“UN TEMPO STRANIERO” DI LIDIA PETRULLI: UN LIBRO AMBIENTATO AGLI ANNI DEL COVID 19, PER NON DIMENTICARE

Lidia Petrulli

Esce in questi giorni il nuovo giallo di Lidia M. Petrulli Un tempo straniero, Gli Scrittori della porta accanto Edizioni. Grazie all’autrice e alla casa editrice abbiamo avuto l’onore di dargli una sbirciata in anteprima.

L’autrice, quartese d’adozione, la conosciamo per la sua ricca produzione con circa una quindicina di libri: citiamo solo gli ultimi successi, alcuni dei quali tradotti anche in francese, Attraverso il cristallo, Uno scialle sul fiume Temo, Il volo della libellula, Il collezionista di clessidre.

Tutti caratterizzati da personaggi folgoranti che vivono, crescono, cadono e si rialzano. Sono sempre personaggi veri, con le loro manie e i loro demoni, che rendono le storie ricche di risvolti emotivi.

In quest’ultimo, Un tempo straniero, ci addentriamo in una Milano fantasma, disabitata al tempo lockdown. Una ferita aperta del nostro passato prossimo, dentro una città in un periodo “marmorizzato”, dove un assassino seriale risolve le sue fobie avvelenando con il cianuro una innocente ragazza cinese e un gruppetto di adolescenti che sia affacciavano alla vita.

Conducono le indagini una ispettrice di polizia e una criminologa, che oltre tutto devono anche lavorare molto su sé stesse. Mentre chi uccide potrebbe non fermarsi mai e il percorso investigativo si complica e si morde la coda come un serpente. Allora aumenta la suspense e il thriller è servito.

Carissima Lidia, grazie per questo incontro, seppur virtuale, e il tuo concederti. Raccontaci del tuo nuovo libro: Un tempo straniero, (Gli scrittori della porta accanto Edizioni, 2026). Subito ti chiedo: perché Milano per l’ambientazione? Né la tua adorata Cagliari né la tua seconda patria d’elezione: la Francia. Lo so, non ti piace stare chiusa dentro vincoli geografici, tu che hai viaggiato in mezzo mondo, cosa ti ha affascinato di Milano, e di Milano al tempo del Covid 19? Innanzi tutto, grazie Pier Bruno per avermi proposto questa preziosa intervista, e grazie a Tottus In Pari per la disponibilità a ospitarmi e sempre con grande generosità: per me è un vero onore.Cominciando a parlare di “Un Tempo Straniero”, la scelta di Milano è stata pragmatica. Per una volta non si tratta di personali preferenze geografiche ma di necessità legate alla storia. Il romanzo aveva bisogno di un’ambientazione cupa e di una città crepuscolare, di un luogo dove il Covid si fosse sentito in maniera più importante che in Sardegna, dove siamo stati in qualche modo “più protetti”; Cagliari è una città luminosa, non avrebbe potuto giustificare certe mie scelte e certi passi del racconto. Tanto meno Quartu Sant’Elena dove vivo e che, essendo vicina al mare, ci concedeva “momenti d’aria” anche durante il lockdown.

Un Tempo Straniero lo hai scritto in viaggio in terra straniera? Oppure ti è scaturito durante una trasferta a Milano, con tutti i luoghi che fai vivere nel racconto? Oppure lo hai composto a Quartu, dove arriva il vento di mare, quello profumato di mare e di cuore, che racconta tante storie? L’idea di scrivere in viaggio è molto romantica ma difficile da realizzare, mi riesce complicato pensare a una storia mentre viaggio, al massimo butto giù qualche idea, sono troppo presa dalle cose, dalle persone e dai paesaggi che incontro. Viaggiare è di per sé una storia, un’avventura durante la quale accumulo quelle esperienze che, magari, in seguito metterò in un romanzo.Ho iniziato a scrivere Un Tempo Straniero nel gennaio 2021, a casa, a Quartu, in pieno lockdown, col desiderio di libertà e di normalità che avevamo tutti in quel periodo, normalità che stava fuori dalla finestra e dal recinto del mio giardino. Nessuna trasferta a Milano, che conosco come si conoscono tante città, che non esercita su di me un fascino particolare ma che era perfetta per la storia che si stava profilando sull’orizzonte della mia immaginazione.Era un periodo particolare che mi ha suggerito delle domande altrettanto particolari, a cui ho trovato delle risposte assai lentamente, perché alla fin fine, la gestazione di questo romanzo è durata sei anni, avendoci lavorato sino allo scorso aprile.Inoltre nel romanzo c’è un pochino di Islanda: all’epoca non l’avevo ancora visitata, l’ho fatto un anno fa, ma esercitava già su di me una grande attrazione, e così è entrata nella storia.

La Sardegna per te è terra madre di storie, anche se portano molto lontano? Può una terra, un’isola in particolare, orgogliosa di essere isola, diventare davvero ispirazione di avventure? Come sai, ho scritto delle storie ispirate dalla Sardegna e dai luoghi in cui vivo, Il Collezionista di Clessidre, per esempio, o Uno Scialle Sul Fiume Temo, ma penso che ogni luogo in cui ci sentiamo a casa, con cui sviluppiamo un senso di appartenenza possa essere fonte di ispirazione e di storie, con emozioni e sentimenti diversi a seconda di quel che comunica a chi se ne sente attirato.Amo la Sardegna, amo i suoi colori e il suo vento, i suoi odori, il suo infinito orizzonte, ma probabilmente a causa della mia storia, non ho sviluppato un legame con una terra soltanto, il mio legame è con i posti che scopro e tra i quali alcuni sono più fonte di ispirazione di altri: temo che sia la malattia dei viaggiatori.

Abbiamo detto Milano al tempo del Covid 19: un salto nella nostalgia di un tempo da dimenticare, quasi un ossimoro. Nel tuo Un tempo straniero ricostruisci minuziosamente il lockdown, riuscendo a farci rivivere le emozioni, le paure e i demoni di quel periodo. Nel tuo racconto ritroviamo quello smarrimento, spesso attonito, ripercorrendo il clima di allora. Non tranci giudizi con la conoscenza di oggi, ma descrivi quel tempo al presente, con le giornate normali dei protagonisti, in un mondo che di normale non aveva più niente. Vediamo il lavoro degli investigatori, ma anche quello degli assassini, in un tempo fermo, congelato nel buio. Come è stato scavare nel dolore dei ricordi? Bergamo, Milano e la Lombardia sono stati il centro di una fase fondamentale della nostra storia recente, il Covid 19 si è portato via una generazione e ci ha messo davanti alla constatazione di quanto siamo precari, cominciando proprio da quell’area geografica.Pur avendo sofferto come tutti della mancanza di libertà, non riesco a considerare il Covid e il lockdown come un tempo da dimenticare, l’ho vissuto come un’opportunità per capire e per crescere, perché poteva essere l’occasione per prendere coscienza di tante cose e iniziare un cambiamento, anche se così purtroppo non è stato. Il Covid ci ha messo di fronte alla nostra relatività, a una precarietà che avevamo dimenticato, a valori che ormai davamo per scontato, peccato aver perso quell’insegnamento, se così non fosse stato, oggi forse non avremmo le tragedie che ci circondano… Lo so, sono un’inguaribile romantica ottimista…Nel romanzo ho cercato di ricostruire l’atmosfera di quel periodo, la cappa di marmo che pesava sulla città, le paure, le limitazioni, le atmosfere, complici i parenti che ci vivono e che mi raccontavano la tragedia che stavano vivendo, ed è in questo contesto che mi sono posta le domande da cui è scaturita la storia: se in quel periodo si fossero presentati degli omicidi seriali, come potevano essere legati al Covid e al lockdown? Quali caratteristiche doveva avere il killer e da quale motivazione poteva essere mosso? Come potevano essere realizzati gli omicidi? Dove? Chi avrebbero potuto essere le vittime e perché? Come si sarebbe svolta l’investigazione?Poiché tutto doveva rientrare nella logica e nelle regole del periodo, le caratteristiche di base del thriller dovevano per forza essere diverse, in quanto si dovevano rispettare le regole di sicurezza. Ho cercato di dare una risposta a tutto questo, avvalendomi anche del mio essere psichiatra.

E veniamo alle due protagoniste: una criminologa esperta di profili psicologici e un’ispettrice di polizia, rispettivamente Nora e Alice. Loro scalano tutti i gradini della reciproca conoscenza: diffidenza, studio, confidenza, amicizia. Tu che oltre che scrittrice sei psichiatra e psicoterapeuta, come vedi l’amicizia fra due donne? Ti sembra un processo più intimo e lento? Ho cercato di dare alle mie protagoniste delle caratteristiche che si discostassero da quelle che di solito vengono attribuite ai ruoli femminili, non volevo restare nella zona di confort né cadere nei luoghi comuni. Per rispondere alla tua domanda, sì, per me l’amicizia fra donne è possibile, è intima, coinvolgente e si costruisce a poco a poco… ed è figlia della storia personale di ciascuno. Le rivalità ammazzano e sono un retaggio di modelli che non accetto. Spero di averli superati nel libro e che siano di ispirazione.Comunque, ogni vera amicizia si costruisce lentamente e quando la si raggiunge è un valore assoluto.

La forza di due donne insieme potrà salvare il mondo? Bè, forse ci vorrà qualcosa in più, per salvare il mondo, ma sarebbe comunque un buon inizio: la forza delle donne è grande e di una qualità tutta sua, ma dovremmo essere in tante a crederci.

Nella scheda del libro si legge Un tempo straniero è un thriller psicologico e malinconico… No, ma perché malinconico? Da lettore, trovo che Nora e Alice emettano luce, che siano belle, consolatorie, un esempio! Hanno di certo i loro demoni da affrontare, con riluttanza e fatica, ma sbocciano nella normalità di persone normali, come una cugina o una vicina, che vivono il loro arco di trasformazione come una fantastica prova che prima o poi dobbiamo affrontare. Sono formative! Qui ci vorrebbe uno smile… La definizione di malinconico l’ha data la mia preziosa editrice Stefania Bergo, e quando l’ho letta mi sono stupita perché non avrei mai pensato a un aggettivo simile per il romanzo, così ci siamo confrontate… Bene, le ho dato ragione, perché pur non conoscendomi, ha percepito la mia ironica malinconia di fondo che ho trasmesso alle pagine del libro. Non che i personaggi siano malinconici o che non trasmettano positività o forza, tutt’altro, è una malinconia diversa, una corrente nei fondali, un respiro lontano, uno sguardo socchiuso…

Ho sempre apprezzato la tua scrittura: elegante, densa, soddisfacente di emozioni. E una scrittura così, nel giallo, è insolita. Spesso (ad esempio nei grandi autori americani) è più un linguaggio di servizio, finalizzato al racconto delle vicende. Tu invece hai saputo dare un ritmo avvincente, serrato eppure avvolgente. Un connubio di colori che riflettono di giallo tutto l’iride di sensazioni. Le frasi ti girano intorno, le parole ti vengono a cercare dal tuo profondo, e hanno la bellezza di sorprenderti sempre. Per scrivere un giallo non hai accettato compromessi? Innanzitutto grazie per questa dimostrazione di stima e di affetto, sei sempre molto generoso. Per me la scrittura deve essere curata, deve profumare, creare un’atmosfera, sottolineare i particolari, indipendentemente dal genere letterario: mi piace la scrittura curata, ritengo che qualunque libro sia più bello se ben scritto, e per ben scritto sottintendo la ricerca nello stile. Sono fan del “bello scrivere e delle metafore” e qui ci vorrebbe un altro smile indirizzato a chi leggerà questa storia.Un giallo, un noir, un thriller, sono più avvincenti se arricchiti da una ricerca stilistica, il che non vuol dire orpelli e gingilli. Faccio un esempio, ammetto di essermi innamorata dello stile a tratti poetico di Mirko Zilahy, thrillerista italiano con una scrittura favolosa.

I tuoi personaggi sono lineari nella loro complessità. La loro dimensione umana concede alla realtà quanto alla fantasia. Li incontri per strada e poi li vesti di tuo? In questo specifico romanzo, alcuni li ho incontrati e vestiti di mio, altri sono inventati di sana pianta, in ciascuno mettendo quella singolarità che esiste in ogni persona e che in un romanzo viene amplificata. Ciascuno dei personaggi che si incontrano lungo la storia risponde a una esigenza della storia stessa, ma anche all’esigenza di creare modelli alternativi… vedi Marina… altro smile. Comunque il mio lavoro, con le tante persone incontrate e conosciute nel profondo della loro umanità, mi ha sicuramente facilitata nella costruzione di personaggi che restino impressi.

Porterai Un tempo straniero in giro per presentarlo? Credi ancora nelle presentazioni frontali davanti al pubblico? Amo l’incontro con i lettori, amo dare me stessa, mi piace trasformare una presentazione in un rapporto informale e di scambio tra persone che vogliono conoscersi. Mi piace che ognuno dica la sua, che si rida e si ironizzi, mi piace la partecipazione. È così che arricchiamo noi stessi. Per cui sì, porterò in giro Un tempo straniero, in modo diverso da prima, con delle aspettative diverse e, forse, anche con una Lidia diversa, del resto il tempo passa e ci cambia. Sarà una nuova piccola grande avventura, sempre fedele a quel che credo sia il ruolo di chi scrive e di quel che scrive.E questa nuova avventura inizia proprio con questa piacevole intervista di cui ringrazio e Tottus In Pari, come ringrazio coloro che la leggeranno e che invito allo scambio, alla bellezza della curiosità e del confronto per scoprire altri mondi.Parola di viaggiatrice.

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3 commenti

  1. Lidia Petrulli

    Grazie grazie grazie… Devo ancora riflettere su come ci si sente quando arriva una cosa tanto attesa😍

  2. Alessandra Sorcinelli

    grande

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