
di GUIDO GARAU
Il caldo torrido, gli incendi e le alluvioni dell’estate che si sta chiudendo non sono un’anomalia, ma un tragico assaggio. È questo il senso dell’ultimo allarme lanciato dal segretario generale dell’Onu, António Guterres, in occasione della pubblicazione del rapporto Unep “Limiting Overshoot”: il riscaldamento globale supererà comunque la soglia di 1,5°C indicata dagli Accordi di Parigi, probabilmente già nei prossimi anni, con uno scenario più ottimistico che parla comunque di un aumento di almeno 1,8°C. A complicare il quadro, secondo l’Organizzazione mondiale della meteorologia, si è aggiunto nelle scorse settimane un El Niño di proporzioni eccezionali, che spingerà le temperature globali verso nuovi record almeno fino all’inizio del prossimo anno.
Un allarme planetario, certo. Ma per capire cosa significhi davvero “vivere nel superamento” della soglia climatica non serve guardare lontano: basta guardare alla Sardegna, che l’Ipcc classifica da anni come uno dei principali hotspot climatici del pianeta, al centro di un Mediterraneo che si riscalda a un ritmo del 20% superiore alla media globale.
Non è teoria. L’isola ha appena attraversato mesi in cui la crisi idrica ha coinciso con il picco della stagione turistica: la Regione ha dovuto prorogare lo stato di emergenza per il deficit idrico, disponendo il rifornimento con autobotti nelle zone più colpite per evitare che a pagare il conto fossero, insieme ai residenti, anche gli alberghi e le attività commerciali. A inizio settembre gli invasi sardi restavano sotto la soglia storica, con alcune dighe del nord-ovest – come Cuga e Monteleone Roccadoria in Nurra – ancora sotto il 50% della capacità autorizzata. Nello stesso periodo, il caldo estremo ha portato la presidenza della Regione a limitare per ordinanza il lavoro all’aperto nelle ore più calde, mentre i bollettini quotidiani della Protezione civile hanno tenuto per settimane l’isola in allerta per il rischio incendi.
Il termine più ricorrente nei documenti tecnici regionali non è “rischio”, ma “condizione strutturale”. Secondo l’Atlante nazionale delle aree a rischio desertificazione, l’intero territorio sardo ricade nelle zone potenzialmente esposte al fenomeno: il 52% della regione si trova già in una condizione critica di sensibilità, un ulteriore 37% è classificato come fragile, e appena l’1% del territorio risulta non interessato. Per Legambiente Sardegna la desertificazione «non è uno scenario futuro, ma un processo già in atto», aggravato da una gestione del territorio non sempre sostenibile e da una rete idrica che perde oltre metà dell’acqua trasportata lungo le condutture.
Le proiezioni climatiche elaborate dal Servizio regionale sostenibilità ambientale per l’orizzonte 2050 confermano la traiettoria: aumento generalizzato delle temperature massime e minime, lieve ma costante riduzione delle precipitazioni medie annue, e soprattutto una crescita marcata degli eventi estremi, sia di calore sia di precipitazione intensa concentrata in poche ore.
L’intensità del riscaldamento estivo in Sardegna è stimata superiore di circa il 50% rispetto alla media globale, secondo i dati elaborati dal portale ambientale regionale Sardegna Sira. Le analisi più recenti, disegnano per il 2050 uno scenario in cui alle temperature estreme si accompagnano picchi di autoconsumo energetico – legati alla domanda di climatizzazione – capaci di generare veri e propri collassi delle reti idriche nei momenti di massima pressione. A questo si somma una frequenza crescente di alluvioni lampo: paradossalmente, un clima più arido non significa piogge più rare in assoluto, ma piogge concentrate in eventi brevi e violenti, che il suolo inaridito fatica ad assorbire, aumentando il rischio idrogeologico proprio nelle aree già colpite dalla siccità.
Se le zone interne rischiano l’inaridimento il litorale sardo affronta un fronte diverso ma altrettanto concreto: l’erosione. Tra il 2006 e il 2018 il livello del mare nel bacino del Mediterraneo è salito a un ritmo di 3,7 millimetri l’anno, più del doppio rispetto alla media del secolo scorso, secondo i dati dell’Agenzia europea dell’ambiente. Le proiezioni per fine secolo individuano in Porto Giunco, nel sud dell’isola, una delle dieci spiagge europee più a rischio: l’arretramento della linea di costa potrebbe superare i 100 metri. Fenomeni di erosione già percepibili vengono segnalati anche lungo i litorali di Alghero, Stintino e Porto Torres, mentre le aree di Cagliari e Oristano compaiono tra le zone italiane più esposte agli effetti combinati di erosione, innalzamento del mare e pressione urbanistica.
A questo scenario si aggiunge il rischio, meno visibile ma altrettanto serio, del cuneo salino: la risalita di acqua marina nelle falde e nei corsi d’acqua costieri, che può compromettere le riserve idriche potabili e salinizzare i terreni agricoli di pianura, come già accaduto su scala maggiore nel Delta del Po. Gli studi disponibili sulla Sardegna indicano che erosione, desertificazione e mareggiate avranno un ruolo centrale nel definire i costi economici e sociali dei prossimi decenni, anche se – segnalano gli stessi enti regionali – mancano ancora studi organici dedicati specificamente all’impatto socio-economico complessivo per l’isola.
Il rischio non riguarda solo l’ambiente, ma la struttura produttiva dell’isola. Il turismo, settore economico centrale per la Sardegna, è al tempo stesso motore di pressione sulle risorse idriche e vittima potenziale della crisi climatica: la stessa crisi idrica estiva che ha costretto al razionamento in diverse località turistiche italiane, Sardegna compresa, mostra come le due dinamiche si alimentino a vicenda nei mesi di maggiore afflusso. Le aree costiere più antropizzate, dove si concentra gran parte della ricettività turistica dell’isola, sono anche quelle più esposte a erosione e innalzamento del mare. Parallelamente, l’agricoltura delle zone interne si confronta con un suolo sempre più fragile e una disponibilità d’acqua irrigua meno prevedibile, in un contesto, quello mediterraneo, in cui l’Unep avverte che alcuni impatti del superamento della soglia di 1,5°C saranno irreversibili: come ha dichiarato uno degli autori del rapporto, tornare sotto quella soglia in futuro non significherà tornare al mondo che conoscevamo prima.
Non mancano, sul piano istituzionale, le prime risposte strutturate. La Sardegna si è dotata di una Strategia regionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Sracc), a cui nel biennio 2025-2026 sono stati destinati 160mila euro per finanziare processi partecipati di adattamento nei territori, dopo un primo bando che ha già assegnato risorse a progetti pilota come quello del Comune di Orosei. Gli esperti che seguono il dossier, dal mondo accademico a quello ambientalista, insistono però su un punto: servono interventi strutturali su reti idriche colabrodo, infrastrutture drenanti per gestire le piogge intense, nuove strategie forestali contro l’avanzata della desertificazione e difese costiere mirate, non più procrastinabili in un’isola che il Mediterraneo – hotspot climatico per definizione – sta già trasformando sotto gli occhi di chi ci vive.
Restano, alla fine di questa ricognizione, alcune domande senza risposta definitiva: quanto reggerà il modello turistico balneare sardo se la disponibilità d’acqua estiva continuerà a ridursi? Quali comunità costiere e quali infrastrutture saranno le prime a dover fare i conti con l’arretramento della linea di costa? E soprattutto, quanto tempo resta per trasformare la Strategia regionale di adattamento da documento programmatico a rete di interventi concreti, prima che – come già accade per parte del territorio – la desertificazione smetta di essere un rischio da mitigare e diventi, semplicemente, la nuova normalità dell’isola?
#CAGLIARITODAY
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