L’ISOLA SENZA CURA: INFERMIERI A DOMICILIO, IL VOLONTARIATO CHE CURA LA SANITA’ SARDA

Ignazio Serra e Samuele Sau

«La pandemia ha ribaltato il sistema sanitario pubblico, spingendo i cittadini a rivolgersi alle strutture private. Solo che, negli ultimi tempi, le liste d’attesa si stanno allungando anche nel settore privato. Noi stiamo cercando di dare risposte ai tanti pazienti, soprattutto anziani e indigenti, che non possono spendere certe cifre per fare alcuni esami lontano dalla propria residenza. Andiamo a casa loro».

Ignazio Serra è un infermiere nato a Torino da genitori sardi, trasferitosi in Sardegna da bambino e tornato nel capoluogo piemontese dopo gli studi. Ha fatto esperienza in numerosi Paesi esteri, dove ha svolto libera professione ed è stato volontariato per numerose ong. È a lui che la Sos Monastir si è rivolta per organizzare questi servizi a domicilio: prelievi di sangue, in prevalenza, ma anche terapie e controlli che un tempo venivano effettuati negli ospedali più vicini, in prevalenza a Cagliari.

La sanità arranca in tutta l’Italia, non solo in Sardegna e non solo nel territorio di Monastir, un paese di quasi 5mila abitanti ad appena venti minuti d’auto dal capoluogo isolano. «Mi hanno contattato quando avevo deciso da poco di rientrare nell’Isola per stare più vicino ai miei genitori, ormai anziani», spiega Serra. «Questa organizzazione di volontariato, in 31 anni di vita, si è sempre occupata di emergenza urgenza. Ma in questo periodo storico occorreva qualcosa di più e di differente per aiutare le tante persone che non si stavano più curando o non riuscivano più a recarsi a Cagliari per le visite mediche o altri servizi, magari perché non hanno figli o nipoti che possano aiutarle. C’è pure chi ha difficoltà economiche o disagi di altra natura. Abbiamo pensato di dedicare a loro un certo numero di ore di volontariato alla settimana, chiedendo soltanto un simbolico rimborso per coprire le spese vive del carburante. Tra le tante cose, consegniamo le provette del sangue al laboratorio di analisi con il quale siamo convenzionati. In sostanza, pagano meno di quanto avrebbero speso andando con i mezzi pubblici in città». Alcuni esami, infatti, da tempo non venivano più fatti al Poliambulatorio di Monastir.

E quando il servizio della Sos Monastir è entrato a regime, incontrando i favori degli utenti, la voce si è sparsa in un battibaleno arrivando ai paesi del circondario, e non solo: San Sperate, Villasor, Uta, Ussana. Addirittura, nel più lontano Gerrei, per esempio a Escalaplano.

Serra, 58 anni, è infermiere professionale da oltre 30 anni. «Ho lavorato per 15 anni in un ospedale torinese», spiega. «A un certo punto ho iniziato a fare volontariato per la Croce Rossa italiana e poi per altre realtà della cooperazione internazionale (tra cui l’Aispo) che operano prevalentemente nei Paesi in via di sviluppo, molti dei quali travolti dalle guerre o luoghi di partenza dei migranti che si recano in Europa passando per Lampedusa: parlo di Libia, Tunisia, Grecia, i territori del Sahara, Afghanistan, Kurdistan, Iraq. Dopo un percorso di formazione per le missioni all’estero, ho iniziato a viaggiare e ad avere a che fare con situazioni estremamente complesse, dove non esisteva un sistema sanitario territoriale strutturato. Infine, è diventata stabilmente la mia professione. Quando ho deciso di rientrare in Sardegna, ho trovato una sanità radicalmente cambiata rispetto a quando ero partito. Prima il sistema funzionava, oggi no. Ma non è questione della Sardegna: lo stesso, da quanto mi dicono i miei ex colleghi di Torino, sta accadendo in Piemonte. La mia esperienza all’estero allora può essere benissimo riprodotta nel nostro territorio, in questa fase storica».

«Avrei potuto guadagnare molto di più andando negli Emirati Arabi dove, soprattutto ora a causa della guerra in Medio Oriente, pagano 7-8mila dollari al mese. Non è poco. Ma ho preferito privilegiare la mia famiglia ed essere coerente con il mio vissuto», sottolinea Serra. «Ne ho visto tante, non mi sono mai legato al nome di un’organizzazione perché è più importante il progetto. Come quello che mi ha proposto la Sos Monastir, che ha una sua connotazione sociale».

Serra parla dei motivi per cui da alcuni anni si è acuita la carenza di infermieri in Italia. «Coloro che terminano il percorso di studi in scienze infermieristiche, preferiscono andare altrove, soprattutto all’estero, dove sono pagati molto di più. Può essere considerata una scelta dolorosa, per certi versi, ma un giovane non può accontentarsi di uno stipendio basso, quando in Francia, Inghilterra o Germania pagano ben altre cifre. Il mercato del lavoro è davvero molto diverso dal nostro. E la qualità della nostra formazione è molto apprezzata».

I disservizi registrati sul territorio sono molteplici. «Tralasciando gli assurdi tempi delle liste d’attesa, in cui un po’ tutti sono incappati, ci sono aspetti burocratici che potrebbero essere evitati; invece ci sono e complicano la vita dei cittadini», commenta Ignazio Serra. «Faccio l’esempio della ricetta dematerializzata: soltanto in Sardegna viene richiesto a ciascun paziente, persino a quello allettato, di apporre una firma nel retro della copia cartacea. L’80% di queste firme, lo sappiamo bene, viene fatto dai familiari. Tutto è stato informatizzato, e questo ha i suoi grandi vantaggi, ma stiamo tagliando fuori una grossa fetta della popolazione, che comprende i grandi anziani e molte persone con disabilità di vario tipo. Soprattutto le persone sole. Ecco perché ci rivolgiamo in particolar modo agli anziani: la maggior parte di loro non sa prenotare una visita o un’analisi online. In Sardegna, migliaia di pazienti hanno più di 80 anni. Faccio un altro esempio: se una persona deve fare il test del Psa (la proteina prodotta dalla prostata, nda) insieme ad altre analisi del sangue, ma l’ambulatorio non ha i reagenti per quell’esame specifico, deve tornare dal medico curante per farsi fare una nuova prescrizione».

Samuele Sau aveva appena due anni quando la Sos Monastir veniva fondata, nel 1995. Oggi ne è il giovanissimo presidente (il secondo della storia di questa Odv) e da circa quattordici anni ci mette tanta dedizione. Ha un desiderio: crescere sempre di più, puntando sull’innovazione. Non è principalmente un problema di tecnologie, come racconta lui stesso. «Quando ho iniziato, a 18 anni, avevo alle spalle tre anni di volontariato con un’altra associazione che si occupava di protezione civile», spiega. «Poi ho avuto l’opportunità di entrare alla Sos, che oggi conta 50 soci e sette dipendenti».

«Questo nuovo progetto era nell’aria sin dal periodo della pandemia, ma non riuscivamo a trovare una persona di esperienza a cui affidare il servizio», prosegue Sau. «Abbiamo conosciuto Ignazio Serra perché veniva in sede a farci i tamponi, consentendoci così di lavorare con le ambulanze nel periodo Covid. È nato un rapporto di reciproca stima che ci ha permesso di decollare un anno fa. Dal servizio infermieristico a domicilio non ricaviamo nulla, è stata una nostra libera scelta e la difendiamo. Siamo felici di registrare il gradimento dei pazienti, in larghissima maggioranza esenti dal ticket per motivi d’età o di patologia. Da aprile a giugno abbiamo svolto 500 servizi, in prevalenza a favore di persone fragili: prelievi venosi, per lo più, ma anche somministrazione di farmaci per via intramuscolare o venosa (anche a pazienti oncologici), terapia infusionale, elettrocardiogramma e Holter cardiaco, catetere vescicale, medicazioni».

Per non rimetterci economicamente, «cerchiamo di ottimizzare gli interventi servendo un certo numero di persone ogni volta che ci rechiamo nei comuni più distanti. Più di una volta, quando ci siamo resi conto che la persona da aiutare era in condizioni di grave disagio economico, non abbiamo chiesto il contributo spese. Il servizio garantisce la continuità delle cure e, allo stesso tempo, offre un grande sollievo ai familiari e ai caregiver, che spesso incontrano difficoltà nel conciliare i tempi di vita e lavoro con la necessità di accompagnare i propri cari a visite e controlli. Non facciamo concorrenza sleale e non facciamo business sanitario: volessimo farlo, avremmo aperto una società come tante altre, praticando ben altre tariffe. Ci sono diverse realtà, tra cui a Sassari e a Iglesias, che garantiscono servizi del tutto gratuiti perché hanno firmato delle convenzioni con gli enti locali e le fondazioni di origine bancaria. Ci stiamo lavorando anche noi. Il nuovo sogno è quello di aprire un ambulatorio infermieristico a Monastir, un punto di riferimento in cui i nostri concittadini possano richiedere certe prestazioni».

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Un commento

  1. Pero mandiamo i soldi degli italiani alla Guerra, in Ucraina che spetacolo la pulitica Italiana.

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