SU CARRU E SOS MORTOS: DAL LIBRO “LA VOCE DEL LECCIO”, LEGGENDE LEGATE AL PASSAGGIO ALL’ALDILA’

“Era una notte d’inverno e tutti dormivano quando fui svegliata da un fortissimo rumore di zoccoli di cavalli accompagnato da confuse voci di uomini e di donne che sembravano camminare in processione. Forse era mezzanotte! Pensavo a un brutto sogno, invece ero sveglia. Bum, bum, bum… i rumori si avvicinavano sempre più forti. Li sentivo vicinissimi ma, anche se tremavo dalla testa fino ai piedi, ho avuto il coraggio di alzarmi dal letto e di aprire leggermente lo scurino per osservare oltre la finestra che si affacciava sulla piazza dominata da un grande olmo, che ora non c’è più. Ahi, ahi! Quel ricordo mi fa ancora paura” aggiunse liberando un grande sospiro prima di riprendere il racconto che fu ricco di particolari. Non aveva dimenticato nulla, e mentre parlava le parole diventavano immagini che si susseguivano nitide, una dopo l’altra, come sequenze di una pellicola ben conservata.

Si era avvicinata alla finestra a piccoli passi; le mani con le dita intrecciate sugli occhi, pronte a chiudersi, per cercare protezione dai pericoli. “ Oh, che notte tremenda. Impossibile da dimenticare” sussurrò accarezzandosi i capelli.

Ne parlava per la prima volta a distanza di tanti anni, quasi avesse deciso di liberarsi di quella visione per consegnarla ai più piccoli come pezzo di una storia vera che non poteva morire con lei. I bambini ascoltavano meravigliati e impauriti, anche se si sentivano protetti dalla presenza dei genitori, mentre i grandi attendevano con impazienza lo sviluppo di quel racconto da brividi. Da qualche minuto  un violento temporale si abbatteva sul paese.

La pioggia picchiava forte sul selciato e sul tetto incannucciato della casa lasciando cadere qualche goccia d’acqua sul pavimento di cemento della cucina. Ogni rumore rendeva ancora più cupa la notte. La porta d’ingresso e quella che immetteva sul cortile erano state ben sprangate.

Il vento di tramontana soffiava impetuoso; l’autunno era ormai avanzato e si preparava a cedere il posto all’inverno che, dicevano i vecchi, si annunciava gelido e carico di neve.

La grande cucina era illuminata dal caminetto che proiettava ovunque le ombre delle fiamme prodotte dalle fascine dei sarmenti seccati al sole. Immagini spettrali si specchiavano sui muri, mentre dalla stanza accanto giungeva il profumo intenso delle mele cotogne appena raccolte e sistemate in una grande cesta di giunco, ricoperta con un telo bianco di cotone e riposta al buio sotto il letto.

Quando la famiglia si trovava al completo il tavolo da pranzo, che stava sempre al centro, veniva appoggiato a una parete per consentire la migliore sistemazione di sedie e sgabelli attorno al grande fuoco. Allora si consumavano prelibatezze ormai dimenticate. Non potevano mancare le prugne essiccate prima al sole e poi al forno; le castagne e i fichi secchi per i bambini; qualche mandorla tostata, non utilizzata per preparare i dolci, e il fiasco di vino rosso per gli uomini.

“Quella notte ho visto qualcosa di incredibile, ma sappiate che è tutto vero” aveva detto aggiungendo alla storia un ulteriore carico di paura, mentre un nodo in gola le impediva di continuare. Il ricordo di quell’esperienza vissuta da bambina si faceva più vivo trasmettendo nuova ansia.

“Ho bisogno di bere” disse, quasi chiedendo scusa. Si alzò e sorseggiò un po’ d’acqua direttamente dalla piccola brocca di terracotta che teneva sempre sul tavolo della cucina. Poi riprese a parlare, e continuò il racconto come fosse un evento da descrivere in presa diretta.

“Babbo e mamma erano andati a letto presto. Per loro la giornata cominciava prima dell’alba: babbo doveva rientrare in campagna mentre mamma, come ogni sabato, doveva fare il pane. Dormivo pure io quando sono stata svegliata da un rumore fortissimo che mi faceva scoppiare la testa… i cani dei vicini abbaiavano come non mai eppure non si alzava nessuno. Forse li sentivo soltanto io, boh! …ero molto spaventata. Ih si fia timinde! Certo che ero spaventata, però non sono andata a rifugiarmi nel letto grande come facevo quando ero più piccola.”

Più andava avanti nel ricordo, più il suo racconto si arricchiva di dettagli. Il tempo non aveva cancellato nulla delle immagini di quella notte, neppure un particolare, e chi ascoltava a bocca aperta sembrava immergersi dentro la scena come muto spettatore.

Lei si era alzata piano e, muovendosi al buio, simile a una cerbiatta impaurita, due piccoli passi avanti e uno indietro, era andata verso la finestra proprio mentre il rumore che proveniva dalla piazza diventava sempre più confuso.

Aveva davanti una miriade di figure difficili da decifrare. Sembravano corpi di uomini e di donne senza volto. I primi indossavano un pastrano nero con il cappuccio; le altre, vestivano tuniche bianche. Fu proprio una di loro a staccarsi lentamente dal corteo prima di fermarsi e pronunciare poche parole impossibili da dimenticare: “Le nostre preghiere si fermano qui.”

Poi era comparso un grande carro con le catene, trainato da due cavalli neri che restavano immobili anche se non li teneva nessuna briglia. Accanto ai cavalli un cane lupo dall’apparenza mite e altre figure che non erano fatte né di carne, né di ossa. Erano ombre che si muovevano spinte da un vento diventato improvvisamente leggero, ma carico di brividi.

“Su carru ‘e sos mortos, il carro dei morti!” bisbigliò terrorizzata, mentre a stento riusciva a trattenere un urlo. Ne aveva sentito parlare, ma non aveva mai creduto alla sua esistenza. Si era sempre convinta che fosse tutto frutto della fantasia dei grandi che volevano soltanto terrorizzare i più piccoli, che non volevano andare a dormire, con quei racconti di paura in cui terribili streghe si alternavano a fantasmi, e mamme del sole a mostri con occhi di fuoco. 

A questo pensava quando, senza rendersi conto, vide sparire in un attimo, e senza far rumore, quella processione insolita. Nella piazza calò nuovamente il silenzio delle notti più serene mentre lei tornava, tremante e infreddolita, al suo letto. Si infilò sotto le coperte e per coprirsi tutta mise anche il cuscino sopra la testa. Immersa nel buio totale cercò di allontanare più che poté gli spiriti dell’oltretomba.

La svegliò la madre, la mattina, con una carezza.

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