
Francesca Isha Fois
di MICHELA GIRARDI
Isha Francesca Fois è nata a Tortolì, ma negli ultimi quindici anni la sua vita si è divisa tra Sardegna, Regno Unito e Brasile. Docente di geografia umana all’Università di Salford (Manchester), ricercatrice e fondatrice del progetto Shamanic Sardinia, oggi alterna l’insegnamento universitario ai percorsi che organizza nella sua terra, senza mai separare la ricerca accademica da quella personale.
Il suo percorso inizia all’Università di Cagliari, dove sceglie Economia aziendale. Ama le materie scientifiche e l’organizzazione d’impresa, ma durante gli studi arriva la prima occasione per guardare oltre i confini dell’Isola. Trascorre un periodo di formazione in Francia, nelle Fiandre, vicino a Calais, e comprende subito che il viaggio non sarà soltanto un’esperienza universitaria, ma un modo di vivere.
Poco dopo parte per l’Argentina, dove prende parte a un progetto dedicato allo studio delle reazioni della popolazione alla crisi economica. È un’esperienza che la segna profondamente. Nasce il suo interesse per l’America Latina, per le comunità, per il rapporto tra persone, territorio e trasformazioni sociali. Per un periodo pensa perfino alla carriera diplomatica, ma alla fine sceglie la ricerca e decide di proseguire con un dottorato in geografia economica.
Grazie al programma Master and Back della Regione Sardegna si trasferisce nel Regno Unito per approfondire gli studi in geografia umana. Doveva fermarsi un anno. Invece quell’esperienza cambia completamente il corso della sua vita. «L’Inghilterra mi ha formata come donna, come ricercatrice e come docente.»
Conclude il dottorato alla Newcastle University, insegna prima a Nottingham, poi in Galles e infine, nel 2019, ottiene una docenza a tempo indeterminato all’Università di Salford (Manchester), dove ancora oggi insegna geografia umana.
La ricerca la porta in tanti luoghi del mondo. Studia come la globalizzazione cambia le comunità rurali, si occupa di migrazioni, osserva da vicino il rapporto tra territorio e sviluppo. Viaggia in Amazzonia, in Brasile, in Cina, ma anche in Sardegna, dove svolge ricerche ad Aritzo e in altri centri dell’interno.
Incontra popolazioni indigene che difendono le proprie terre dalla deforestazione, dall’agricoltura intensiva e dalle trasformazioni imposte dalla modernità. Ascolta le loro storie, osserva il loro modo di vivere e si accorge che, ovunque si trovi, la domanda che la guida è sempre la stessa: come fanno le comunità a mantenere viva la propria identità?
Proprio durante il dottorato arriva l’incontro destinato a cambiare anche la sua vita personale.
Le sue ricerche la conducono prima a Damanhur, la comunità fondata vicino a Ivrea, dove vive per alcuni mesi per uno studio etnografico. Qui osserva un modello di vita alternativo, basato sulla condivisione, sulla sostenibilità e su un diverso rapporto con la spiritualità. Partecipa anche a un corso internazionale dedicato alla progettazione degli ecovillaggi, durante il quale si approfondiscono i quattro pilastri che permettono a una comunità di essere autosufficiente e sostenibile: la dimensione economica, quella sociale, quella culturale e quella spirituale.
È proprio durante quel corso che conosce Daniela, una ragazza brasiliana della comunità di Terra Mirim. «L’incontro con Daniela ha cambiato tutto», racconta.
Seguendo quella che definisce una serie di segnali, decide di partire per il Brasile.

Terra Mirim è una comunità guidata dalla sciamana Alba Maria. È un luogo dove le figure di riferimento sono soprattutto donne: sono loro le anziane, le custodi della saggezza, quelle a cui la comunità guarda nei momenti importanti. Isha arriva con lo sguardo della ricercatrice. Intervista le persone, osserva, prende appunti. Vuole capire cosa sia davvero lo sciamanesimo.
Ma nessuno riesce a spiegarlo con le parole. Finché Alba Maria le dice una frase destinata a cambiare la sua prospettiva. «Puoi fare tutte le interviste che vuoi, ma se non fai un rito non capirai mai chi siamo.» Isha accetta.
Partecipa a un rito ancestrale con piante medicinali. Un’esperienza intensa, che mette profondamente in discussione il suo modo di produrre conoscenza e di leggere la realtà. Resta nella comunità più a lungo del previsto. Poi torna nel Regno Unito, conclude il dottorato e scrive la sua tesi. Ma qualcosa è cambiato. «Quando ho finito il dottorato avevo una domanda più grande di tutte: chi sono e cosa voglio fare della mia vita?»
La carriera universitaria prosegue. Insegna, pubblica, partecipa a progetti internazionali. Ma parallelamente continua a tornare in Brasile. Qualche anno dopo convince anche la madre e un’amica, Stella, a raggiungerla per un mese a Terra Mirim. Anche loro vivono un’esperienza che le cambia profondamente. Da quel momento il legame con Alba Maria si rafforza ancora di più.
La sciamana inizia ad affidarle l’organizzazione dei gruppi provenienti dall’Europa, chiedendole di seguire tutta la parte logistica dei viaggi verso la comunità brasiliana. Un giorno le dice di riconoscere in lei una “donna dei quattro elementi”.
Nel 2017 un’altra esperienza apre un nuovo capitolo. Assiste alla preparazione della capanna sudatoria, un antico rito di purificazione. Capisce che non vuole più limitarsi a osservare. «Volevo diventare la curandera di me stessa.» Chiede così ad Alba Maria di cimentarsi in un percorso di iniziazione. Da quel momento frequenta regolarmente la scuola sciamanica della comunità, trascorrendo ogni volta lunghi periodi in Brasile. Ancora oggi non ama definirsi sciamana. «Sono un’apprendista. Una donna-medicina.»
Per lei il percorso non finisce mai. Continua a studiare, a praticare e ad approfondire quelle tradizioni che considera uno strumento di crescita personale. «Sono una coccola per l’anima», dice parlando dei riti che oggi propone alle persone che partecipano ai suoi incontri.
Negli anni trascorsi tra il Regno Unito, il Brasile e tanti altri Paesi, Isha continua a fare ricerca. Ma, proprio osservando comunità indigene e popolazioni rurali in ogni parte del mondo, nasce in lei una riflessione che finirà per riportarla a casa.
«Mi sono resa conto che stavo girando il mondo per conoscere come vivono i guardiani della terra, come affrontano le sfide della modernità e difendono il loro territorio. Poi ho pensato: non conosco abbastanza la mia Sardegna.» Quella domanda diventa una svolta.
Non lascia l’università e non abbandona la carriera accademica. Decide semplicemente di cambiare il modo di viverla. Chiede di trasformare il suo incarico all’Università di Salford in part time, così da poter dividere il suo tempo tra il Regno Unito e la Sardegna, continuando a insegnare e, allo stesso tempo, sviluppando un progetto tutto suo.
Nel 2021 apre la partita Iva e nasce “Shamanic Sardinia”. Inizialmente il progetto prende forma insieme a un’altra persona con il nome “Artejanis”, un richiamo all’idea di diventare artigiani della propria vita. Con il tempo evolve e prosegue solo con Isha, che gli dà un’identità sempre più definita.
Grazie anche a un finanziamento del GAL Ogliastra riesce a trasformare quell’idea in un’attività concreta. È un sostegno di cui parla con gratitudine, perché le ha permesso di tornare a investire nella sua terra senza rinunciare al lavoro universitario. Oggi organizza ritiri, percorsi nella natura e momenti dedicati al benessere fisico e spirituale, oltre a continuare a portare gruppi in Brasile, Egitto, Bulgaria e altri paesi.
Le sue attività si rivolgono a chi sente il bisogno di fermarsi, rallentare e ritrovare uno spazio per sé. «Non bisogna avere il controllo di tutto», spiega. «A volte bisogna avere il coraggio di entrare nelle stanze più buie della propria anima. Io sono lì per accompagnare le persone, ma il percorso resta il loro.»
Tra le esperienze che propone ci sono anche i cammini. È un’idea che nasce da un momento molto difficile della sua vita. Nel 2023 una relazione importante finisce. Isha racconta di essersi sentita profondamente ferita. Prima di partire prende una decisione simbolica: si rasa completamente i capelli. Poi chiede un consiglio a due donne che considera fondamentali nella sua vita: sua madre e Alba Maria. Entrambe le dicono di partire. Così affronta da sola il Cammino di Santu Jacu.
Parte ad agosto e cammina per un mese, da una luna piena all’altra, attraversando il cuore della Sardegna. Si ferma nei piccoli paesi dell’interno, incontra persone, pastori, ascolta storie e dedica molto tempo al silenzio. Lungo il percorso celebra anche alcuni riti. «È stata una delle esperienze più importanti della mia vita.»
Alla fine del cammino si promette una cosa, di non tradirsi mai più. È lì che sente nascere un legame nuovo con la sua terra. «La Sardegna ha curato la relazione con me stessa. La natura, gli animali, le montagne, le pietre, l’acqua, le persone, i pastori. Poi è successo qualcosa di ancora più grande: ha curato anche il mio rapporto con la Sardegna.» Da quel momento, racconta, l’Isola ha iniziato a “sussurrarle” di restare.
Poco tempo dopo arriva l’occasione di acquistare una piccola casa con terreno a Monte Terli, sulle alture di Tortolì. Oggi la sta ristrutturando con pazienza. Sarà la sua casa, ma anche il luogo dove accogliere le persone che partecipano ai suoi progetti.
Nel frattempo è diventata anche guida ambientale ed escursionistica, anche se preferisce parlare di cammini piuttosto che di escursioni. «Un cammino non è una passeggiata. Camminando lentamente emergono aspetti di noi stessi che nella vita di tutti i giorni non vediamo.» Per questo oggi accompagna piccoli gruppi lungo i sentieri della Sardegna, trasformando il viaggio in un’occasione di incontro con il territorio e, per chi lo desidera, anche con sé stessi.
Intanto continua a insegnare geografia umana a Salford, alternando i mesi trascorsi nel Regno Unito a quelli in Sardegna. Continua a organizzare viaggi in Brasile, dove nel 2025 ha accompagnato un gruppo di dieci persone nella comunità di Terra Mirim, e prosegue la sua formazione.
C’è anche un altro percorso che ha deciso di intraprendere: quello verso la lingua sarda. «Sto cercando di riconnettermi anche attraverso il sardo», racconta. Un altro tassello di un ritorno alle radici che continua giorno dopo giorno. Ripensando al proprio cammino, Isha dice di non avere mai seguito ciò che gli altri si aspettavano da lei. Ha ascoltato, piuttosto, quello che sentiva dentro.
Prima di salutarci sorride e lascia una frase che sembra racchiudere tutto il suo percorso. «Ho sempre detto sì alla vita, anche quando avevo paura. Non mi interessa il giudizio degli altri. Seguo la mia voce interiore.»
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