Sarda, e la manifestazione Tessingiu rappresentano due luoghi fondamentali per comprendere il valore di questa eredità. Dietro ogni manufatto ci sono competenze tecniche, sensibilità estetiche e gesti che richiedono anni di esperienza. Un sapere che si trasmette osservando, lavorando e imparando dalle generazioni precedenti. Non è un caso che le artigiane storiche abbiano avuto un ruolo determinante nello sviluppo della tessitura locale. Tra loro c’è proprio Mariuccia Sannia, ricordata per il suo contributo all’imprenditoria tessile femminile. La sua figura diventa così il collegamento tra la tradizione materiale del paese e il progetto digitale di Eliselle: raccontare una donna che ha contribuito a costruire una parte dell’identità di Samugheo significa anche restituire visibilità a un patrimonio di lavoro e competenze spesso affidato soprattutto alla memoria delle comunità.

Ma il viaggio della scrittrice non si limita ai telai. La visita al caseificio Mandrolisai e il percorso verso il mulino di Is Tirizzas, accompagnata dall’assessore Matteo Cocco, permettono di conoscere altre dimensioni del territorio: la produzione casearia, la cultura pastorale e il rapporto tra attività umane e ambiente.

«Io lo immagino come un luogo dove le storie si sfilano. Come si sfila un filo di ordito. Ogni casa qui ha una storia tessuta dentro», racconta Eliselle. Una metafora che restituisce bene il senso della permanenza: ogni incontro aggiunge un filo, ogni persona permette di conoscere una parte diversa della comunità.

Durante il soggiorno, Eliselle incontra artigiani, amministratori e produttori, visita luoghi di interesse e condivide momenti di convivialità. Il sindaco le dona alcuni libri dedicati a Samugheo, offrendo ulteriori strumenti per approfondire la storia e le caratteristiche del paese. L’accoglienza non si limita alla presentazione delle attrazioni locali. Si traduce nella disponibilità delle persone a raccontare, accompagnare e condividere esperienze. «Per me, che sono arrivata da fuori, significa non essere trattata come ospite, ma come responsabilità. Non ti dicono solo “benvenuta”, ti dicono “adesso che sei qui, vediamo cosa fare insieme”». È un passaggio significativo: la scrittrice non rimane una visitatrice esterna, ma viene coinvolta in una relazione con la comunità. E gli abitanti trovano nello sguardo di chi arriva un’occasione per raccontare il proprio paese in modo nuovo.

L’ultima sera a Samugheo riserva uno degli incontri più intensi del viaggio. Accompagnate dal consigliere Luigi Cossu, raggiungiamo la casa della signora Giuseppa, novantenne conosciuta per la pratica tradizionale di rimozione del malocchio. È un incontro che porta il racconto dentro una dimensione diversa da quella dei musei e degli spazi pubblici della cultura. Qui il patrimonio immateriale prende forma attraverso la memoria individuale, la parola e i gesti di una persona.

Giuseppa ci accoglie ed esegue un rituale che prevede l’utilizzo del grano, dell’acqua e del segno della croce. Durante la pratica interpreta alcuni segni come indicativi di una lieve influenza del malocchio, collegandola simbolicamente all’invidia. La sequenza si conclude con l’allontanamento di ciò che viene identificato come negativo. Dal punto di vista antropologico, l’interesse dell’incontro non consiste nel verificare l’efficacia soprannaturale del rituale, ma nel comprenderne il significato culturale e relazionale. Le pratiche tradizionali legate al malocchio rappresentano un linguaggio attraverso il quale alcune comunità hanno interpretato situazioni di vulnerabilità e cercato protezione. Il valore attribuito al rito dipende anche dalla fiducia riconosciuta a chi lo compie, dalla sua esperienza e dalla continuità della trasmissione. Nel caso di Giuseppa, l’autorevolezza deriva da una vita di conoscenze e dall’esperienza riconosciuta dalle persone che la conoscono. La sua testimonianza non basta, da sola, a stabilire quanto questa pratica sia ancora diffusa oggi a Samugheo. Permette però di avvicinarsi a un sapere che vive nelle case e nelle relazioni, e che rischia di scomparire quando viene meno chi è in grado di raccontarlo.

Ripensando alla permanenza di Eliselle, torna l’immagine utilizzata dalla scrittrice per descrivere Samugheo: un paese dove le storie si sfilano, come i fili di un ordito. Durante il viaggio abbiamo incontrato alcuni di quei fili. La tessitura, il lavoro, il paesaggio, l’ospitalità, i racconti delle persone. E infine i gesti di una donna di novant’anni, nella sua casa, davanti a una ciotola d’acqua e a pochi chicchi di grano. Dopo il viaggio, una di quelle storie ha continuato a svilupparsi attraverso un linguaggio completamente diverso: quello dell’intelligenza artificiale. È uno degli esiti più interessanti dell’esperienza di Luoghi Letterari Sardegna. L’incontro tra una scrittrice e un territorio non si conclude necessariamente quando termina il soggiorno. Può generare nuove domande, ricerche e forme di restituzione culturale. La memoria non è un oggetto immobile. Continua a trasformarsi attraverso le persone che la ricevono e scelgono di trasmetterla.

A Samugheo abbiamo incontrato una comunità che racconta il proprio patrimonio attraverso il lavoro, l’ospitalità e la parola. Abbiamo conosciuto donne che custodiscono conoscenze differenti e abbiamo visto come una storia, affidata a qualcuno disposto ad ascoltarla, possa trovare una strada inattesa per continuare a essere raccontata. Mariuccia Sannia torna così al centro di una narrazione che unisce passato e presente. Non perché la tecnologia possa sostituire la memoria, ma perché può contribuire a riaccendere l’interesse verso chi quella memoria l’ha costruita. Perché il patrimonio di un paese non vive soltanto in ciò che conserva, ma anche nelle storie che riesce a consegnare al futuro.

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Un commento

  1. Fabio Bernardini

    Bella foto 😊

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