STORIA DI UN’INFANZIA CHE NON PASSERA’ MAI: IL FILO INVISIBILE DI PUPA E GIANFRANCO

Ormai è da tempo che scelgo di fermarmi ad ascoltare le persone, a raccogliere i loro sguardi nelle fotografie e a custodire le loro parole. Ogni volta che qualcuno mi affida la sua storia, provo una profonda gratitudine: è come ricevere un invito segreto a viaggiare nel tempo, per riscoprire mondi lontani che in realtà ci appartengono ancora. Credo fermamente che queste storie non debbano andare perdute, perché sono i fili d’oro che tengono unito il nostro passato a ciò che siamo oggi, memorie preziose da consegnare a chi verrà dopo di noi. Quella che state per leggere è una di queste storie, un frammento di vita vera che merita di essere raccontata.

Ci sono legami così profondi che crescono e si nutrono delle cose più semplici: le corse sulla sabbia, i giochi tra gli alberi di agrumi e il rumore delle forbici che tagliano la stoffa. Sono i frammenti di vita che Gianfranco Sarigu custodisce da sempre nel cuore, quelli in cui vive il ricordo di sua cugina Carmen Ruggiu, che per tutti era semplicemente Pupa. Il loro non fu solo un legame di parentela: fu una fratellanza totale, un’alleanza tra due bambini diventati grandi lungo binari diversi, ma rimasti uniti da un filo invisibile e indistruttibile.

Tutto ebbe inizio nel giugno del 1951, così racconta Gianfranco, in una Cagliari che tentava faticosamente di scrollarsi di dosso le ferite della guerra. Fu la primavera della rinascita: il Teatro Massimo riaprì dopo i bombardamenti e ospitò una stagione lirica leggendaria, segnata dall’unica, storica apparizione in città di Maria Callas nei panni di Violetta Valéry, la protagonista de La Traviata di Giuseppe Verdi. I suoi zii, Gesuino che lavorava duramente come portuale nel porto di Cagliari e Dorotea, premurosa casalinga, rimasero travolti dall’emozione di quei giorni e, per onorare la Divina e la magia dell’opera, scelsero per sua cugina il nome di Carmen, anche se in famiglia tutti la chiamavano Pupa.

Solo quattro mesi dopo, a Decimomannu, nacque Gianfranco. Era il 3 ottobre, anche se per tutti sarebbe dovuto nascere il 4, nel giorno di San Francesco. Infatti, la grafia incerta della levatrice sul registro ingannò l’impiegato dell’anagrafe e il padre decise di non correggere l’errore. Da quel giorno, Gianfranco fu per sempre “l’uomo nato un giorno prima”, quasi un segno del destino per un bambino che avrebbe vissuto la vita a passo svelto.

Pupa crebbe nella sua Cagliari, ma le loro vite si intrecciarono indissolubilmente nelle stagioni più belle. D’estate, il punto di ritrovo principale fu la spiaggia del Poetto, dove la famiglia Ruggiu poteva accedere a uno di quei mitici casotti in legno che un tempo coloravano il litorale. Lì, tra il rumore della risacca e la sabbia calda, Gianfranco e Pupa trascorrevano giornate intere a inventare giochi, liberi e complici. Pupa era una bambina bionda e solare, e quella sua testolina chiara spiccava sempre, bellissima, in mezzo a tutti gli altri bambini.

Il legame con il mare cagliaritano, tuttavia, passava anche per un altro luogo del cuore: la spiaggia di Giorgino. Proprio lì, Gianfranco trascorreva parte della sua estate ospite della colonia marina. Il momento più atteso della settimana era la domenica, il giorno delle visite: i genitori di Gianfranco partivano da Decimomannu per andarlo a trovare e, puntualmente, si ricongiungevano con Pupa e la sua famiglia, che allora vivevano in città. La spiaggia si trasformava così nel teatro di una grande festa familiare. Ci si sistemava tutti insieme sulla sabbia per condividere il pranzo preparato a casa, tra profumi genuini e chiacchiere animate. Per Gianfranco e Pupa era un’esplosione di gioia e spensieratezza, un’occasione per correre e giocare senza sosta, ma quel calore domenicale regalava un profondo senso di serenità a tutta la famiglia unita.

Quando il sole si faceva troppo caldo e le settimane al mare volgevano al termine, Pupa si trasferiva per lunghi periodi a Decimomannu a casa dei nonni materni: il nonno Attilio, stimato sarto del paese, e la nonna Giustina. Fu proprio a Decimomannu, nella casa natia di Gianfranco, immersi nel verde e nel profumo intenso dell’agrumeto di famiglia, che i due cugini diedero sfogo a tutta la loro vivacità, trasformandosi in due piccoli “discoli” inseparabili.

C’era un momento dell’anno, però, in cui la magia di Decimomannu si accendeva di una luce speciale: la festa di Sant’Arega. I genitori di Gianfranco, per l’occasione, invitavano sempre Pupa e tutta la sua famiglia. A quei tempi il paese aveva un volto completamente diverso da quello odierno. Tutta la zona dove oggi sorge la chiesa della Santa non era edificata, e la casa della famiglia di Gianfranco si trovava distante dal centro abitato, ma quasi adiacente alla chiesa stessa, immersa nella campagna. Ogni anno per la festa della Santa, era usanza che i forestieri e i pellegrini arrivassero da lontano per venerarla affrontando il viaggio sui carri tradizionali trainati da animali o, per chi se lo poteva permettere, a bordo delle prime automobili dell’epoca. Tutti i mezzi venivano poi parcheggiati e posizionati nei dintorni del ponte di Sant’Arega, lungo gli ampi spazi a ridosso degli argini del fiume, trasformando l’intera area circostante in un accampamento festoso e caotico.

La confusione in quei giorni era davvero tanta. Proprio durante una di queste feste, mentre gli adulti erano distratti dalla folla e dai preparativi, accadde un fatto che Gianfranco non avrebbe mai dimenticato. Pupa, con i suoi capelli biondi che attiravano lo sguardo, venne avvicinata da un malintenzionato che, con l’inganno, la convinse a seguirlo. Per fortuna, i genitori e i parenti si accorsero quasi subito della sparizione della bambina. Scattò l’allarme e il padre di Pupa si mise immediatamente alla ricerca, riuscendo a raggiungere l’uomo mentre si allontanava con la piccola lungo la strada per Villasor. L’uomo venne bloccato e prontamente affidato alle forze dell’ordine. Lo spavento in quella giornata fu enorme per tutti, un brivido freddo rimasto impresso nei ricordi di un’infanzia altrimenti felice.

Essendo entrambi nipoti del sarto del paese, la stanza del nonno Attilio era per loro un luogo magico e proibito. Tra scampoli di tessuto, gessetti e forbici pesanti, i due cugini giocavano spesso, sfidando l’autorità del nonno concentrato sul lavoro. Proprio tra quelle mura si consumò un altro ricordo che Gianfranco portò sempre impresso nella mente.

Un giorno di un’estate lontana, il nonno Attilio era intento a stirare i capi appena confezionati. Tra le mani stringeva il ferro da stiro di una volta, quello pesante, alimentato con i carboni ardenti. Gianfranco e Pupa gli giravano intorno, ridendo e rincorrendosi nel loro baccano felice. All’improvviso, con un movimento energico e involontario del braccio per stendere una piega, il nonno sfiorò Pupa con il ferro rovente. Fu un piccolo incidente, una bruciatura che lasciò un segno sulla pelle, ma soprattutto un grande spavento per il nonno e una lacrima subito asciugata dal sorriso protettivo di Gianfranco. Quella divenne la firma del loro legame, un pezzo di vita vissuta tra le stoffe e il calore di una casa che profumava di famiglia.

Nonostante le monellerie facessero regolarmente perdere la pazienza al nonno Attilio e disperare la nonna Giustina, dietro quelle corse a perdifiato ci fu sempre un affetto immenso. Lo stesso affetto profondo che, molti anni dopo, spinse entrambi i cugini, in case diverse, ad accudire i propri genitori con totale devozione fino all’ultimo respiro.

Crescendo, la vita impose i suoi ritmi. Carmen divenne donna per prima: si sposò con Guglielmo Cancedda, da tutti conosciuto affettuosamente come Memo, un giovane ragazzo lavoratore di Decimomannu. Inizialmente, i due sposi vissero per un po’ di tempo a Cagliari a casa dei genitori di lei, ma ben presto il lavoro portò una nuova svolta: Guglielmo venne assunto nelle ferrovie e assegnato alla regione del Piemonte. Fu così che anche Pupa, esattamente come sarebbe accaduto a Gianfranco, conobbe il grande sacrificio di lasciare l’isola. Accomunati dallo stesso destino, entrambi i cugini si ritrovarono a vivere l’esperienza intensa e a tratti nostalgica di essere emigrati in continente, trascorrendo diversi anni lontani dalla propria terra d’origine.

Dopo quel periodo di lontananza, Carmen e Guglielmo riuscirono finalmente a fare rientro in Sardegna per stabilirsi definitivamente a Decimomannu. In quel paese che divenne la sua casa per sempre, lontano dai ricordi della giovinezza a Cagliari, Pupa si dedicò con grande amore e totale devozione alla sua famiglia, facendone il centro e il motore della propria vita. Era una donna straordinariamente solare, una presenza luminosa capace di portare calore ovunque posasse lo sguardo. Profondamente altruista, metteva sempre il bene degli altri davanti al proprio, pronta a sacrificare tutto, – ogni suo desiderio o priorità – pur di non far mancare nulla ai suoi cari. Protese sempre il suo cuore verso gli altri, custodendo la sua famiglia ogni giorno con immensa cura, generosità e affetto incondizionato.

Gianfranco, invece, scelse di intraprendere un cammino del tutto diverso. Negli anni ’70 decise di lasciare l’isola per stabilirsi sul continente, compiendo i primi passi in ambito militare con l’arruolamento nell’Esercito. Frequentò inizialmente la Scuola Allievi Sottufficiali di Viterbo e, in seguito, si specializzò come marconista frequentando la Scuola Telecomunicazioni delle Forze Armate (STELMILIT) nella città di Chiavari. Dopo questo periodo di addestramento avanzato, ottenne il trasferimento presso la caserma di Anzio, allora polo nevralgico per l’arma delle trasmissioni.

Nel 1978 Gianfranco scelse di trasferirsi nei ruoli civili dello Stato, venendo assunto dal Ministero dei Trasporti e assegnato alla stazione di Bologna Centrale, dove assunse il delicato incarico di tecnico di controllo dei treni, una mansione di grandissima responsabilità per la sicurezza del traffico ferroviario. Ma, la mattina del 2 agosto 1980, la sua vita cambiò per sempre. Un ordigno ad altissimo potenziale esplose nella sala d’aspetto di seconda classe, sventrando l’ala sinistra della stazione. Davanti agli occhi di Gianfranco si spalancò l’inferno di una delle più terribili stragi della storia italiana: un bilancio devastante di 85 morti e oltre 200 feriti, tra macerie, urla e soccorsi disperati. Quell’esperienza così drammatica e innaturale segnò profondamente la sua anima, lasciandolo emotivamente provato e imprimendo un trauma indelebile nella sua memoria per il resto della vita.

Fu nella città di Bellaria-Igea Marina che Gianfranco riuscì a trovare un nuovo baricentro per la sua esistenza: qui si sposò e creò la sua famiglia, costruendo quel porto sicuro che lo avrebbe accompagnato negli anni a venire. I chilometri di distanza furono tanti e i binari lo portarono lontano, ma la spensieratezza vissuta nell’infanzia insieme a sua cugina Pupa divenne per lui una forza invisibile: fu proprio quel ricordo felice ad aiutarlo, da emigrato in continente, a superare la nostalgia per la sua Sardegna e i momenti di distacco dalla famiglia. Anche se separati dal mare, i due cugini non si persero mai; continuavano a cercarsi e a sentirsi regolarmente al telefono, accorciando le distanze per raccontarsi le proprie vite e mantenere vivo, giorno dopo giorno, quel filo che li univa. Il pensiero di Gianfranco, dopotutto, è sempre tornato a quella cugina speciale con cui ha condiviso tutto, amandola e custodendola proprio come una sorella.

Purtroppo, Carmen se n’è andata troppo presto, portata via da quel vizio del fumo che non l’aveva mai abbandonata. È pensando a lei che Gianfranco lascia che gli occhi si riempiano di lacrime e nostalgia, consapevole che con la sua scomparsa è volata via una complicità fraterna insostituibile.

Oggi, Gianfranco Sarigu tiene stretto a sé questo scrigno fatto di risate, storie vissute e sguardi che solo loro due potevano capire. Scrivere di lei non è solo un omaggio alla memoria, ma il modo più puro per dirle che, finché ci sarà quel profumo dei fiori degli agrumi e il ricordo del mare di Cagliari, Pupa continuerà a camminare al suo fianco e al fianco di tutte le persone che l’hanno conosciuta e amata.

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2 commenti

  1. Commosso ed emozionato, ringrazio infinitamente Rita Coda Deiana e la rivista Totus in Pari per aver riportato la mia storia.

  2. Che storia meravigliosa! Bravissima cara Rita e complimenti per il tuo scrivere che ci fa viaggiare in compagnia di emozioni di altri tempi. Ti voglio bene.

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