
Alessandro Verardi
di ROBERTO MARONGIU
Da Terralba a Parigi, passando per le vigne della Valtellina e le grandi cantine italiane. Oggi Alessandro Verardi vive a Le Pecq, alle porte della capitale francese, dove da oltre dieci anni guida una propria società specializzata nella promozione e commercializzazione di vini italiani e francesi. Un percorso costruito con passione, sacrificio e una forte identità sarda che continua a rappresentare nel mondo.
Alessandro, qual è il primo ricordo che associ a un bicchiere di vino? «Il primo bicchiere non sapreidirlo con precisione, ma quello chemi ha cambiato la vita sì. È stato inValtellina. Lì ho vissuto un’esperienzache mi ha fatto capire che dietroogni bottiglia c’è molto più di unprodotto: ci sono persone, storie, sacrifici,territori.
In quel momento ho capito che volevo fare una cosa semplice e bellissima: raccontare il lavoro di chi coltiva la vite e trasmetterne la passione a chi il vino lo beve e lo apprezza a tavola. È stata la scintilla che ha trasformato una curiosità in una professione.»
Le tue radici sono a Terralba. Quanto hanno inciso nella persona e nel professionista che sei diventato? «Moltissimo. La Terralba dellamia adolescenza era un luogo fatto di amicizie, convivialitàe libertà. Ricordo ancora quanto fosse difficile,alla fine di ogni estate, ripartire e lasciare la famiglia, gliamici, il mare e le abitudini.Ho avuto la fortuna di crescere a contatto con la terra.Ho lavorato in campagna, partecipato alle vendemmie efatto il vino in casa. Da ragazzo non sempre lo vivevocome qualcosa di speciale; oggi mi rendo conto che quelleesperienze rappresentano una parte fondamentale delmio bagaglio umano e professionale.Devo tutto a mio padre, ai miei nonni e ai miei zii.Mi hanno insegnato che il vino non è soltanto un piacere:è il risultato della fatica, della pazienza e del rispettoper la terra. Ogni bottiglia racconta il lavoro di chi l’haprodotta.»
Quando hai capito che il vino sarebbe diventato il tuo mestiere? «La vera opportunità arrivò grazie al proprietariodell’azienda che forniva i vini al ristorante dove lavoravo.Si accorse dell’entusiasmo con cui raccontavo e proponevole sue etichette ai clienti.Un giorno mi chiamò e mi disse: “Perché non vieni alavorare con noi?”.Era una persona di altri tempi, un uomo che mi ha insegnatonon soltanto il mestiere ma anche un modo distare al mondo. È stato uno dei miei più grandi maestri.»
Lasciare la Sardegna e costruire la propria vita professionale in Francia non deve essere stato semplice. Qual è stata la difficoltà più grande? «Paradossalmente non sono statela lingua o la cultura francese. Lavera sfida è stata trovare il coraggiodi lanciarmi e credere nel mio progetto.Aprire un’azienda significa assumersiresponsabilità e accettare il rischio.In questo devo ringraziare lamia compagna, che ha sempre credutoin me e mi ha sostenuto in ogniscelta.Per il resto, Parigi è una cittàstraordinaria. Qui esiste una culturadel vino molto sviluppata e una fortecuriosità verso nuovi territori e nuoveproduzioni. I clienti vogliono conoscere,capire e scoprire. Questo rende il lavoro estremamentestimolante.»
Hai mai ricevuto un “no” che ti ha fatto male? «Tantissimi. E sono stati tutti utili.Quando si è giovani capita spesso di non essere consideraticredibili. Mi è successo molte volte. Ricordo inparticolare una famosa azienda piemontese che accolsecon scetticismo il mio progetto imprenditoriale.Non mi presero molto sul serio.Quest’anno celebriamo il decimo anno di collaborazione.È la dimostrazione che la costanza, la professionalitàe il tempo possono cambiare ogni percezione.Come si dice in Francia: C’est la vie»
Oggi racconti la Sardegna ai ristoranti e agli appassionati francesi. Che immagine hanno dei nostri vini? «La Sardegna esercita sempre un grande fascino.Quando un sardo racconta la propria terra all’estero riescequasi sempre a trasmettere emozione e curiosità.Molti pensano ancora che i vini del Sud Italia siano esclusivamentepotenti, molto alcolici e strutturati. Poi arrivanogli assaggi e tutto cambia.Scoprono territori unici, vitigni identitari,vini eleganti e produttori capaci di trasferirenei calici i profumi del Mediterraneo e la bellezzadei nostri paesaggi.La soddisfazione più grande è vedere iclienti innamorarsi di queste storie.»
Quanto conta essere sardo in un mercato competitivo come quello francese? «Conta più di quanto si possa immaginare.La Sardità è fatta di determinazione, culturadel lavoro, rispetto, educazione e autenticità.Sono valori che vengono riconosciuti eapprezzati.Poi c’è la passione. Noi sardi mettiamo ilcuore in quello che facciamo. Cerchiamo sempredi fare bene le cose.E infine c’è la capacità di adattamento. In una cittàcome Parigi bisogna sapersi reinventare continuamentee trovare soluzioni. È una qualità che mi ha aiutato moltissimo»
Qual è la soddisfazione professionale più grande? «Vendere una bottiglia è importante, ma non è la cosa
che mi emoziona di più. La vera soddisfazione arriva quando un cliente vuole sapere da dove viene quel vino, chi lo produce, quale storia racconta. A quel punto si parla di territori, di persone, di tradizioni. Spesso si finisce persino per organizzare un viaggio o una visita in cantina. Quando il vino diventa un ponte tra culture, persone
e luoghi, allora il lavoro assume un significato speciale.»
I vini della Sardegna hanno ancora margini di crescita all’estero? «Assolutamente sì.Credo però che oggi non basti più vendere un vino.Bisogna offrire un’esperienza.L’enoturismo rappresenta una straordinariaopportunità. Le cantine devono diventareluoghi di accoglienza, incontro e racconto.La Sardegna possiede paesaggi straordinari,prodotti autentici e una cultura dell’ospitalitànaturale. Ha tutte le carte in regolaper crescere ulteriormente.Per riuscirci serve fare rete, collaborare elavorare insieme. Il futuro passa dalla capacitàdi creare esperienze memorabili attornoal vino.»
Un messaggio ai giovani sardi che sognano di lavorare nel mondo del vino? «Prima di tutto bisogna studiare e formarsi.Il vino è cultura, agronomia, enologia,marketing, commercio, turismo. È un mondo complessoe affascinante.Consiglio a tutti di fare esperienze all’estero. Aiutanoad aprire la mente e a comprendere meglio il valore delleproprie radici.Ma soprattutto bisogna innamorarsi del territorio chesi vuole rappresentare. Perché chi lavora nel vino diventaprima di tutto ambasciatore di un luogo, di una comunità,di una cultura e di uno stile di vita.Se c’è questa passione autentica, allora raccontareedifendere un vino nel mondo diventa molto più naturale. E non bisogna mai smettere di imparare. In questosettore si resta studenti per tutta la vita.»
#TERRALBA IERI E OGGI (rivista)
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