
Teresa Fronteddu
di LUCIA BECCHERE
Il 23 settembre Teresa Fronteddu ha festeggiato il centesimo compleanno con familiari e amici, la sindaca Angela Testone l’ha omaggiata di una targa con gli auguri da parte di tutta la comunità dorgalese e il parroco don Giovanni Cossu le ha donato una statuetta in gesso della Madonna che scioglie i nodi.
Nata a Dorgali da Pietro Fronteddu (Marzane) pastore e Maria Itria Carta Fronteddu casalinga, ha frequentato soltanto le scuole serali, quanto bastava per apprendere a leggere e scrivere perché la famiglia, in origine composta da sette figli di cui cinque scomparsi in tenera età, necessitava anche delle sue braccia. Fin da piccola aiutava la mamma a sbrigare le faccende di casa, a fare il pane, la pasta e allo stesso tempo dava una mano anche in campagna. Con le altre ragazze del paese andava con la brocca alla fontana di Roseddu per attingere l’acqua e, in compagnia di qualche adulta, di buonora si recava a lavare i panni al fiume Caddaris, per rientrare la sera dopo averli fatti asciugare.
“Lavoravo tanto – racconta tzia Teresa -, allora si conosceva solo la fatica, l’unico divertimento consisteva nel ritrovarci fra amiche nel cortile di casa per giocare a tombola”.
Appena adolescente le vennero imposti sos cuccos, tipica acconciatura dorgalese, due trecce attorcigliate ai lati della testa e fermate da un lembo di fazzoletto (sa perrighedda), e sa vardetta, segno distintivo dell’incipiente età della ragione che l’avrebbe inchiodata a maggiori responsabilità.
“È stato un vicino di casa – confessa-, a farmi conoscere Domenico Pittalis, colui che sarebbe diventato mio marito. Ci siamo frequentati per qualche anno senza lasciarci andare a nessuna affettuosità perché a quei tempi il rigore era d’obbligo, i nostri incontri avvenivano sempre sotto lo sguardo vigile dei familiari. Ci siamo sposati nel 1948, io avevo 22 anni, lui 28. Quel giorno in chiesa, a contrarre matrimonio, eravamo tre coppie, una sorta di nozze comunitarie per il paese. L’Italia era appena uscita dalla guerra ma noi che imisi innedda e non ne abbiamo mai sentito il peso.
Mio marito era un gran lavoratore, onestu e amorosu, che di mestiere faceva su massaju allevatore. Era bellissimo infatti sos fizos sone totu bellos”, prosegue indicando con orgoglio i figli che le stanno attorno.
Il giorno delle nozze, tzia Teresa indossava il costume tradizionale, Domenico sa veste. Dopo la messa, il pranzo è stato consumato con semplicità nell’intimità familiare. Dalla loro unione sono nati sei figli, tredici nipoti e dodici pronipoti.
“Ho sempre sperato di avere una figlia femmina, amos chircau meda ma no l’amus acata. La cherio, ma nudda. A casa mia sono nati solo maschi – ripete come un mantra –. Sono belli, bravi, sani e tutti mi vogliono bene, ma una figlia mi è sempre mancata, l’ho desiderata tanto.”.
I parti avvenivano in casa con l’aiuto de sa mastra ‘e partu. Ha nutrito al seno tutti i suoi figli e, grazie alla sua notevole montata lattea, ho allattato anche altri bambini del vicinato.
“Mio marito – aggiunge -, è scomparso a 53 anni per un male incurabile e ho dovuto lavorare parecchio ma la Madonna mi ha dato la forza di farli crescere laboriosi, onesti, rispettosi e oggi mi sento gratificata per tutti i miei sacrifici”.
La nostra nonnina non riferisce nessuna malattia di rilievo, è rimasta immune perfino al Covid. Nella sua vita solo un ricovero per emorragia gastrica. conseguente ad una terapia con cardioaspirina.
Qual è il vostro augurio a figli, nipoti e pronipoti?
“Salude innantis e fortuna iffattu”.
Tzia Teresa ha sempre frequentato la parrocchia, è stata prioressa della Madonna del Rosario e finché ha potuto è andata in chiesa a sentire la prima messa.
Mentre si racconta stringe fra le mani un piccolo rosario, ripercorre il suo secolo di vita sotto lo sguardo premuroso dei figli e delle nuore. La sua è una storia semplice, vissuta nell’intimità del focolare, costellata di fatiche, rinunce e sacrifici ma allo stesso tempo di soddisfazioni, quelle che contano, fatte di affetti, onestà, rispetto, dedizione e tanta tanta fede.
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