
di ORNELLA DEMURU
Il 27 agosto 1347 Pietro IV d’Aragona riceve la tragica e per lui sgradita notizia della morte di Guillem de Cervelló, Governatore Generale e Riformatore del Regno di Sardegna e Corsica, e della disfatta delle sue truppe nella località di S’aidu de turdu (Passo del tordo) ad opera dei signori sardo-liguri della famiglia Doria che da diversi mesi erano nuovamente in aperta ribellione nei confronti dell’autorità regia aragonese.
Nonostante le prime avvisaglie dell’agitazione doriana fossero evidenti già dall’inizio dell’anno e ben note a Corte, le svariate richieste di aiuti militari da parte del Governatore e della città di Sassari (che si trovava direttamente minacciata) non potevano essere soddisfatte in quanto Pietro IV era quasi contemporaneamente impegnato militarmente in terra iberica.
Come noto già dalla fine del XII ma soprattutto nel XIII secolo alcune importanti famiglie della penisola italiana erano riuscite a ritagliarsi in Sardegna notevoli spazi di potere instaurando delle signorie territoriali nei Giudicati sardi ormai sulla via di un lento e progressivo dissolvimento.
Una di queste potenti casate, quella dei genovesi Doria, aveva rilevanti interessi nel nord Sardegna (in particolare nell’ex Giudicato del Logudoro col tempo arrivarono a possedere le curatorìe di Nurra, Nulauro, Ulumetu, Nurcara, Caputabbas, parte di Costavalle, Meilogu, parte di Figulina e Anglona) dove erano riusciti ad imparentarsi con le famiglie giudicali e altri potentati sia locali che peninsulari tra i quali i lunigianesi marchesi di Malaspina anch’essi da tempo radicati nel nord dell’isola dove avevano ampi possedimenti nelle curatorìe di Coros, parte di Figulina, Montes con il castello di Osilo.
Suddivisi in vari rami, spesso in lotta tra di loro, i Doria ancor prima dell’invasione catalano-aragonese avevano accettato di sottomettersi agli iberici. Infatti in previsione dell’intervento militare nell’isola Giacomo II aveva predisposto una fitta ragnatela diplomatica al fine di isolare la potenza pisana e pertanto già dal luglio 1308 aveva concordato un’alleanza con i Doria e con gli altri potentati isolani oltreché con i principali avversari che il Comune aveva nella penisola.
I Doria oltre al riconoscimento a titolo feudale dei propri possessi ebbero, da parte aragonese, la promessa di ulteriori accrescimenti territoriali ma ben presto, si resero conto che questi impegni non sarebbero stati mantenuti, perciò già a partire dal 1324 alternavano periodi di fragile tregua a periodi di aperta ribellione contro gli iberici, spesso con l’appoggio diretto o indiretto della Repubblica di Genova.
In questa afosa estate del 1347 il Governatore catalano-aragonese aveva inviato l’ambasciatore Berenguer de Rayadell presso Mariano d’Arborea (da pochissimo subentrato al trono giudicale a seguito del decesso del fratello Pietro) al fine di chiedergli aiuti contro i genovesi che, secondo alcune notizie circolate, stavano armando una flotta di galere e preparando l’esercito per attaccare il “regno di Sardegna” (cioè la parte occupata dagli aragonesi) e il 10 luglio ricevette i risultati dell’ambasceria.
Sempre nello stesso periodo il suo luogotenente Jaume d’Aragó ordina a tutti gli abitanti dell’isola di prepararsi con le armi a combattere contro i genovesi che hanno allestito una flotta di galere ed un esercito di fanti e cavalieri.
Frattanto conscio che le truppe a disposizione non erano comunque sufficienti per fronteggiare i doriani il Cervelló aveva inviato il proprio figlio Guerau a Cagliari per portare rinforzi dal meridione dell’isola.
Guerau sulla via del ritorno, avvertito della concentrazione di truppe doriane in assetto di guerra, stazionò qualche tempo a Macomer, nel sicuro territorio arborense, con la compagnia di 300 balestrieri prelevati dal capoluogo sardo.
Ai Doria vennero inviati dei messaggeri per consentire il pacifico transito delle truppe catalano-aragonesi e questi acconsentirono a condizione che non venissero danneggiati villaggi e la popolazione avvertendo che comunque sarebbero rimasti nelle vicinanze per eventualmente difendere i loro possedimenti.
Mariano IV intuendo il pericolo latente inviò in ogni caso un contingente di 300 cavalieri di supporto e invitò il Governatore a non muoversi in attesa dell’arrivo di ulteriori rinforzi che gli stava mandando.
Incurante degli avvertimenti di Mariano e soprattutto senza attendere l’arrivo degli armati da questi promessi, il Cervelló, confidando in una tregua valida per tutto il mese di agosto, decise comunque di rientrare a Sassari attraversando di conseguenza nuovamente i territori doriani.
Arrivata al passo di “Aidu de turdu” l’avanguardia iberica, composta da più di 400 uomini sardi e mercenari italiani, riuscì a passare indisturbata; a questo punto Guerau de Cervelló, forse imbaldanzito dalla facilità con cui era transitata il primo contingente o travisando l’atteggiamento apparentemente remissivo e poco battagliero dei sardo-liguri, si lanciò su di essi con uno squadrone di cavalleria seguito appresso dal fratello Monic con un altro squadrone.
La reazione dei sardo-liguri fu immediata con un fitto lancio di frecce e dardi e con l’abbattimento dei cavalli per mezzo di lance, dopodiché i cavalieri, una volta atterrati, venivano inesorabilmente uccisi dai fanti.
Fu un vero massacro. E a pagarne la peggio furono proprio i potenti catalano-aragonesi.
Oltre a vari esponenti di primo piano dell’esercito iberico trovarono la morte anche l’irruento Guerau, il fratello Monic, il cugino Huguet ed in seguito, probabilmente anche se non a causa di ferite ma per il caldo e la sete patita durante la fuga, anche il padre Guillem.
L’avanguardia composta da sardi e italiani (probabilmente mercenari al soldo del Giudice o degli stessi catalani) venne dunque messa in fuga e gli altri superstiti dell’armata si rifugiarono in territorio arborense attraversando la zona oggi nota come Campo di Santa Lucia per trovare rifugio nel castello del Goceano dove il Cervelló fu seppellito per ordine di Mariano; i corpi dei caduti sul posto della battaglia invece non poterono essere recuperati in quanto rimasti in territorio nemico.
Nonostante le successive accuse di tradimento e di connivenza con i Doria, in questa occasione emerge chiaramente come Mariano IV in più di un’occasione sconsigliò il Cervelló dall’attraversare le terre doriane perché era stato informato dei movimenti delle truppe e anche dopo la battaglia fece raccogliere le spoglie dei Cervelló per tumularli nel castello del Goceano che era di sua proprietà.
La guerra in atto in Sardegna e la cocente sconfitta subita ebbero delle notevoli ripercussioni politiche, militari e patrimoniali sulla Corona che dovette vendere rendite, diritti, etc. per far fronte alle spese militari nell’isola.
salvare i regnicoli dalla disfatta totale nella Sardegna del nord fu la peste nera, giunta in Europa nel 1347. I Doria non trassero alcun vantaggio dalla vittoria a causa della violenta epidemia che fermò tutto, anche le azioni belliche.
Pochi anni dopo, Mariano IV, fino ad allora (seppur tiepido) alleato aragonese, ruppe gli indugi e agli inizi di settembre del 1353 la Corona de Logu deliberava la guerra contro il Regno di Sardegna e Corsica (guerra che durò più di 50 anni: 1353-1355; 1365-1388; 1390-1410/20).
Dove si trova Aidu de turdu: Tradizionalmente gli studiosi identificano con Aidu de turdu («locum vocatum sena dicu de turdu, terrarum baronum de Auria» nelle fonti catalane citate nella nota precedente) una località in territorio di Bonorva nelle vicinanze dell’odierna S.S. 131 in località Ponte mulinu a circa 3 km O-NO dal centro abitato.
Sono invece di diverso avviso F.C. Casula che lo localizza nell’attuale territorio di Torralba e Belli il quale, nel ricostruire il tracciato viario della romana Turris-Karales, sulla base di alcuni miliari nonché di elementi topografici e documentali propone la localizzazione a N-NE di Bonnanaro e Torralba e più precisamente tra Poggio Tulde (ritenuto corruzione di «turdu») e il vicino M. Austidu.
Tale tesi è stata recentemente accolta da Deriu-Chessa i quali, oltre a considerare e approfondire gli elementi apportati dal Belli, analizzano la ripartizione feudale del territorio all’epoca dello scontro, e respingono pertanto la vecchia ipotesi bonorvese accogliendo quella torralbese ritenuta più logica anche perché, come abbiamo detto precedentemente, nei documenti viene specificato esplicitamente che era in territorio dei Doria.
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