
di MASSIMILIANO PERLATO MURA
Mentre le cancellerie europee e i forum diplomatici internazionali continuano a riempirsi la bocca con appelli formali alla pace e alla risoluzione dei conflitti, la realtà operativa dei cieli e dei poligoni della Sardegna racconta una storia diametralmente opposta: quella di una vera e propria prova generale per lo scenario di una guerra totale.
Sotto le insegne dell’Alleanza Atlantica, il territorio sardo viene nuovamente impiegato come teatro di una complessa e articolata simulazione di scontro nucleare. Questa operazione inserisce un’isola già duramente gravata da decenni di servitù militari, contaminazione ambientale legate alle esercitazioni ed esproprio del territorio, al centro esatto della strategia della cosiddetta “deterrenza”.
Si tratta di una scelta politica e strategica che ferisce la comunità locale su due fronti distinti ma convergenti: sul piano geopolitico globale in quanto sventolare l’opzione atomica e addestrarsi alla guerra strategica in una fase di estrema instabilità planetaria rappresenta una scelta spregiudicata, idonea ad alimentare ulteriormente la spirale delle tensioni; sul piano territoriale e locale che conferma e rafforza una prassi consolidata, che vede la Sardegna trattata alla stregua di un’area da sacrificare sistematicamente per rispondere alle esigenze belliche della N.A.T.O. e dei comandi militari.
L’operazione, denominata Joint Stars 2026, è pianificata dal Ministero della Difesa e copre un arco temporale prolungato che si estende fino al 31 dicembre. Il decreto d’indirizzo predisposto dal ministro della Difesa prevede l’esecuzione di vere e proprie «manovre reali sul terreno e in mare», mobilitando una macchina bellica imponente che coinvolge in modo congiunto Esercito, Marina Militare e Aeronautica Militare; Arma dei Carabinieri e Guardia di Finanza; Corpi ed enti civili preposti alla gestione delle emergenze, quali Vigili del Fuoco, Croce Rossa e Protezione Civile.
L’impatto geografico dell’esercitazione è vasto: interessa un’ampia porzione dell’entroterra e del litorale orientale dell’isola, insistendo direttamente su aree storicamente critiche come i poligoni del Salto di Quirra e di Teulada — luoghi dove da anni la popolazione civile, le associazioni e le istituzioni locali chiedono trasparenza, bonifiche ambientali e accertamento delle responsabilità sanitarie e ambientali.
Sulle teste dei cittadini sardi sfrecciano caccia ad alte prestazioni, assetti strategici complessi e droni da cui vengono sperimentate e fatte esplodere armi missilistiche. Di fronte a questo scenario, la comunicazione pubblica ufficiale tende a schermare la gravità dei fatti dietro una coltre di eufemismi istituzionali e linguaggi felpati: si fa costante ricorso a definizioni quali “esercitazioni di routine”, “prontezza operativa” e “garanzia della sicurezza collettiva”.
Spogliando la vicenda dal gergo tecnico-militare, la realtà operativa appare netta: le forze armate stanno addestrando equipaggi e strutture di comando all’impiego e allo sgancio di ordigni a distruzione di massa.
Ciò che desta profonda preoccupazione non è soltanto la disinvoltura con cui viene esibita la minaccia atomica in un contesto internazionale già vicino al punto di rottura, ma anche l’atteggiamento di passività con cui la classe politica — sia a livello locale che nazionale — accetta che la Sardegna rimanga il bersaglio e il campo da gioco prediletto per i giochi di guerra dell’Alleanza Atlantica.
L’occupazione di migliaia di ettari di costa, entroterra e specchi di mare — sottratti in via permanente allo sviluppo economico, alla tutela paesaggistica, all’agricoltura e alla fruizione turistica — non sembra più essere sufficiente. Alla Sardegna viene ora chiesto di caricarsi del peso, sia materiale che fortemente simbolico, di costituire il punto nodale e il centro nevralgico per la simulazione di un conflitto nucleare.
Fino a quando la Sardegna dovrà subire la contraddizione di essere rappresentata all’esterno come un paradiso naturale incontaminato, mentre al contempo, nei suoi cieli e al di sotto della sua superficie, viene impiegata come rampa di lancio per la pianificazione della distruzione globale? L’esercitazione in corso non è un semplice esercizio tattico: costituisce il chiaro segnale di quanto la sovranità dei territori e le aspirazioni delle comunità locali vengano subordinate alle esigenze dell’industria bellica e alle logiche delle alleanze militari.
I numeri descrivono con chiarezza la sproporzione della situazione: la Sardegna ospita da sola circa il 60% dell’intero patrimonio di servitù militari presenti sul territorio italiano. Un carico imponente e sproporzionato che genera ricadute dirette e negative sulle opportunità di crescita, sulla salute e sulla pianificazione economica di una porzione vastissima della regione.
La Sardegna merita una prospettiva di sviluppo differente, che metta al centro la valorizzazione del lavoro e dell’impresa locale, la tutela e la bonifica dell’ambiente e delle risorse naturali, lo sviluppo delle relazioni culturali, del turismo e dell’accoglienza, liberando l’isola dalle ombre dei caccia e dalle simulazioni degli scenari di distruzione di massa.
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