
in primo piano Sara Nicole Cancedda, Presidente di “Sardi Emigrati Uniti”
di MARCO SECHI
La condizione dell’emigrato sardo sembra essere sempre la stessa, a giudicare dai racconti e dagli studi presentati domenica 9 agosto durante la “Festa dell’Emigrato” a Gesico. Sono intervenuti il sindaco di Gesico, Terenzio Schirru, la consigliera regionale Paola Casula, la presidente nazionale di SEU (Sardi Emigrati Uniti), Sara Nicole Cancedda, e il presidente regionale delle ACLI, Mauro Carta. Quest’ultimo ha presentato una relazione sulla situazione dell’emigrazione in Sardegna, con un focus particolare sulla subregione storica della Trexenta, nella quale è situato il paese di Gesico.
Dalla relazione emerge una situazione generale di impoverimento demografico del territorio che, oltre a subire la generale tendenza alla denatalità, registra un saldo negativo per quanto riguarda l’emigrazione. Questo dato caratterizza la maggior parte dei comuni sardi, fatta eccezione per la Gallura, che mantiene un saldo demografico positivo, così come la città metropolitana di Cagliari e qualche altro comune minore.
Un altro dato interessante emerso dalla relazione riguarda lo scarso apporto demografico, in termini di nascite, delle famiglie di origine extracomunitaria insediatesi in Sardegna. Non solo: è ormai consistente anche l’emigrazione di coloro che, inizialmente, avevano scelto di abbandonare il proprio Paese d’origine — per la maggior parte Marocco, Senegal e Cina — per stabilirsi in Sardegna. In moltissimi, infatti, scelgono oggi di lasciare l’Isola e trasferirsi in altre regioni italiane o all’estero.
Preoccupante è anche l’emigrazione per motivi di studio e di lavoro, che colpisce in maniera particolarmente significativa le giovani generazioni. Secondo i dati presentati durante l’incontro, nell’ultimo decennio quasi 8.000 sardi hanno deciso di trasferirsi fuori dalla Sardegna: un numero paragonabile alla scomparsa di un paese di medie dimensioni.
In totale, i sardi iscritti all’AIRE sono circa 130 mila: se considerassimo le città della Sardegna, la “città degli emigrati sardi” fuori dall’Italia sarebbe la seconda dell’Isola per numero di abitanti.
Cagliari arriva infatti a quasi 150 mila abitanti, mentre Sassari si ferma a circa 120 mila. Senza contare, inoltre, coloro che risiedono all’estero ma non risultano iscritti all’AIRE, il cui numero potrebbe accrescere ulteriormente il dato complessivo.

La situazione della Trexenta non è da meno: secondo i dati presentati durante l’incontro, solo Guasila e Senorbì registrano un saldo demografico positivo, probabilmente dovuto alle migrazioni interne provenienti dai paesi minori. Unica nota positiva è rappresentata dalle comunità straniere residenti in Sardegna, come quelle tedesca e polacca. La comunità tedesca è una delle più numerose tra quelle europee: molti cittadini tedeschi hanno scelto l’Isola per acquistare un’abitazione e trasferirvisi.
Dagli anni Novanta a oggi, la popolazione della Sardegna ha subito una consistente diminuzione. Le cause principali, come emerge dalla relazione, sono la denatalità e l’emigrazione.
Per quanto riguarda la denatalità, una soluzione proposta dal presidente regionale delle ACLI, Mauro Carta, potrebbe essere quella di incrementare le possibilità di rientro degli emigrati, magari attraverso regimi fiscali agevolati e incentivi per l’acquisto e la ristrutturazione di un immobile in Sardegna.
Il problema della denatalità è infatti difficilmente risolvibile: gli incentivi previsti per i primi anni di vita dei figli non affrontano la questione alla radice, poiché le famiglie devono far fronte non solo alle spese, ma soprattutto alla carenza di servizi essenziali nelle aree periferiche, come ospedali, scuole e uffici. Puntare sul rientro degli emigrati sardi, attraverso agevolazioni fiscali,
intercetterebbe, ad esempio, la fascia dei pensionati che probabilmente non dispone di grandi risorse economiche, ma desidererebbe vivere gli ultimi anni della propria vita nella terra d’origine. Anche i dati confermano che molti hanno già compiuto questa scelta.
Certo, questo potrebbe rappresentare un primo tentativo di affrontare il problema nel breve periodo, ma non sarebbe sufficiente a risolvere il problema. Come dicevamo in precedenza, alla base dell’emigrazione vi sono soprattutto fattori economici e sociali.
La presidente di SEU, Sara Nicole Cancedda, conferma da una parte la mancanza di opportunità lavorative per i giovani sardi e, dall’altra, l’assenza di una struttura sociale capace di creare una rete di relazioni, soprattutto nei piccoli paesi periferici, come Gesico e gli altri centri minori della Trexenta. La stessa situazione, seppure con diverse sfumature, si presenta nella maggior parte della Sardegna. Anche i paesi costieri, infatti, che in passato riuscivano a resistere allo spopolamento grazie all’immigrazione proveniente dall’interno dell’Isola, registrano oggi un saldo demografico negativo. Del resto, come afferma la presidente Cancedda, lo scopo di SEU è proprio quello di dare risposte alle esigenze dell’emigrazione contemporanea. Tant’è che SEU oggi riunisce 26 circoli sardi in Italia: quando parliamo di emigrazione sarda pensiamo spesso alla grande emigrazione del passato, ma in realtà l’emigrazione è ancora un fenomeno attuale e riguarda soprattutto le nuove generazioni. Il ruolo dei circoli oggi non è soltanto quello di presidiare i luoghi della memoria e conservare le tradizioni, ma anche quello di costruire delle comunità capaci di intercettare i nuovi emigrati, creare relazioni e rispondere alle esigenze di chi lascia la Sardegna oggi. In conclusione, chiosa la presidente, l’emigrazione è una realtà contemporanea che richiede nuove forme di partecipazione e comunità e una nuova azione da parte della rete dell’emigrazione organizzata, oltre che una storia del passato.

Occorrerebbe perciò, affrontare lo spopolamento attraverso una progettualità di lungo periodo, istituendo commissioni tecniche che consentano di adottare un approccio scientifico e sistemico al problema.
La consigliera regionale Paola Casula ha sottolineato come una possibile soluzione potrebbe essere il potenziamento dell’offerta universitaria. Gli studi universitari rappresentano infatti una delle voci che incidono maggiormente sul bilancio delle famiglie. Nella situazione economica della popolazione sarda, che dispone spesso di risorse limitate, l’istruzione universitaria dei figli può diventare un lusso che non tutti possono permettersi.
Quand’anche una famiglia riuscisse a garantire ai propri figli gli studi universitari, molto spesso l’offerta dei due principali poli universitari, Sassari e Cagliari, non intercetta pienamente le esigenze degli studenti, che per specializzarsi sono costretti a completare il proprio percorso nella Penisola o all’estero. L’università sarda è infatti spesso scollegata dal tessuto sociale ed economico dell’Isola e non consente di valorizzare adeguatamente le risorse intellettuali all’interno di fragili settori dell’economia sarda. Così, molto spesso, studiare nelle città dell’Isola può soltanto rimandare il momento della partenza e della ricerca di fortuna altrove.
La partenza dei giovani sardi contribuisce, inoltre, ad aggravare il problema della denatalità, poiché proprio le giovani generazioni finiscono per costruire il proprio futuro e la propria famiglia altrove.
Una delle proposte della consigliera regionale consiste nello stanziare risorse per rendere gratuiti gli studi universitari, tenendo però conto degli ulteriori sforzi necessari per consentire agli studenti di rimanere in Sardegna anche dopo aver completato il proprio percorso di studi.
Per quanto riguarda le politiche per la famiglia, si conviene con gli altri partecipanti che non bastano i finanziamenti legati alla nascita dei figli e limitati ai primi anni di vita. Il problema principale è consentire alle famiglie di prendersi cura dei propri figli, riducendo l’impegno richiesto soprattutto alle giovani madri, spesso costrette, per ragioni culturali ed economiche, a farsene carico in misura maggiore.
Il potenziamento delle scuole e dell’istruzione, degli asili nido e delle scuole dell’infanzia, così come l’introduzione del tempo pieno, alleggerirebbero l’impegno delle famiglie, garantendo maggiore autonomia ai genitori e, di conseguenza, anche maggiori possibilità economiche.
Puntare sulle università, sull’istruzione e sui servizi accessibili anche nelle zone periferiche non significherebbe soltanto garantire un futuro alle giovani generazioni sarde, ma anche attrarre capitale umano da parte di chi volesse trasferirsi nell’Isola per ciò che la Sardegna già offre: un clima e un paesaggio invidiabile, prodotti agricoli di qualità e una realtà ancora profondamente legata a tradizioni millenarie.
Pensiamo, ad esempio, al fenomeno del lavoro da remoto, che consente di lavorare anche in località lontane dalla sede della propria azienda. L’arrivo di nuovi cittadini nei paesi sardi non solo contribuirebbe a contrastare lo spopolamento, ma potrebbe favorire la ricostruzione di una rete di legami sociali e contribuire ad arginare il forte disagio che oggi condiziona le piccole comunità locali.
Le idee ci sono: occorre ora la volontà di metterle in pratica.
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Questi post sono fantastici, condizioni di spopolamento e poi se un immigrato Sardo come me chiede un supporto per rientrare essendo in una posizione condizione molto grave gli si fanno promesse che si riducono a zero, questo è la presidente di questa associazione,sia chiaro non è che i circoli o le istituzioni battano il colpo,questo alla fine sono i Sardi miei corregionali o chi per loro in posizioni che dovrebbero essere d esempio a essere solo i personaggi di una foto,non me lo so ancora spiegare.
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Brava Sara!!!
Grazie Marco Sechi per il riassunto esaustivo della giornata dedicata alla ricerca sullo spopolamento. Complimenti a Mauro Carta per il lavoro svolto in modo approfondito. Ottimo l’intervento di Sara Nicole Cancedda.
Grazie Carlo Carta per l’invito alla Seu.