
di FRANCESCA ARCAI
Dire che in Sardegna non esiste overtourism perché nell’arco dell’anno i turisti non superano numericamente i residenti significa partire da una definizione troppo stretta del fenomeno. Ed è proprio qui che scricchiola il ragionamento dell’assessore regionale al turismo Franco Cuccureddu, mentre l’estate 2026, con le immagini diventate virali di calette trasformate in distese di yacht e gommoni, sembra raccontare una realtà molto più complessa.
Il tema è tornato al centro del dibattito dopo le proteste contro i resort a Lu Fenosu (Cala Finanza), in Gallura. In questo contesto Cuccureddu ha respinto l’idea che la Sardegna possa essere considerata una destinazione interessata dall’overtourism. Il ragionamento dell’assessore parte dalla geografia: la Sardegna è un’isola, aeroporti e collegamenti navali pongono necessariamente un limite al numero di persone che possono arrivare e quindi i flussi sarebbero “naturalmente contingentati”. La saturazione delle strutture ricettive, secondo Cuccureddu, riguarderebbe essenzialmente un paio di settimane centrali di agosto. E, soprattutto, a differenza di Venezia, Barcellona o Madrid, nell’arco dell’intero anno i turisti non supererebbero numericamente i residenti.
Il punto è che l’overtourism non si misura semplicemente mettendo su una bilancia il numero annuale dei turisti e quello degli abitanti.
Il sovraffollamento dei turisti che scelgono una meta per le vacanze riguarda la pressione che i flussi esercitano su un determinato territorio quando diventano incompatibili, o difficilmente compatibili, con la sua capacità di sostenerli: entrano quindi in gioco la qualità della vita dei residenti, la disponibilità di servizi, la mobilità, il consumo delle risorse, la produzione di rifiuti, il costo delle abitazioni e, soprattutto in una regione come la Sardegna, la tenuta degli ecosistemi. E questa pressione non deve necessariamente essere uniforme per dodici mesi.
Una destinazione può avere un problema di overtourism per alcune settimane all’anno. Una città può essere congestionata mentre cinquanta chilometri più in là un altro comune cerca disperatamente di attirare visitatori. Una spiaggia può aver raggiunto la propria capacità di carico mentre l’entroterra resta quasi completamente fuori dai circuiti turistici.
Per questo affermare che “la Sardegna” nel suo complesso non abbia più turisti che abitanti durante l’anno dice relativamente poco. La Sardegna ha una superficie di circa 24mila chilometri quadrati e i visitatori non si distribuiscono in maniera uniforme su quei 24mila chilometri.
I dati diffusi dalla stessa Regione mostrano quanto rapidamente stiano crescendo i flussi. Nel 2025 sono stati registrati oltre 5 milioni di arrivi e circa 22 milioni di presenze, con un aumento del 15,9 per cento rispetto al 2024 e del 34,2 per cento rispetto al 2023. La Sardegna è risultata la prima regione italiana per crescita percentuale dei flussi turistici. E il 2026 sta continuando nella stessa direzione: nei primi sei mesi dell’anno le presenze sono aumentate di un ulteriore 8,24 per cento, quasi il doppio della crescita nazionale registrata nello stesso periodo. Ma il dato regionale, ancora una volta, nasconde differenze enormi.
Nel 2025 la Gallura da sola ha raccolto circa 7,7 milioni di presenze. Alghero ha superato 1,8 milioni di presenze, Arzachena ha sfiorato 1,4 milioni e Olbia 1,2 milioni. Sopra il milione anche Cagliari, Orosei e San Teodoro. Negli ultimi due anni San Teodoro ha registrato una crescita del 46 per cento e Tortolì del 44 per cento.
C’è poi un paradosso nel ragionamento dell’assessore. Cuccureddu sostiene che il rischio di saturazione riguardi soltanto “un paio di settimane all’anno, quelle centrali d’agosto”. Ma è proprio lì che bisognerebbe iniziare a cercare l’overtourism. Se per due settimane un comune vede moltiplicarsi la propria popolazione presente, le strade si congestionano, le spiagge raggiungono la capacità massima, aumenta enormemente la produzione di rifiuti e cresce la pressione sulle risorse idriche e sugli ecosistemi costieri, il fatto che a novembre la situazione torni alla normalità non cancella ciò che è accaduto ad agosto. La forte stagionalità emerge dagli stessi numeri regionali. Il 71 per cento delle presenze turistiche degli italiani nel 2025 si è concentrato tra giugno, luglio e agosto. Nel solo agosto sono state registrate 3,16 milioni di presenze italiane, alle quali si aggiungono oltre 2,2 milioni di presenze straniere. Il problema, quindi, non è necessariamente quanti turisti arrivino in Sardegna in dodici mesi. È capire quante persone si trovino nello stesso luogo nello stesso momento.
Poi ci sono le immagini dell’estate 2026. Quelle che hanno fatto il giro dei social e che forse spiegano il fenomeno meglio di molte statistiche.

Baie e calette della Sardegna – spesso anche aree marine protette – riempite da yacht, gommoni, catamarani e barche a vela, con tratti di mare trasformati in veri e propri parcheggi nautici. Immagini talmente impressionanti che alcuni utenti sui social hanno pensato fossero state create con l’intelligenza artificiale. Erano reali.
Il caso più eclatante è quello dell’Arcipelago di La Maddalena. Secondo quanto riferito dalla presidente del Parco Rosanna Giudice, a fronte di una capacità teorica di circa 2.500 imbarcazioni al giorno, una recente rilevazione aerea ne ha contate fino a 6.500 in una sola giornata. Più del doppio. Le segnalazioni riguardano inoltre ancoraggi sui fondali, mancato rispetto delle regole e una pressione sempre più difficile da controllare all’interno di un’area naturale protetta. E non si tratta soltanto di una questione estetica, del fastidio di vedere una caletta piena di barche invece che vuota. La pressione delle imbarcazioni significa ancoraggi, rischio di danneggiamento dei fondali, rumore, moto d’acqua, problemi di sicurezza per i bagnanti e necessità di moltiplicare i controlli. Il 14 agosto, nello specchio d’acqua davanti all’isola di Mortorio, nel Parco della Maddalena, la Guardia costiera è intervenuta davanti a diverse barche sulle quali erano in corso festeggiamenti: su una delle imbarcazioni era stato installato anche un impianto professionale di amplificazione, trasformando di fatto l’area in una discoteca a cielo aperto.
C’è poi un altro elemento difficile da ignorare: in Sardegna esistono già spiagge nelle quali è stato necessario contingentare gli ingressi. L’articolo ne conta 15 e ricorda come la gestione degli accessi alle spiagge protette o particolarmente delicate sia affidata ai Comuni. Il numero chiuso nasce proprio dal riconoscimento di un limite: oltre una certa quantità di persone, quel luogo non è in grado di assorbire ulteriori presenze senza comprometterne la conservazione o la qualità della fruizione. È difficile sostenere contemporaneamente che l’overtourism non esista e che alcuni dei luoghi turistici più desiderati dell’Isola debbano essere protetti stabilendo quante persone possono entrarvi ogni giorno. E il 2026 ha mostrato anche il limite di questa strategia: si può contingentare l’ingresso da terra, mentre davanti alla stessa costa possono concentrarsi decine o centinaia di imbarcazioni.
Un altro errore sarebbe identificare la pressione turistica con la saturazione delle strutture ricettive tradizionali. Nel 2025 gli alberghi hanno generato oltre 11 milioni di presenze, ma il settore extralberghiero ne ha registrate circa 6,4 milioni. Ancora più significativo è il boom delle locazioni occasionali: 4,46 milioni di presenze, il 37,3 per cento in più rispetto al 2024 e addirittura il 93,3 per cento in più rispetto al 2023. Una trasformazione che apre un’altra parte del dibattito sull’overtourism: quella degli effetti del turismo sul mercato immobiliare, sulla disponibilità di case per chi vive stabilmente nelle località turistiche e sulla trasformazione dei centri abitati.
Poi ci sono le presenze che non entrano affatto nelle statistiche dei pernottamenti: escursionisti giornalieri, seconde case e turismo nautico. Eppure tutte queste persone utilizzano strade, parcheggi, spiagge, acqua, servizi e spazi naturali.
Dentro questo dibattito c’è anche uno slogan diventato il simbolo più duro della reazione all’overtourism: “Tourist go home”. Nato e diventato particolarmente visibile nelle grandi destinazioni europee soffocate dai flussi turistici, da Barcellona alle Canarie e alle Baleari, negli ultimi anni è comparso anche nel dibattito sardo. Una frase volutamente provocatoria, spesso interpretata come un attacco ai singoli visitatori, ma che nelle rivendicazioni dei movimenti contro l’overtourism punta soprattutto contro un modello economico e territoriale: case trasformate in alloggi turistici, aumento dei prezzi, consumo di suolo e risorse, privatizzazione di fatto degli spazi e località costruite sempre più intorno alle esigenze di chi arriva per pochi giorni anziché di chi ci vive tutto l’anno.
È in questo senso che il “Tourist go home” dovrebbe interessare la politica più dello slogan in sé. Quando una parte dei residenti comincia a percepire il turista non più come una risorsa ma come un concorrente per la casa, l’acqua, le spiagge e gli spazi quotidiani, significa che qualcosa nel rapporto tra turismo e territorio si è incrinato. Il discorso non è mandare via chi sceglie la Sardegna per le vacanze, ma evitare di arrivare alla situazione già vissuta in altre destinazioni europee, dove la crescita incontrollata dei flussi ha trasformato l’insofferenza in aperta ostilità.
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