
di BORE MURRIGHILE
Ero tra coloro che hanno ascoltato, con vivo interesse, gli intensi lavori di questo recente Congresso Fondativo di SEU nella meravigliosa terra fiorentina ed ho lasciato sedimentare per qualche giorno le mie intense emozioni. Volevo scrivere a mente fredda e provare a fare qualche timida riflessione. Io, più che ascoltare, guardavo e osservavo, respiravo e annusavo, le profonde differenze che si sentivano nell’aria e nell’atteggiamento dei numerosi partecipanti, rispetto al precedente Congresso. Tutti esprimevano il desiderio di dare qualcosa e di poter partecipare a quest’evento non come dei comprimari ma come dei veri attori: creatori e protagonisti di una nuova storia.
Una storia che parte da lontano e che ha visto sempre il vento e il mare come protagonisti delle nostre vicissitudini. Testardi e ostinati come i nostri più antichi predecessori che, spiegando le vele al vento, andarono alla conquista del Mediterraneo, facendo in modo che la nostra isola diventasse un importante crocevia delle più importanti rotte commerciali. Colonizzazioni, invasioni e conquiste hanno sempre avuto questi elementi, vento e mare, nelle nostre alterne vicende. Questo aspetto è ben condensato in un’opera di Remo Branca, sassarese, che non posso non citare e che è la meravigliosa xilografia “Il vento che viene dal mare”. Vento di terra che piega gli alberi e vento di mare che gonfia le vele.
Sarà perché apparteniamo ad un’isola dove giocoforza questi elementi sono sempre presenti ma allo stato attuale questi rappresentano per noi un connubio perfetto. Il vento, o il nuovo vento, soffia per noi nella giusta direzione creando un clima positivo dove tutti hanno voglia e volontà di dare qualcosa. Lo si sente e lo si vede anche per la partecipazione di numerosi giovani che non possono che rappresentare il presente e il futuro del nostro associazionismo.
La disseminazione e il veicolamento di un’immagine non stereotipata della Sardegna passa soprattutto attraverso di loro. Il nostro enorme patrimonio sia storico che culturale è una fucina inesauribile di progetti e di possibili idee troppo spesso ridotto alla damnatio memoriae. Il vento lo possiamo concepire anche come portatore di una nuova spinta, di un cambiamento, di una scossa vitale per riaccendere una fiamma che va alimentata affinché funzioni nel migliore dei modi, come quel vento che ci ha spinto verso il Continente per le più svariate ragioni ma soprattutto perché, in quel momento, la nostra isola non sembrava offrirci un supporto adeguato.
Per compiere questo passaggio bisognava attraversare il mare, con incoscienza e coraggio, come avevano fatto a loro tempo i nostri predecessori. Mi vengono in mente le parole del cantautore sardo Piero Marras che in “Caro Caronte” diceva “Caronte selvaggio, non fare lo stronzo e mettiti in viaggio che non posso andare a prendere un treno che vada per mare”. Eppure quello era il nostro mezzo. Chissà quante persone hanno viaggiato sul ponte Copertino della Tirrenia! Fino a quel momento il mare aveva un solo significato, era solo sinonimo di bellezza, di spensieratezze, di spiagge, mai di viaggio.
Durante l’Assemblea Congressuale ho sentito spesso pronunciare le parole Capitale Sociale. Parole estremamente veritiere e esplicative di quella strana e incosciente situazione che ci colpiva ma della quale non ci si rendeva ben conto quando per la prima volta si partiva. Ora è giunto il momento di mettere a frutto il Nuovo Capitale Sociale. Tutto quello che ci ha dato la terra che ci ha accolto lo mettiamo a disposizione dei Circoli, facendo in modo che la nostra crescita sia speculare e di sostegno alla crescita della nostra amata isola. Il nostro sforzo deve orientarsi verso la rimozione di quella patina stantia che dipinge ancora la Sardegna come terra di conquista, come lo è stata purtroppo per tanto tempo. Mi sembra anche abbastanza scontato che ci sia un forte legame con la nostra terra, d’altronde la sardità non è un aspetto negativo ma un valore positivo di cui andare orgogliosi. Purtroppo noi sardi, chi più chi meno, siamo affetti da una strana malattia che impropriamente si può chiamare saudade. La saudade è un termine portoghese che non si può tradurre letteralmente in italiano ma che può significare solo attaccamento viscerale alle proprie origini.
L’ho verificato, purtroppo, in prima persona quando un anziano e malato professore universitario sardo, non voleva fare il suo ultimo viaggio senza aver visto i luoghi dove aveva trascorso la sua giovinezza. Noi sardi siamo anche quello. Siamo ombrosi e scorbutici con chi lo merita ma generosi e altruisti con chi ci sa apprezzare. Quello che ci portiamo dietro è questo Nuovo Capitale Sociale, messo a disposizione con il sorriso che ci contraddistingue e che lascia ben sperare per il nostro futuro. A Firenze, durante il Congresso Fondativo di SEU, Sardi Emigrati Uniti, si è cementata una rete e abbiamo visto di che pasta siamo fatti. Bentu Nou!
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