IL PROFUMO DEI RICORDI: UNA SARDEGNA ANTICA FATTA DI PICCOLE COSE E GRANDE UMANITA’

Certe volte, quando torno con la memoria agli anni in cui ero bambino, non mi vengono in mente subito i volti.

Mi vengono in mente i profumi. E allora mi chiedo: ma i ricordi hanno un profumo? Credo di sì.

Il mio paese, al mattino, profumava di pane appena sfornato. Il signor Serafini lavorava tutta la notte e noi ci svegliavamo con quell’odore che entrava nelle case prima ancora della luce. Il pane finiva poi nel negozio della moglie, la signora Battistina.

Qualche volta potevamo persino personalizzarlo. Bastava portargli un po’ di ricotta e lui, con quella sapienza semplice che allora non chiamavamo arte, preparava dei panini che arrivavano nelle nostre mani ancora caldi.

Morbidi, saporiti. Profumavano di ricotta e di felicità.

Poi c’era il latte appena munto di Ciu Muntoni. Un profumo che oggi cercheresti inutilmente tra gli scaffali di un supermercato, perché certe cose, quando le chiudi dentro una bottiglia, sembrano perdere anche un pezzo della loro anima.

E come dimenticare il sapone da barba di Ciu Pusceddu? Forse non era il parrucchiere più bravo del mondo, ma per noi bambini era il Barbiere. E questo bastava. Poi arrivarono Carletto e Vittorio a dare un tocco di professionalità.

Ma c’è un odore che più di tutti racconta la mia infanzia: quello della pece nella calzoleria di mio padre. Mi è rimasto dentro.

Ancora oggi credo che, se chiudessi gli occhi e qualcuno aprisse davanti a me un vecchio barattolo di pece, per qualche secondo non avrei più l’età che ho. Tornerei bambino. E forse rivedrei mio padre al lavoro, le sue mani, gli attrezzi, le scarpe da riparare e quel mondo piccolo che allora mi sembrava immenso.

Bastava poi camminare fino al mercato e il paese cambiava ancora profumo: la frutta matura, la verdura, la carne, il pesce appena pescato.

Persino i bar avevano un odore diverso. Sapevano di caffè, di mazzi di carte consumati, di dopolavoro, di uomini che si incontravano per raccontarsi la giornata. Sapevano di una genuinità che forse non abbiamo saputo conservare. E poi c’era perfino l’odore della varechina.

Non ricordo il giorno della settimana, ma ricordo il furgoncino del signor Bratzu. Prima lo sentivi da lontano, con il megafono che annunciava il suo passaggio, poi arrivava quell’odore pungente nell’aria. La varechina non si comprava nelle bottiglie colorate di un supermercato. Si acquistava sfusa.

Sembrano dettagli insignificanti. E invece oggi capisco che erano la nostra vita.

Forse crescere significa proprio questo: passare anni a cercare cose nuove e poi, a un certo punto, accorgersi che daremmo qualsiasi cosa per ritrovare quelle vecchie.

Un pezzo di pane caldo. Il latte appena munto. Il sapone da barba. La pece sulle mani di nostro padre. Le voci del mercato. Un mazzo di carte sopra il tavolino di un bar. Perfino un furgoncino che vendeva varechina sfusa.

Il paese esiste ancora. Le strade sono quasi le stesse. Alcune case sono ancora lì. Ma quei profumi no. Sono rimasti in un luogo dove nessuno può più andare a comprarli.

Sono rimasti dentro di noi. E certe sere basta chiudere gli occhi perché tornino tutti insieme.

Allora, per un istante, senti ancora il pane caldo nell’aria, tuo padre è ancora nella sua bottega, le persone che non ci sono più riprendono il loro posto e tu sei di nuovo quel bambino che cammina per il paese senza sapere che un giorno avrebbe avuto una nostalgia così grande di tutto questo.

Perché forse i ricordi hanno davvero un profumo.

E il più doloroso è quello delle cose che, mentre le vivevamo, non sapevamo sarebbero diventate per sempre.

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2 commenti

  1. Anna Luigia Moica

    Complimenti Claudio, è un lavoro meraviglioso quello che stai facendo, ci permette di non perdere i nostri ricordi e le nostre radici e con la tua potente scrittura immergerci in una lettura piacevolissima. Racconti da pubblicare! Un forte abbraccio ❤️

  2. Sono molto interessanti e scritti benissimo!
    Da pubblicare, sì.
    Buon lavoro!

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