UNA RICERCA LUNGA UN VIAGGIO (PASTORI MIGRANTI – IL PROGETTO DEL CIRCOLO ‘P. MEREU’ DI SIENA)

La vicenda dell’emigrazione pastorale sarda è spesso sintetizzata dall’immagine della “transumanza”, sia come concreta esperienza di mobilità che, per secoli, ha regolato stagionalmente le dinamiche pastorali, sia come rappresentazione culturale di una realtà dinamica, costantemente capace di adattarsi attivamente al mutare dei contesti di riferimento.

Per secoli, in una società agricola sostanzialmente statica, vincolata alla terra, il pastore, al pari del mercante, è stato l’elemento che, proprio grazie alla propria esperienza e alle proprie narrazioni di viaggio, connetteva territori distanti sia spazialmente sia culturalmente. Se la transumanza è stata in Sardegna relativamente a corto raggio, dalla Barbagia alle pianure del Campidano, in Toscana, per secoli ha dato vita a un movimento epico di gruppi organizzati che, dall’arco appenninico, si trasferivano stagionalmente in autunno in Maremma per poi tornare in montagna in primavera.

I progetti del programma comunitario Interreg “Cambio Via” hanno giustamente ripreso questo tema, non solo per riproporre antichi tracciati che connettevano territori e culture lontane, ma anche come percorso di promozione della sostenibilità e dell’economia, per difendere la biodiversità, valorizzare le filiere e i prodotti tipici e promuovere itinerari di escursionismo, enogastronomia e turismo sostenibile.

Come hanno sottolineato Benedetto Meloni e Pierluigi Solinas al seminario di presentazione degli atti del convegno “Pastori migranti”, la transumanza tra le rive del Mar Tirreno è stata possibile grazie alle capacità di adattamento e sacrificio, unite alla capacità di rischiare e di mettersi in gioco, ma anche sfruttando punti di riferimento sul territorio, capitalizzando pregresse relazioni e occupando gli spazi intersezionali venuti a crearsi per l’abbandono dei poderi per la fine della mezzadria: tutte qualità specificatamente legate all’esperienza della transumanza.

Diversamente dagli altri emigranti che si trasferivano alla ricerca di nuove opportunità lavorative, i pastori hanno portato con sé il proprio lavoro tradizionale, trasferendolo in contesti assai più favorevoli rispetto a quelli di partenza. Non si è però trattato di un semplice trasferimento, ma l’inizio di un percorso di costante evoluzione della propria esperienza, a cominciare dall’insediamento nei poderi sparsi nelle campagne, cioè rinunciando, rispetto alla Sardegna, al sostegno delle reti di relazioni dei paesi, ma riunendo la famiglia e riconnettendo azienda e abitazione. I pastori si sono sedentarizzati, trasformandosi in agricoltori per coltivare i pascoli e affrontando importanti evoluzioni tecnologiche nell’allevamento e nella produzione casearia, fino a diventare imprenditori agropastorali.

Particolarmente significativa è la crescita del contributo della componente femminile, che, sacrificata nell’abbandono della residenzialità nei paesi, si è progressivamente inserita nel ciclo produttivo, superando la rigida separazione dei compiti tra i generi, in particolare nella lavorazione casearia, nella qualificazione e nella commercializzazione dei prodotti, diventando protagonista nella diversificazione aziendale agrituristica, enogastronomica e dei prodotti tipici.

Nel seminario è stato ricordato che l’identità si è trasformata, non nel senso di un miscuglio indistinto, ma nell’addizione di esperienze.

Il contesto toscano si è dimostrato favorevole all’insediamento, sia per la messa a disposizione di terreni, anche se in stato di abbandono, sia per l’intelligente disponibilità di credito e per la fiducia che i prestiti, rapidamente concessi per l’acquisto, sarebbero stati restituiti, anche grazie alle mediazioni di personalità che si erano fatti garanti, come l’indimenticabile Luigi Berlinguer o il sacerdote Oscar Guasconi.

La stretta collaborazione tra esponenti dei circoli sardi e amministratori toscani ha avuto il grande merito di ricucire le relazioni tra le comunità, superando la grave crisi scaturita dall’emergere del fenomeno criminale dei sequestri di persona.

Particolarmente attivo nel supporto all’integrazione e alla valorizzazione dell’esperienza pastorale è sempre stato il Circolo Peppino Mereu, capitanato dal mitico presidente Pietro Siotto, che, in modo emblematico, scelse come stemma del Circolo l’unione dei quattro mori e della balzana senese.

Il Circolo è stato anche il promotore di tutte le ricerche a cominciare da quella del team coordinato negli anni ’80 da Pierluigi Solinas, proseguito nelle successive ricerche di Benedetto Meloni e Sandra Becucci e più recentemente con i progetti AGISCI e ESCI e l’apertura dello Spazio della narrazione dell’emigrazione sarda nella tenuta di Suvignano che non è solo un percorso multimediale che, colmando una lacuna, riconosce e ricorda il contributo dell’emigrazione pastorale e non solo, ma che costituisce anche uno spazio di promozione della legalità, di inclusione e di incontro idoneo a ospitare iniziative di riflessione sul futuro dell’esperienza pastorale e condivisione di esperienze tra Toscana e Sardegna.

Cogliendo la disponibilità, anzi dall’entusiasmo, manifestato dagli autorevoli studiosi e testimoni convenuti  e presenti in occasione della presentazione degli Atti, si tratta ora di ripartire  nel percorso di ricerca, rimasto a lungo sospeso anche se mai interrotto, perché sono davvero rilevanti i temi che richiedono di essere documentati e approfonditi per traguardare il futuro dell’esperienza, soggetta addirittura al rischio di esaurimento per le difficoltà di ricambio generazionale legate al calo della natalità e alla sostenibilità dell’ esperienza agropastorale agli standard giustamente pretesi dalle nuove generazioni.

La fiducia nel futuro è affidata, come già rilevato, alla capacità di adattamento costante al mutare del contesto e alla disponibilità alla diversificazione produttiva. Oltre a salvaguardare la memoria dell’esperienza migratoria dal rischio di dispersione, anche recuperando e valorizzando pienamente le ricerche passate, occorre documentare la strada percorsa in questi decenni, ascoltando -come avvenuto in passato- i diretti protagonisti, che lamentano di non sentirsi adeguatamente sostenuti e riconosciuti nel loro lavoro, spesso gravato da complessi adempimenti e martoriato dalle predazioni.

Nel seminario sono state sottolineate le prospettive di diversificazione e riqualificazione produttiva in senso multifunzionale delle aziende, ma non vanno sottaciuti i rischi di “involuzione” dell’esperienza, legati alla continua riduzione delle aziende, all’abbandono del pascolo, alla sostituzione della razza sarda e alla perdita di rilevanza dell’allevamento rispetto ad altri prodotti, nel quadro di una campagna sempre più gentrificata. Se la vicenda dell’emigrazione pastorale sarda è quella di un lungo viaggio, ben rappresentato dalla transumanza, analogamente, la ricerca che sta per riprendere e che il Circolo Mereu sta promuovendo con l’Università, grazie al contributo delle Regioni Sardegna e Toscana, dovrà essere “lunga un viaggio”: non progetti contingenti, ma un impegno costante nel tempo, capace di accompagnare i protagonisti e contribuire al futuro dell’esperienza migratoria.

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