
di FRANCESCA ARCAI
A Genoni le storie che per generazioni sono passate di bocca in bocca hanno cominciato a occupare muri, facciate e spazi pubblici. Janas, giganti, donne trasformate in pietra, creature misteriose e personaggi che appartengono alla parte più profonda dell’immaginario sardo sono usciti dalla dimensione del racconto orale per diventare immagini. Succede in un paese di circa 700 abitanti ai piedi della Giara, dove il progetto “Contos” ha trasformato il muralismo in uno strumento per recuperare un patrimonio che rischia di scomparire insieme alle persone che ancora lo custodiscono.
Genoni è uno dei sette comuni sardi che hanno ottenuto i finanziamenti del Bando Borghi legato al PNRR e proprio all’interno di questo percorso è nato il progetto curato da Urban Center, organizzato dal 2012 lavora sullo spazio pubblico, sulla rigenerazione urbana e sull’arte. “In Sardegna, tra le centinaia di progetti di muralismo presenti nei vari paesi, non esisteva ancora un luogo che racchiudesse le leggende e le favole della tradizione sarda”, racconta Daniele Gregorini di Urban Center. Da qui l’idea: fare di Genoni un paese nel quale camminare significa anche attraversare l’immaginario dell’Isola.
Il progetto, però, non è partito dai muri. Prima sono arrivate le persone. Urban Center ha incontrato e intervistato abitanti di diverse generazioni, cercando di capire quali racconti fossero ancora vivi nella comunità. È emerso così un elemento tutt’altro che scontato: in paese le favole vengono ancora raccontate. E ce n’è una che i genonesi sentono particolarmente propria, quella di “Su Estiu”. “Per loro più che una favola è una leggenda”, spiega Gregorini. Solo successivamente, attraverso il lavoro di ricerca, è emerso il legame con “Serkittu”, figura conosciuta con questo nome anche in altre parti della Sardegna.
Alla memoria degli abitanti si è quindi affiancato lo studio delle fonti. Sono stati consultati libri destinati ai bambini, i racconti di Giulio Concu, le illustrazioni di Maurizio Brocca, ma anche le favole sarde raccolte da Grazia Deledda e gli studi di Dolores Turchi. Un lavoro preliminare necessario per evitare che il folklore diventasse semplicemente un repertorio di immagini suggestive da dipingere sui muri.
Per Urban Center il punto è proprio questo: il muralismo deve andare oltre la decorazione. “È importante fare arte pubblica, ma è anche importante che questa arte pubblica non sia dedicata a una decorazione fine a se stessa e possa avere un senso di rigenerazione sociale”, sottolinea Gregorini. Un ragionamento che assume un significato particolare davanti alla scuola di Genoni, dove una delle grandi opere accompagna ogni giorno bambini e ragazzi. “Quando i bambini tutti i giorni vedono delle opere, dal nostro punto di vista riusciamo a stimolare tramite queste anche il loro spirito critico. Quando una persona si sveglia e ogni giorno vede qualcosa di nuovo, che prima non faceva parte del suo immaginario, comincia anche a farsi delle domande”.
Anche la scelta degli artisti ha seguito questa impostazione. Contos mette insieme autori di Genoni, artisti provenienti dai paesi vicini, muralisti del Nord e del Sud Sardegna e nomi italiani e internazionali. Ci sono due artisti nati proprio a Genoni, un autore di Nuragus, artisti provenienti dall’area di Cagliari, Sassari e Alghero, il siciliano Rosk e i galiziani Maz e Doa. Una mescolanza voluta. “Queste scale territoriali per noi sono molto importanti”, spiega Gregorini. Da una parte permettono di portare nel paese linguaggi e sensibilità differenti, dall’altra creano occasioni di confronto tra gli artisti del territorio e autori provenienti da altre realtà. Ma c’è anche un’altra difficoltà: trovare per ogni racconto la persona capace di interpretarlo senza limitarsi a illustrarlo.
È quello che accade, ad esempio, con la “Luxia Rabbiosa” dipinta da Skan. La protagonista è una gigantessa che, a causa della sua eccessiva aridità, viene trasformata in pietra. L’artista parte da un volto sfaccettato, quasi post-cubista, mentre il corpo attraversa progressivamente la metamorfosi: un piede è ancora umano, poi la figura si pietrifica fino a diventare un menhir solitario.
La favola mette così in comunicazione il racconto popolare con qualcosa di molto più antico. “Mischia un pochettino il megalitismo, questa cultura dei giganti”, osserva Gregorini. Dietro i racconti apparentemente fantastici, dunque, riaffiorano elementi che sembrano richiamare un immaginario sedimentato per secoli, dalle pietre al culto dell’acqua, dai giganti alle grotte.
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