SARDI RISERVATI E CHIUSI? SCIOCCHEZZE! IN SETTANT’ANNI SIAMO DIVENTATI UN POPOLO ‘LIQUIDO’

Fino al secolo scorso chiunque fosse arrivato in Sardegna con l’intenzione di stabilirsi sulla costa sarebbe stato considerato un matto (a Felice Angioni, primo quartese ad abitare stabilmente il Margine Rosso, venne messa canzone). Lungo il litorale correva la fila delle torri di avvistamento costruite per segnalare l’arrivo dei corsari barbareschi, le pianure vicino al mare erano infestate dalla malaria, le stesse città portuali come Cagliari erano più fortezze che luoghi di piacere. La vita si svolgeva altrove: sugli altipiani, tra le montagne, nei paesi in cui la comunità manteneva la memoria e trovava riparo dalle incursioni e dalle febbri. L’interno era rifugio. Il mare era il luogo da cui arrivavano i guai.

Oggi il quadro è l’opposto. Ad agosto le spiagge sono affollate come nessun’altra area del Mediterraneo occidentale, mentre nell’entroterra i paesi contano i residenti come si contano i superstiti. Ad Albagiara, nell’Oristanese, l’anagrafe del 2026 registra 219 abitanti. La provincia di Nuoro, culla della pastorizia e della fama letteraria dell’Isola, ha 142.241 residenti e quasi il 29 per cento di ultrasessantacinquenni. Il quadro complessivo, come emerge dall’ultimo Eurostat regional yearbook, è quello di una regione con 0,84 figli per donna nel Cagliaritano e 0,89 nel Sud Sardegna, contro una media europea di 1,34, e con un tasso di occupazione del 62,3 per cento a fronte del 76,1 europeo.

La domanda, allora, non è soltanto quanti se ne vadano. È perché la direzione dello spostamento sia diventata questa, e perché l’Isola sembri aver capovolto in una sola generazione una geografia che aveva retto per secoli.

Cominciamo dalla risposta più prosaica, che è anche la più solida. Lavoro, servizi, ospedali, scuole e collegamenti si concentrano dove c’è già gente, e nelle isole “dove c’è gente” coincide sempre più con le coste. Gli economisti chiamano questo fenomeno effetto di agglomerazione. Paul Krugman, all’inizio degli anni Novanta, lo ha formalizzato nei suoi modelli di rapporto tra centro e periferia: una volta che un’area accumula popolazione, imprese e mercato, attrae ulteriore popolazione, imprese e mercato, e la distanza tra chi ha e chi non ha tende ad allargarsi da sé, senza bisogno che qualcuno lo voglia.

Applicato alla Sardegna il meccanismo spiega molto. Ogni sportello che chiude, ogni reparto ospedaliero che si accorpa, ogni scuola che perde una classe rende un po’ meno conveniente restare e un po’ più conveniente partire, e la partenza a sua volta giustifica la chiusura successiva. I dati sulle filiali bancarie lo mostrano bene: nel rapporto Fiba First Cisl sul 2025, in Sardegna il 51,3 per cento dei comuni ha un solo sportello, la quota più alta d’Italia insieme al Trentino-Alto Adige, contro una media nazionale del 24,3. Sono paesi appesi a un filo: quando anche quell’ultima filiale se ne andrà, non ci sarà stata una decisione contro di loro, ma la semplice somma di convenienze che si sposta altrove.

A questo si aggiunge quella che Edward Glaeser, Jed Kolko e Albert Saiz, in un lavoro ormai classico, hanno chiamato “città come luogo di consumo”: le persone si spostano anche verso i luoghi piacevoli, non solo verso quelli dove si guadagna. Il clima, il paesaggio, la possibilità di uscire di casa e trovarsi sul lungomare sono una forma di reddito non monetario, e come ogni reddito attira chi può permetterselo, facendo salire i prezzi e spingendo fuori chi non può. La costa, in altre parole, si paga.

Ma la spiegazione economica lascia in sospeso una questione: perché il mare, e perché adesso? Lo storico Alain Corbin, in Il territorio del vuoto ha mostrato come il desiderio del mare sia, in Occidente, un’invenzione relativamente recente. Fino al Settecento la riva era un luogo di orrore, associata al Diluvio universale, al caos primordiale, all’informe e all’incerto. Solo nel corso dell’età dei Lumi il litorale cominciò a essere guardato in modo diverso: prima come terapia, con i bagni prescritti dai medici, poi come contemplazione romantica, infine come vacanza. Il mare che oggi ci sembra naturalmente desiderabile è il prodotto di una lunga rieducazione dello sguardo.

https://www.cagliaritoday.it/

Views: 30

Aggiungi ai preferiti : Permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *