IL CORAGGIO NEL NOME DELL’AMORE: ANDREA PARODI, LA FONDAZIONE, I TAZENDA NELLE PAROLE DI VALENTINA CASALENA


di Serena Guidoni

L’anima delle donne è ricca di determinazione e coraggio; aspetti imprescindibili della loro identità. È nei momenti più dolorosi che la forza delle donne si manifesta; dal cilindro della loro anima estraggono la tenacia per non farsi sopraffare dagli eventi. Valentina Casalena, moglie di Andrea Parodi, il cantante sardo front man dei Tazenda scomparso nel 2006, ha dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio di essere proprio quel tipo di donna, capace di affrontare un momento doloroso come la prematura scomparsa dell’amore della sua vita. Un’energia che le ha permesso di riconoscere l’importanza di non mollare, in nome del marito e delle loro due figlie, e per un senso di gratitudine nei confronti della Sardegna che l’ha accolta e adottata senza riserve. Con il suo impegno nella Fondazione Andrea Parodi, da lei fondata e nata per mantenere viva la memoria di Andrea Parodi, Valentina dimostra la sua forza e tenacia.  La nostra convinzione è che affianco a un grande artista come Andrea Parodi, che ha consegnato alla Sardegna un patrimonio musicale inestimabile, ci sia stata, e c’è, una donna talmente passionale e straordinaria da meritare un posto d’onore fra le donne sarde. L’abbiamo incontrata negli studi S.C.S. Servizi Consulenza Spettacoli di Ottavio Nieddu e sede della Fondazione.

Come è nata la Fondazione Andrea Parodi e di cosa si occupa? La fondazione è nata nel 2009, pochi anni dopo la scomparsa di Andrea, con lo scopo di tenere vivo ciò che lui ha creato e divulgare ulteriormente la sua opera artistica. A questo si è aggiunta la volontà di realizzare nuove manifestazioni ed eventi di tipo culturale sotto il segno di quella che è stata la sua filosofia e modo di vedere la musica e l’arte: scovare ciò che c’è di nuovo nell’ambiente culturale, sardo in particolare e mediterraneo in generale. A questo scopo sono nati due dei più grandi eventi della Fondazione: la Mostra Multimediale su Andrea Parodi, uno spazio nel quale far confluire gran parte del suo materiale audio e video, e il Premio Andrea Parodi. La mostra è itinerante e sempre in cerca di una casa. Mi piacerebbe molto che toccasse tutta la Sardegna.
Quando proponi questa mostra come viene accolta dalle amministrazioni locali? Sono molto interessate ad ospitarla ma il problema, come sempre, è la mancanza di fondi. Quando è stata creata abbiamo ottenuto un finanziamento regionale importante, senza il quale non sarebbe stato possibile metterla in piedi. Adesso ci troviamo in una situazione davvero complessa e chiedere ad un comune della Sardegna di affrontare una spesa di 4000 euro per l’allestimento, diventa un problema, nonostante la Fondazione si impegni per gravare il meno possibile sulle casse del comune che la ospita. 

Come si “mantiene” la Fondazione? Questa è una bella domanda. La Fondazione è nata da privati ma ha subito inglobato la Regione Autonoma della Sardegna come socio fondatore ed è sostenuta dalla Provincia di Sassari. C’è una legge regionale che sovvenziona la Fondazione, ma ovviamente ci devono essere i fondi dai quali attingere per portare avanti le diverse attività, ad esempio, nel 2014 non abbiamo potuto usufruire di alcun finanziamento. Ogni volta che istituiamo un evento, come nel caso del Premio, chiediamo dei contributi e riusciamo, inoltre, ad avere delle piccole sponsorizzazioni da parte di cooperative e privati. Ma un ruolo fondamentale nel tenere viva la Fondazione lo ricopre la gente comune. Abbiamo, infatti, ricevuto delle donazioni spontanee da tutte le parti d’Italia, persino da Catania, e questo ci ha spinto a creare lo strumento del ‘partecipante aderente’ e ‘partecipante sostenitore’, attraverso il quale scegliere se fare una donazione annuale o volontariamente sporadica. Un altro strumento per sostenerci è la donazione di una prestazione professionale come nel caso del logo della Fondazione che è stato creato gratuitamente da Valentina Sanna e Bruno Meloni. 

In cosa consiste il Premio Parodi? È una manifestazione, giunta all’ottava edizione, che si svolge ogni anno ad ottobre è ha una duplice valenza. Innanzitutto è un concorso musicale unico in Italia poiché incentrato sulla world music, dove si attinge dalle etnie del mondo e si veste di suoni e suggestioni nuove che scaturiscono dall’esperienza dell’artista che le “indossa”. Accanto al concorso c’è la cosiddetta parte festivaliera, curata dalla direttrice artistica Elena Ledda, secondo me la massima espressione femminile di world music, e che vede l’esibizione di artisti di fama nazionale ed internazionale. L’anno scorso abbiamo invitato Abeer Nehme, una cantante libanese straordinaria. Accanto a queste due anime del Premio c’è l’Albo d’oro, un riconoscimento che ogni anno viene assegnato ad un personaggio distintosi, non necessariamente in ambito musicale ed artistico, nella rappresentare la Sardegna. L’anno scorso è stato premiato Cuncordu ‘e su Rosariu di Santu Lussurgiu. Questo Premio si lega al desiderio di Andrea Parodi di sperimentare, alla cifra stilistica della sua carriera. È nato esattamente per questo e con l’idea, che al tempo stesso era l’ideologia musicale di Andrea, che la tradizione è importante ma non bisogna fermarsi ad essa. Sperimentare la musica in tutte le sue forme e vederne i mutamenti è ciò che ha fatto prima con i Tazenda e poi nel suo percorso da solista. 

Che tipo di lascito è stato il suo? Ha indubbiamente lasciato una memoria storica musicale ricchissima che noi abbiamo, fortunatamente, l’opportunità di riascoltare e rivedere. Ha inciso dei dischi, ma Andrea è stato prima di tutto un artista live e penso che nel toccare ogni angolo della Sardegna con i suoi concerti abbia lasciato un po’ di sé in ogni luogo dove è stato. Ho sempre avuto la sensazione che non ci sia casa in quest’isola nella quale non ci sia qualcosa di lui. La sua memoria è custodita nei ricordi di tutte le persone che lo hanno incontrato e nella musica che ha scritto, ma anche in tutti coloro che anche sui social network, spesso, mi mandano dei messaggi di un affetto che, a distanza di anni dalla sua scomparsa, continua ad essere impagabile. 

La musica rende immortali? Sì, assolutamente. L’arte in generale rende immortali. È come se, attraverso di essa, si scolpisse l’impronta indelebile di ciò che sei stato in questo mondo. La musica in questo senso, secondo me, è la forma d’arte più diretta perché arriva ovunque per il suo essere intrinsecamente universale. La si può ascoltare in qualsiasi momento della giornata, in qualsiasi situazione, ma mantiene sempre la sua forza evocativa. La musica ti fa tornare indietro nel tempo, ti consente di ripercorrere dei momenti della tua vita, siano essi dolorosi o gioiosi. Andrea ha ricevuto un dono preziosissimo dalla vita: la sua voce e questo l’ha reso immortale.

Ci sono state delle scelte di Andrea che tu non hai approvato?  Per quanto riguarda l’intenzione musicale ed artistica devo dire che gli sono sempre stata vicina perché incontrava sempre il mio gusto personale. Pensa, io l’ho conosciuto come fan. La prima volta che l’ho visto era l’anno in cui partecipò al Festival di Sanremo con i Tazenda e Pierangelo Bertoli con il brano Spunta la luna dal monte. Ero una giovane ragazza, avevo circa sedici anni, ma rimasi folgorata dalla sua voce. L’anno successivo ho avuto modo di conoscerlo di persona quando è venuto al Festivalbar che si teneva nella mia città, ad Ascoli Piceno, e ricordo che pur non essendo sarda non potevo fare a meno di apprezzare e riconoscere la bellezza di quella musica. Erano sonorità che non conoscevo, un mondo musicale e linguistico che faticavo a comprendere, ma che mi ha trafitta e stregata. 

Che ricordo hanno di Andrea le vostre figlie? Che cosa hanno ereditato da lui? Erano entrambe molto piccole quando Andrea se n’è andato. Non hanno, purtroppo, fatto in tempo a conoscerlo bene quanto avrei voluto, ma io non perdo occasione di parlargli di lui. Una cosa è certa, a entrambe piace cantare ma non credo che per il momento desiderino che questo diventi il loro scopo nella vita. Andrea era una persona libera, ha sempre pensato che ognuno debba trovare la sua strada e io, condividendo questo pensiero, le sto crescendo allo stesso modo. Un aspetto sul quale cercherò sempre di tutelarle è che non sentano come un peso l’importanza che ha avuto il padre, ovvero che non si vedano “costrette” ad intraprendere una professione che ricordi la sua figura. Qualunque strada sceglieranno di imboccare io sarò dalla loro parte. 
Da quando Andrea è scomparso ci sono state delle polemiche che avresti voluto evitare? Con i Tazenda che rapporto hai oggi? Ci sono indubbiamente state delle situazioni poco carine, che è stato difficile tenere a bada. I Tazenda hanno iniziato un percorso nuovo e io sono sempre stata sinceramente molto contenta per loro, e sono sicura che lo sarebbe stato anche Andrea. Inoltre non c’è concerto nel quale non lo ricordino e questo non può che rendermi felice. 

Secondo te nel panorama musicale sardo c’è qualcuno, fra i giovani, che si possa definire l’erede di Andrea? A me non è mai piaciuta l’espressione “erede”. Io penso che non potrà mai esserci uno come Andrea, perché è stato talmente particolare e forte come personalità, da essere ricordato non solo per la sua voce. È rimasto nella memoria e nel cuore della gente non solo come cantante, anche se è innegabile che fosse una delle più belle voci al mondo, ma anche per il suo modo di porsi. È la concomitanza fra questi due aspetti ad averlo reso un vero artista, grande nella sua totalità. Era vicino alla gente, sempre e comunque, anche nei momenti più difficili non si è mai negato. Io personalmente un altro Andrea Parodi non l’ho ancora conosciuto.
Forse lo possiamo ritrovare maggiormente fra le donne? Ho sempre sostenuto che lui avesse una sensibilità molto vicina all’universo femminile. Le donne hanno un altro modo di sentire la vita, la musica e l’arte. Soprattutto nel canto popolare fatto dalle donne riesco a ritrovare maggiormente la figura di Andrea. Lui era fortemente affascinato dalle donne,  da Maria Carta fino ad arrivare ad Elena Ledda. Mi viene in mente una cosa che la cantante Noa ha detto ricordandolo, ovvero che ha sempre visto la nostra isola come una donna forte e fiera, dolce e gentile, ma se la Sardegna fosse un uomo avrebbe la voce di Andrea Parodi.
Ti senti sarda a tutti gli effetti? Sì, ormai sì. Mi sono sempre sentita molto vicina a questa terra e da quindici anni non l’ho più abbandonata. Quando sono arrivata la prima volta per me l’isola fu una scoperta meravigliosa, una rivelazione fatta di odori, suoni, etnie e colori. La Sardegna che ho conosciuto tramite Andrea e quella che ho scoperto da sola, è una parte fondamentale di me. È uno dei posti più belli al mondo perché c’è ancora quella dimensione più a misura d’uomo e per questo mi piace che le nostre figlie crescano qui. 
Cosa ti auguri per il futuro, soprattutto per la tua Fondazione? Io spero di riuscire a potenziare e a far crescere tutti gli eventi che stiamo portando  avanti, innanzitutto perché ci credo fortemente e ci credono anche tutti i miei collaboratori. È un progetto culturale importante, che piace e per questo va preservato. Nonostante sia difficoltoso e faticoso, io metterò tutto il mio impegno perché questo avvenga. 
“Grazie alla vita per avermi fatto conoscere mia moglie Valentina, perché è stata sempre, ma soprattutto in questo periodo, una donna che ha saputo tirare fuori una forza straordinaria”. (Andrea Parodi, 22 settembre 2006, Anfiteatro Romano di Cagliari)

* La Donna Sarda

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