
di MARCO PITZALIS
Al termine del vivace seminario tenutosi nell’aula n. 356 del Dipartimento di Scienze Sociali, Politiche e Cognitive dell’Università di Siena, mi si avvicina Stefano, un uomo massiccio, dalle braccia possenti e dallo sguardo franco e gentile. Il seminario è appena finito e siamo rimasti in pochi in aula. Stefano è figlio di un pastore e, a sua volta, è pastore nelle campagne di Perugia. Come se potesse disturbare, mi chiede il permesso di fare ancora una domanda: «Secondo te, il pastoralismo esiste ancora? Quando mio padre ha acquistato il podere, è rimasto pastore o è diventato qualcos’altro?».
Il seminario si conclude per me con una domanda che riapre la nostra riflessione su una questione fondamentale: quanto i cambiamenti strutturali, in particolare il rapporto con la proprietà, abbiano cambiato “un mondo”, trasformandone profondamente le definizioni, ma anche le disposizioni, gli habitus di chi l’ha vissuto e lo vive.
Il mio intervento si era dipanato seguendo un filo rosso, quello della riflessività collettiva. E la domanda di Stefano, così come il dialogo con Graziano Cheri, non sono altro che un ulteriore sviluppo. Nel mio intervento ho voluto condividere una riflessione sul tema della riflessività, intesa come circolazione delle interpretazioni fra soggetti studiati, ricercatori, associazioni, istituzioni e, infine, gli stessi spazi pubblici in cui tali interpretazioni vengono discusse.
Da questo punto di vista, il volume di cui siamo stati chiamati a discutere è stato particolarmente interessante. Pastori migranti nasceva, esso stesso, da un convegno promosso dal Circolo Peppino Mereu, in concomitanza con l’inaugurazione dello “Spazio della narrazione” dedicato all’emigrazione pastorale sarda in Centro Italia. Quindi, non un insieme di studiosi che osservano dall’esterno un fenomeno sociale, ma una lunga storia di rapporti fra ricerca, associazionismo, memoria degli emigrati, autorappresentazioni e istituzioni.
Durante il seminario, Pier Giorgio Solinas ha evocato la genesi storica del Circolo dei Sardi e il senso di un progetto sociale, culturale e politico in cui si convergevano gli sforzi di alcune figure centrali, tra cui Pietro Siotto, pastore e attivista culturale e politico, il professor Luigi Berlinguer e lo stesso professor Solinas. Pastori e professori: uno strano, ma interessante e fecondo, connubio.
Nel libro di cui abbiamo discusso, uno dei temi centrali è il modo in cui i sardi hanno “occupato” un territorio che si svuotava, trasformandolo, pur permettendo al paesaggio di conservarsi. Allo stesso tempo, l’emigrazione cambiava i pastori e le loro famiglie, costruendo nuove identità in continua trasformazione. Non solo attraverso il lavoro, ma anche attraverso l’acquisizione di una consapevolezza intellettuale, culturale e psicologica della propria trasformazione e del proprio ruolo in essa e, al contempo, della conservazione del territorio e del suo paesaggio. A questo proposito, ho citato un altro caso di connubio tra pastori e professori, riferendomi alle ricerche che ho condotto con Filippo Zerilli dal 2010 sul Movimento dei pastori sardi. Un nostro articolo, pubblicato in un volume dedicato a Giulio Angioni, porta il titolo “giardiniere inconsapevole”, riferito ai pastori.
Questo concetto l’ho sentito per la prima volta dalla bocca di Felice Floris, leader del Movimento dei pastori sardi. Con questo concetto, il pastore viene rappresentato come colui che, magari senza tematizzarlo nei termini del linguaggio ambientalista, presidia e conserva il paesaggio rurale. L’inconsapevolezza non deve essere intesa nel senso di un pastore che non sa ciò che fa e che avrebbe quindi bisogno dello studioso per comprenderlo. Il pastore possiede, ovviamente, un sapere pratico estremamente sofisticato sul terreno, sugli animali, sui pascoli, sulle acque e sulle stagioni. L’inconsapevolezza riguarda piuttosto il passaggio dal sapere incorporato nel lavoro alla tematizzazione pubblica del valore sociale ed ecologico di tale lavoro.
Il pastore può sapere perfettamente come si governa un territorio senza necessariamente descriversi come produttore di biodiversità, custode del paesaggio o fornitore di servizi ecosistemici. Quello che mi interessa è come quella categoria abbia iniziato a circolare. La formula nasce, o comunque circola, nel mondo pastorale e nel Movimento dei pastori. Viene poi assunta dagli studiosi, trasformata in categoria analitica, inserita nelle pubblicazioni, messa in relazione con altri discorsi. E può quindi ritornare ai pastori con una nuova forza, con una maggiore capacità di essere esplicitata e utilizzata. Non si tratta, dunque, di un trasferimento lineare del sapere dallo studioso al pastore, ma di un circuito: pratica – autorappresentazione – elaborazione scientifica – ritorno – nuova autorappresentazione.
Proprio questo circuito, secondo me, costituisce una forma particolarmente interessante di riflessività. Il mondo pastorale è progressivamente diventato oggetto dell’intervento di una molteplicità di esperti: agronomi, veterinari, tecnici, amministratori. Ma attraverso il Movimento dei pastori, l’oggetto dei saperi esperti può tornare a essere un soggetto capace di definire sé stesso e il proprio mondo. La riflessività non è soltanto una proprietà dell’antropologo o del sociologo. È anche la capacità degli attori di appropriarsi delle categorie con cui vengono descritti, di rifiutarle, di modificarle o di utilizzarle in modo strategico.
Se spostiamo questa prospettiva sul volume Pastori migranti, la questione del paesaggio si rivela particolarmente significativa.
Nell’introduzione, Pier Giorgio Solinas ricostruisce il modo in cui i pastori emigrati raccontano il loro arrivo nelle campagne toscane e mi sembra che ritroviamo, in un altro contesto, qualcosa di molto vicino al problema del giardiniere inconsapevole.
I pastori non si limitano a occupare un territorio lasciato libero dalla crisi della mezzadria. Lo trasformano e, contemporaneamente, producono un’interpretazione di tale trasformazione.
Nei saggi di Meloni e Uleri e di Argenti e Campedelli viene messo in luce proprio questo passaggio, relativo al mantenimento del paesaggio e della biodiversità, alla rigenerazione del capitale territoriale e alle funzioni pubbliche e collettive. È un passaggio importante, ma da cui emerge una questione critica:
Che cosa accade quando il pastore viene riconosciuto come custode del paesaggio?
Aumenta la sua capacità di incidere sulla definizione di quel paesaggio? Oppure rischia di diventare responsabile della manutenzione di un bene il cui valore viene stabilito altrove?
Questa è una delle tensioni che mi sembra valga la pena di lasciare aperte.
Per esempio, come si incontrano il sapere incorporato del pastore e quello formalizzato dell’esperto? Ma, soprattutto, chi definisce gli obiettivi?
Il pastore-giardiniere diventa così una figura ambivalente. Può sancire il riconoscimento di un sapere finora invisibile, ma può anche far emergere una nuova aspettativa normativa.
Il volume ci offre anche un ulteriore motivo per non risolvere troppo rapidamente questa ambivalenza. Nel capitolo di Simonetta Grilli sul pecorino e sul “paradiso” senese, il paesaggio entra ormai pienamente nei circuiti della valorizzazione simbolica ed economica. Il prodotto non incorpora soltanto latte e lavoro, ma memoria, autenticità, estetica territoriale. E tuttavia l’autrice mostra il possibile scarto fra l’immagine di un prodotto profondamente radicato nel territorio e una base pastorale che si contrae. La domanda provocatoria citata nel testo, «dove sono le pecore?», mette precisamente in discussione la possibilità che il valore simbolico del territorio continui a crescere mentre diminuiscono coloro che materialmente ne sostengono la produzione pastorale.
Qui possiamo allora precisare il problema. Non basta che il lavoro pastorale venga riconosciuto.
Bisogna chiedersi in quale forma venga riconosciuto e chi riesca a convertire quel riconoscimento in risorse.
Prestigio simbolico, valorizzazione turistica, valore immobiliare, valore del prodotto e condizioni di riproduzione dell’azienda pastorale non coincidono necessariamente.
La domanda posta da Stefano alla fine del seminario è pertinente: quando parliamo di pastoralismo oggi, che operazione culturale e politica stiamo facendo?
Esiste ancora il pastore? Esiste nelle sue autorappresentazioni? O solo in quelle esterne? Esiste nelle pratiche? Insomma, il pastore è oggi un imprenditore e un allevatore?
Per concludere, se oggi discutiamo se il pastore sia un custode, un imprenditore, un produttore di servizi ecosistemici, un soggetto di memoria o un attore della trasformazione territoriale, non siamo estranei a queste classificazioni. Le stiamo selezionando, confrontando, legittimando o problematizzando.
Concludo questo articolo con alcune domande. Se il pastore-allevatore sardo è un custode, come dice Bindi nel suo saggio, che cosa viene custodito? Un ecosistema? Un paesaggio storico? Una forma di uso del suolo? Una memoria? Una possibilità di continuare a vivere in un territorio? E ancora: il riconoscimento del pastore come custode gli attribuisce soltanto nuove responsabilità oppure anche una maggiore capacità di partecipare alle decisioni?
Mi sembra che proprio questo sia il contributo più interessante che possiamo ricavare dal volume e da questo seminario.
Non semplicemente dimostrare che i pastori hanno salvato o trasformato il paesaggio toscano.
Piuttosto, comprendere come il significato di quella trasformazione sia stato progressivamente elaborato, raccontato, studiato, riconosciuto e nuovamente appropriato.
L’oggetto delle ricerche o degli interventi politici è diventato soggetto; può ritrovare in quella categoria una nuova interpretazione del proprio lavoro.
Non siamo di fronte a un passaggio lineare dall’ignoranza alla conoscenza. Siamo di fronte a una produzione circolare e conflittuale di consapevolezza.
La nostra discussione ha reso visibile questa circolarità senza stabilire definitivamente che cosa sia il pastore, ma ricostruendo chi, in momenti differenti, ha avuto la possibilità di definirlo; attraverso quali categorie; con quali effetti; e con quale capacità dei pastori stessi di intervenire su quelle definizioni.
Views: 44





































































































