PER UNA NUOVA EPISTEMOLOGIA DELL’EMIGRAZIONE SARDA: SU BENTU NOU EST PRETZISU BENTULARE

Sara Nicole Cancedda e Gabriella Murru

C’è un sottile filamento di memoria che unisce le nebbie della Brianza, dove oggi vivo e spendo i miei giorni professionali, alle scogliere battute dal maestrale della nostra Sardegna. Non è una mera questione di chilometri, né un computo aritmetico di rotte aeree interrotte o ferite. È, piuttosto, una precisa dimensione dell’anima, un teorema dell’identità che chi scrive esperisce quotidianamente lungo le sponde del Lambro, a Monza, terminale ultimo e provvisorio di un lungo cammino biografico ed intellettuale iniziato nelle montagne del Gocéano. 

Parlare di emigrazione sarda oggi, sotto il nuovo vessillo della SEU (Sardi Emigrati Uniti), non è solo “sottostare” alla lusinga di una sterile nostalgia. Significa, al contrario, praticare “un’archeologia del presente” che sia in grado di farsi, allo stesso tempo, proposta politica ed anche storiografica. La mia esperienza nell’emigrazione organizzata non è stata l’esito di un distacco emotivo, ma il frutto di una militanza culturale che ha sempre rifiutato il folklore di maniera. Vivere l’insularità fuori dall’isola, e farlo in una terra iper-produttiva, complessa e talvolta atomizzata come la Lombardia, impone un rigore metodologico assoluto. Ed a fare, innanzitutto, questo “rigore”, sono i numeri. I dati della Brianza, se rapportati alla Sardegna, sono anche più ragguardevoli: quasi un milione di abitanti in 325 km quadrati, contro il milione e seicentomila abitanti in 24 mila km quadrati della nostra isola la dicono tutta.  Dobbiamo smettere di considerarci “orfani” di una terra promessa per riscoprirci soggetti storici attivi, capaci di fecondare i territori d’adozione senza smarrire la “bussola” delle nostre origini.

Dobbiamo avere il coraggio della verità, quella stessa franchezza intellettuale che la grande tradizione del pensiero autonomistico sardo ci ha tramandato. Il modello interpretativo e gestionale che ha governato l’emigrazione sarda in Italia negli ultimi decenni, incarnato storicamente dalla FASI, vive oggi una stagione di irreversibile appannamento ideale e strutturale. Assistiamo, non senza dolore, alla senescenza di un certo modo di condurre l’associazionismo. Qual è la critica simmetrica che dobbiamo muovere a quel sistema? È l’essersi progressivamente burocratizzato, trasformando i circoli in “riserve indiane della memoria” o, peggio, in centri di gestione di piccoli poteri clientelari e assistenziali, talvolta slegati dalle reali dinamiche della nuova diaspora. L’emigrazione sarda non è più quella, pur eroica, degli anni Cinquanta e Sessanta, legata alla transumanza o all’operaizzazione fordista. Oggi emigrano professionisti, ricercatori, giovani precari, intellettuali che non cercano nel circolo la sagra del pecorino o il feticcio identitario da esibire la domenica. Cercano reti, cercano, e lo stiamo vivendo sulla nostra pelle quotidianamente, nuove “piattaforme” di cittadinanza attiva. Cercano, soprattutto, nuova interlocuzione scientifica e politica con le istituzioni regionali e nazionali. Per essere ancora più incisivi, il vecchio centralismo associativo ha fallito perché ha smarrito la capacità di leggere il mutamento sociale, arroccandosi in una difesa dello status quo che ha allontanato le nuove generazioni. La SEU nasce non come una scissione capricciosa, ma come un’esigenza storica. È la risposta, pur sempre migliorabile, ad un vuoto di rappresentanza ed alla necessità di una profonda “catarsi morale” e progettuale del mondo dell’emigrazione. Ed è per questo che, personalmente, in famiglia da me, fra gli amici e la comunità scientifica frequentata, abbiamo accolto favorevolmente questo inizio di cambiamento. 

A questo declino noi non rispondiamo con la ritirata nel privato, ma con l’audacia della progettualità. Il percorso che inizia a Firenze, intende ribaltare la prospettiva tradizionale. Non più una struttura del tutto piramidale che “cala direttive dall’alto”, ma una rete orizzontale, fluida e scientificamente orientata, capace di connettere i 26 circoli in 24 città diverse. E qua, da storico economico, proporrei l’utilizzo di un nuovo concetto, che potrebbe aiutare i nostri circoli ad essere ancora più “vivi” e presenti. Parliamo, in tal senso, di interterritorialità. I sardi fuori dall’isola non sono “ex sardi”, ma nodi di una Sardegna globale. La SEU deve “farsi carico” di questo Bentu Nou (Vento Nuovo). Si devono, quindi, da un lato, strutturare progetti che non parlino solo della Sardegna, ma che facciano agire la Sardegna nei contesti regionali in cui si opera. Ma si deve, altrettanto, ed è questa una “scommessa” reale, maggiormente “consolidare” la rete federativa, facendo “dialogare” sempre più circoli sardi anche di contesti territoriali differenti, condividendo esperienze, testimonianze e storie. E costruendo, sempre più, “reti”. Penso a piattaforme di co-working per i giovani emigrati, a centri studi permanenti sulle migrazioni storiche e contemporanee, a protocolli di intesa con le università peninsulari e sarde per borse di ricerca che monitorino i flussi demografici. E penso anche alle nostre famiglie che si formano in Continente, con una “rete” più capillare di associazioni e circoli in cui valgano concetti e principi come integrazione ed inclusione. E dove realmente si viva quella tensione di “comunità sarda allargata”. Non un sogno, ma una prospettiva.  Non autorefenziale, ma davvero condivisa. Ed è questa la modernità che ci compete: trasformare il “trauma” del distacco in una risorsa geopolitica per l’Isola, viva e continua.

Se vogliamo che la nostra azione abbia dignità scientifica, dobbiamo ancorarla alla storia delle idee economiche e politiche della Sardegna. Non si può fare politica dell’emigrazione senza affrontare il “nodo gordiano” della continuità territoriale. Ma, per farlo seriamente, dobbiamo liberare questo concetto dalle “secche” del dibattito elettorale e riscoprirne la matrice originaria. La storiografia più attenta (e chi scrive  ha speso tempo a “scavarne le tracce”, n.d.r.)   ricorda che la questione dei trasporti come “architrave” dell’unità economica nazionale non nasce negli uffici di Cagliari o Bruxelles negli anni Duemila. Essa fu intuita, per la prima volta in tempi moderni, e con sbalorditiva preveggenza, a metà del XIX secolo, da un deputato goceanino ingiustamente dimenticato: Giuseppe Sanna Sanna (Anela, 1821 – Genova, 1874). Primo deputato sardo nel Parlamento unitario, Sanna Sanna comprese che l’unificazione politica del Regno d’Italia sarebbe rimasta una finzione giuridica per la Sardegna senza un’infrastrutturazione marittima e ferroviaria capace di annullarne l’isolamento geografico. Egli, per essere chiari, fu il vero, profetico “padre” dello sviluppo moderno del porto di Olbia e delle linee di collegamento interno, intravedendo nei trasporti la “vera rivoluzione” per l’emancipazione dell’isola.

Oggi, nel 2026, assistiamo al paradosso di una continuità territoriale aerea e marittima costantemente “mutilata”, che esclude o penalizza le famiglie degli emigrati sardi, riducendo il diritto costituzionale alla mobilità a una “lotteria” tariffaria. Nonostante le recenti aperture, unilaterali e non condivise.

La battaglia di SEU dovrebbe ripartire anche da Giuseppe Sanna Sanna e dalla sua azione rivendicatoria nel primo parlamento unitario. La continuità territoriale non è un privilegio o una concessione “benevola” della Commissione Europea. Si tratta di un diritto storico imprescrittibile, parte integrante ed irrisolta della più ampia Questione Sarda. Sarebbe, quindi, auspicabile chiedere con forza che il principio di insularità inserito in Costituzione si traduca in una tariffa unica intergenerazionale per residenti, emigrati e loro famiglie.  Perché il “cordone ombelicale” con la terra madre non possa essere “reciso” da un algoritmo di una compagnia aerea o dalla falsata concorrenza di quattro compagnie marittime.

Una parte della nuova architettura associativa della SEU dovrà, poi. essere affidata alle famiglie, soprattutto quelle giovani. Esse rappresentano il “nucleo portante” della nuova diaspora sarda e lo snodo fondamentale per la trasmissione intergenerazionale dell’identità. Nelle vecchie strutture associative le giovani coppie ed i loro figli sono stati a lungo invisibili, ignorati da logiche burocratiche che consideravano l’emigrato come un singolo lavoratore isolato o, peggio, come un pensionato nostalgico.

Scopo della SEU dovrà essere quella di ribaltare radicalmente questa prospettiva attraverso tre direttrici d’azione concrete. Ad iniziare dai cosiddetti presidi di welfare identitario. I circoli SEU devono trasformarsi in spazi accoglienti per i nuclei familiari, offrendo servizi concreti di supporto logistico e mutuo aiuto per chi si stabilisce nei nuovi territori (ricerca di nidi, orientamento scolastico, reti di vicinato). Per seguire con la lingua sarda come patrimonio d’infanzia. È proprio all’interno delle famiglie, quindi che si “gioca” la partita decisiva contro l’estinzione della nostra lingua. SEU potrebbe sostenere i genitori in questo compito, promuovendo laboratori di bilinguismo, letture animate in sardo standardizzato per la prima infanzia e sussidi didattici moderni. L’obiettivo è far sì che il sardo non sia una lingua morta appresa sui libri, ma un codice vivo dell’affetto e della quotidianità. Per concludere con il turismo di ritorno e le radici vive. In tal senso sarebbe auspicabile creare “canali” agevolati e progetti specifici per consentire ai figli dei sardi nati nella penisola di riscoprire l’isola non come semplici turisti, ma come cittadini. Questo significa strutturare, in sinergia con i comuni d’origine, campus estivi storici, archeologici e linguistici dedicati alle nuove generazioni, legando indissolubilmente il loro futuro alla terra dei padri. Investire sulle famiglie, in particolare giovani, potrebbe, quindi, significare per la SEU “archiviare” definitivamente quel modello asfittico e gerontocratico che ha decretato il fallimento dell’emigrazione organizzata del passato, garantendo alla nostra comunità una reale e duratura continuità storica e culturale.

Accanto alla mobilità dei corpi, vi è la mobilità dello spirito e della cultura: la lingua. So benissimo che qui, si “calca un campo minato”. Ma occorre avere coraggio. La lingua sarda (sa limba) non è un dialetto da confinare nelle rievocazioni folkloristiche o nelle composizioni poetiche estemporanee. È l’elemento costitutivo, filologico ed antropologico della nostra specificità nazionale. Occorre riprendere a pensare che noi sardi siamo una nazione all’ interno dello Stato italiano, che abbiamo contribuito ad originare ed a difendere.  Tuttavia, anche su questo fronte, l’emigrazione organizzata ha spesso peccato di superficialità, limitandosi a un uso “ornamentale” dell’idioma. È tempo che la SEU sposi una linea di assoluto rigore scientifico, sostenendo con vigore il processo di standardizzazione linguistica ed il percorso che porti a Sa Limba Sarda Comuna o LSC). Senza una lingua standardizzata, adatta all’insegnamento, all’amministrazione, alla produzione saggistica e digitale, il sardo è destinato ad una lenta agonia per frammentazione dialettale. I circoli della SEU nella penisola dovrebbero diventare “avamposti” di questa battaglia. Non corsi generici di “sardo”, ma veri e propri laboratori di alfabetizzazione linguistica scientifica, in collaborazione con la Regione Autonoma della Sardegna e gli atenei, anche non sardi, che ci stanno. Sarebbe, quindi, auspicabile che la standardizzazione diventi prassi comunicativa anche per noi che viviamo fuori. La lingua è il nostro “passaporto identitario nel mondo”; standardizzarla significa modernizzarla, renderla capace di abitare la contemporaneità e i nuovi media.

Il congresso di Firenze non è, pertanto, un punto d’arrivo, ma l’atto di nascita di un nuovo corso storiografico e civile. Lasciamoci alle spalle le formule stanche del passato, i rancori interni ed il vecchio modo di gestire la diaspora.

Da Monza, guardando il Lambro, sento lo stesso vento che oggi soffia sull’Arno: est su Bentu Nou chi est pretzisu bentulare. Su bentu della consapevolezza, della dignità e della competenza. Ripartiamo dallo spessore intellettuale di Giuseppe Sanna Sanna, dal rigore della nostra lingua e dalla forza della nostra rete interterritoriale. Dimostriamo che i sardi nel mondo sanno essere non solo custodi del passato, ma costruttori del futuro della Sardegna. Bona vida, SEU!

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