IL PITTORE CHE RIDISEGNO’ L’IMMAGINARIO DELLA SARDEGNA: GIUSEPPE BIASI E IL VOLTO NUOVO DELL’ISOLA

Giuseppe Biasi

Il 20 maggio 1945 muore Giuseppe Biasi, il più grande pittore sardo del Novecento. Con lui si spegne un artista che non solo ha saputo rappresentare la Sardegna, ma ne ha ripensato profondamente l’immagine. Vicino a figure come Grazia Deledda, Sebastiano Satta e Salvator Ruju, Biasi condivideva l’idea di un riscatto sociale e culturale dell’Isola, fondato sulla valorizzazione del mondo popolare e delle sue radici profonde.

Biasi inventa un nuovo volto della Sardegna: non più terra desolata e malarica, abitata da una razza considerata “delinquente”, ma isola arcaica e affascinante, fiabesca ed esotica. Nei suoi dipinti pastori e contadine assumono una dignità quasi regale, incedono solenni, con gesti lenti e gravi. I costumi tradizionali, con il loro fasto barbarico, diventano simboli di un’identità forte e irriducibile.

Arcaico e moderno si fondono nella sua arte: la tradizione rurale si intreccia con un linguaggio figurativo colto, aggiornato alle avanguardie europee. Le sue illustrazioni e pitture si ispirano al decorativismo secessionista (Klimt, Bakst), ma anche ai regionalisti spagnoli come Zuloaga e i fratelli Zubiaurre, con influssi espressionisti ben riconoscibili.

Nato a Sassari il 23 ottobre 1885 da famiglia veronese di origini aristocratiche, Biasi inizia giovanissimo la carriera con caricature, illustrazioni e grafica editoriale per riviste come L’Avanti della Domenica, La Lettura, Il Giornalino della Domenica. Partecipa fin da subito al processo di “invenzione dell’identità” che porterà la Sardegna al centro del dibattito culturale nazionale.

La sua consacrazione arriva nel 1909 con la Biennale di Venezia, dove espone l’acquerello Processione nella Barbagia di Fonni: un’opera che incanta critica e pubblico. Da allora, percorre l’Isola alla ricerca di soggetti e ispirazioni: Osilo, Ittiri, Orani, Ovodda, Fonni, Desulo, Ollolai… i suoi appunti e disegni confluiranno nel volume Arte Sarda, pubblicato nel 1935 con l’architetto Giulio Ulisse Arata.

Anche se risiede a Sassari, Biasi frequenta i circoli intellettuali di Roma, in particolare quello dello scultore Giovanni Prini, e partecipa alle mostre dei Secessionisti a partire dal 1913. Illustra le novelle di Grazia Deledda e stringe un intenso sodalizio con Francesco Ciusa e Filippo Figari, contribuendo a proiettare la Sardegna nella modernità artistica europea.

Come Gauguin in Bretagna e in Polinesia, anche Biasi costruisce un’immagine coerente e suggestiva della sua terra: un’isola primitiva, misteriosa, carica di simboli. Ma dietro l’esotismo si cela un rigore antropologico: i riti, gli abiti, i volti diventano strumenti per raccontare una civiltà profonda, non ancora assorbita dalla modernizzazione. L’eco dei Balletti Russi si percepisce nella teatralità dei costumi; nei suoi personaggi c’è una forza arcana, quasi bizantina.

Espone a Milano fin dal 1917, alla Galleria Centrale d’Arte del Caffè Cova, coinvolgendo altri artisti sardi. Le sue personali successive, anche presso la Galleria Pesaro, confermano la stima che il mondo dell’arte nutre nei suoi confronti.

Nel biennio 1924-27 viaggia in Tripolitania ed Egitto, dove sperimenta nuove soluzioni figurative e si avvicina all’avanguardia egiziana, esponendo anche al Cairo. Nascono così i suoi dipinti “africani”, evocativi e potenti, che estendono oltre l’Isola il suo discorso poetico e pittorico.

Ama le grandi dimensioni, come dimostrano i cicli decorativi della Casa Serbelloni a Bellagio, della Villa Argentina a Viareggio, e della stazione ferroviaria di Tempio Pausania.

Negli anni Quaranta, amareggiato dall’esclusione dalle grandi rassegne ufficiali, Biasi scrive pamphlet coraggiosi contro il sistema dell’arte. Si trasferisce infine a Biella, dove si dedica a paesaggi e nature morte, segnati da un’intensa malinconia.

Muore ad Andorno Micca il 20 maggio 1945, lasciando in eredità un’immagine della Sardegna che continua a influenzare, ispirare e far riflettere.

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