
di DESIRE’ MANCA
Permettetemi di rivolgere un saluto particolarmente affettuoso alle donne e ai giovani presenti, perché sono convinta che dalla loro energia, dalla loro sensibilità e dal loro coraggio dipenda una parte fondamentale del futuro delle nostre comunità.
E desidero ringraziare ciascuno di voi. Innanzitutto, per non esservi arresi e per non aver ceduto alla tentazione di mollare tutto. Ringrazio chi ha lavorato con entusiasmo, passione e determinazione alla preparazione di questo Congresso.
Ringrazio chi come voi da tanti anni dedica da anni il proprio tempo alla vita dei Circoli e continua a custodire quel legame straordinario che unisce la Sardegna ai suoi figli, ovunque siano.
Dietro ogni Circolo ci sono persone, storie, sacrifici, amicizie. Ci sono porte che si aprono, mani che si tendono, generazioni che si incontrano. E c’è una Sardegna che continua a vivere anche lontano dalla Sardegna.
Avete scelto per questo vostro primo Congresso un titolo bellissimo: Bentu Nou. Vento nuovo.
Un titolo che parla di futuro, ma che porta dentro di sé anche il valore della memoria. Perché il vento nuovo non cancella ciò che è stato. Non disperde le radici. Non interrompe la storia.
Ma porta aria nuova, movimento, possibilità.
Non mi sono estranee, lo sapete, le vicende che hanno portato alla nascita di S.E.U. E proprio pensando al significato di questo momento, mi viene in mente un’immagine che appartiene alla nostra terra, alla sapienza antica dei nostri agricoltori.
Chi conosce la campagna sa che, talvolta, per dare nuova vita a un albero, occorre praticare un’incisione, un innesto. È un gesto delicato, che richiede pazienza e fiducia.
Nel punto in cui il legno viene inciso, dove potrebbe sembrare esserci soltanto una ferita, viene accolto un nuovo germoglio.
E quel germoglio, se trova nutrimento nelle radici e cura nelle mani di chi lo ha innestato, può diventare un ramo forte, capace di fiorire e di portare nuovi frutti e, con essi, tanta speranza.
La vita, qualche volta, ci insegna proprio questo: non tutte le ferite sono destinate a rimanere tali. Alcune possono diventare il luogo da cui nasce qualcosa di nuovo.
Ed è con questo spirito che voglio guardare al percorso che oggi prende forma. Con rispetto per tutte le storie, con riconoscenza per il lavoro compiuto da generazioni di emigrati e con la consapevolezza che il futuro della Sardegna ha bisogno di costruire ponti, non di alzare muri.
Perché la Sardegna ha bisogno di tutte le sue energie, di tutte le sue intelligenze, di tutte le sue comunità. Ho letto con grande attenzione le vostre tesi congressuali.
E voglio dirvi che ho trovato un documento ricco di contenuti e, soprattutto, di una qualità che considero essenziale: la volontà di trasformare i valori in impegni concreti.
Mi ha colpito la visione che attraversa tutto il documento: quella di una comunità che non vuole limitarsi a custodire la propria memoria, ma desidera essere protagonista del presente e del futuro della Sardegna. Perché i Circoli sardi non sono soltanto luoghi nei quali ritrovarsi per ricordare la terra d’origine. Sono presìdi di cultura, di solidarietà, di partecipazione civile. Sono una straordinaria rete di competenze, di esperienze, di energie.
E allora dobbiamo compiere insieme un passo ulteriore: non chiederci soltanto che cosa la Sardegna può fare per i suoi emigrati, ma che cosa la Sardegna può costruire insieme a loro.
È questo il senso del rapporto che, come istituzioni regionali, vogliamo continuare a coltivare: un rapporto fondato sull’ascolto, sul rispetto delle autonomie e sulla collaborazione.

Chi vive lontano dall’Isola non è una voce distante. È una parte viva della nostra comunità, che ha il diritto di essere ascoltata e la capacità di contribuire alle scelte che riguardano il nostro futuro.
C’è poi un tema che, come Assessora del Lavoro, mi sta particolarmente a cuore: quello della nuova emigrazione. Per troppo tempo abbiamo raccontato l’emigrazione sarda attraverso le immagini del passato: le valigie di cartone, le partenze dai porti, i treni verso il Nord, le miniere, le fabbriche.
È una storia che merita rispetto e riconoscenza. Ma oggi l’emigrazione ha anche il volto di una ragazza che lascia il proprio paese per studiare, di un giovane laureato che trova altrove il lavoro per il quale si è preparato, di una ricercatrice che porta il proprio talento nel mondo.
E dietro ciascuna di queste storie c’è una domanda che la politica non può ignorare: perché tanti nostri giovani devono andare via per trovare opportunità che vorrebbero avere nella propria terra?
Non possiamo limitarci a essere orgogliosi dei sardi che si affermano nel mondo. Dobbiamo lavorare perché partire sia una scelta e non una necessità.
Perché il diritto di partire si accompagni al diritto di restare. E perché tornare possa essere una possibilità concreta, non soltanto un desiderio.
Ricordo con particolare emozione l’incontro di un anno fa, il 24 ottobre 2025 ad Alghero, incontrando tanti giovani emigrati.
Ricordo la freschezza dei loro interventi, la genuinità delle loro parole, la forza delle loro idee, l’entusiasmo dei loro cuori, la luce nei loro occhi. Ma soprattutto ricordo una cosa: quei giovani non chiedevano semplicemente di essere ascoltati. Chiedevano di poter contribuire, di portare proposte, di assumersi responsabilità.
E credo che questa sia una delle lezioni più importanti che dobbiamo raccogliere. Ai giovani non dobbiamo soltanto lasciare spazio. Dobbiamo riconoscere il diritto di costruire, insieme a noi, quello spazio. Come dobbiamo riconoscere pienamente il ruolo delle donne, protagoniste spesso silenziose della storia dell’emigrazione sarda, ma che oggi devono poter essere sempre più presenti anche nei luoghi decisionali.
Perché il futuro non si costruisce chiedendo alle nuove generazioni e alle donne di aspettare il proprio turno. Si costruisce riconoscendo che quel turno è già arrivato.
Quest’anno, come sapete, ricorre il centenario del Premio Nobel per la Letteratura a Grazia Deledda. Una donna sarda che seppe raccontare al mondo la propria terra, pur vivendo lontano da essa.
E pensando alla sua opera più celebre, Canne al vento, mi piace ritrovare un’immagine che sembra dialogare proprio con il titolo del vostro Congresso.
Il vento può piegare le canne, ma non necessariamente spezzarle.
E noi non possiamo sempre scegliere da quale direzione soffierà il vento. Ma possiamo scegliere come affrontarlo. Possiamo scegliere se lasciarci scoraggiare dalle difficoltà o trasformarle in nuove opportunità. E soprattutto possiamo scegliere di non affrontare quel vento da soli.
Perché la forza di una comunità non sta nell’essere composta da persone che devono necessariamente pensarla sempre allo stesso modo o omologarsi, ma da persone che nella diversità riconoscono un bene comune più grande delle proprie differenze. È questa la sfida più bella che avete davanti.
Fate di questa Federazione una casa aperta, nella quale la memoria incontri il futuro, le generazioni si riconoscano reciprocamente e ciascun Circolo possa conservare la propria identità contribuendo a un progetto comune condiviso.
Una casa capace di dialogare e collaborare con tutte le altre realtà dell’emigrazione sarda. Una casa dove si respiri libertà, democrazia, diritto di partecipare e soprattutto rispetto della dignità di ogni donna e di ogni uomo. Vedete, l’appartenenza alla Sardegna non si misura attraverso le sigle e tantomeno con l’esclusiva, ma attraverso l’impegno, la generosità e l’amore concreto che ciascuno sa dedicarle.
Vorrei concludere rivolgendovi un augurio sincero e sentito, ma anche condividendo con voi un impegno.
Come Assessora regionale con delega all’emigrazione, desidero assicurarvi la mia disponibilità a proseguire un dialogo serio, aperto e costruttivo. Un dialogo che metta al centro le persone, le loro idee, le loro opportunità e il futuro delle nostre comunità.
La Regione deve saper guardare ai sardi emigrati non come a una Sardegna lontana, ma come a una parte viva e preziosa della nostra stessa comunità.
Perché, lasciatemelo dire, la Sardegna non finisce dove finisce il suo mare. La Sardegna continua nelle città in cui vivete, nelle vostre case, nei vostri figli, nei luoghi di studio e di lavoro, nelle parole della nostra lingua che continuate a pronunciare.
Continua nelle iniziative dei Circoli, nei rapporti che costruite, nelle opportunità che create. Continua nel cuore di chi è partito e in quello di chi, pur non essendoci nato, ha imparato ad amarla.
E allora il mio augurio è che questo vento nuovo sappia davvero portarvi e portarci lontano. Che sappia alimentare entusiasmo, responsabilità e partecipazione.
E che sappia ricordarci una verità semplice, ma fondamentale: le radici non servono a trattenerci fermi. Servono a darci la forza per crescere, per affrontare il vento e per proiettarci verso nuovi orizzonti per far nascere nuove energie.
Perché non importa quanto lontano ci abbia portato la vita. Se continuiamo a prenderci cura della nostra terra e gli uni degli altri, nessuno di noi sarà mai davvero lontano dalla Sardegna.
Grazie di cuore per il vostro impegno, non mollate! Io sono con voi! E che sia davvero Bentu Nou!
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