DARE GLI ECO-VOTI ALL’EUROPA: STORIA DI MAURO PISU, ECONOMISTA CAGLIARITANO

Mauro Pisu

di Giovanni Runchina *

«L’Italia, oggi? Una barca che tenta di rimettere le vele a posto in mezzo al mare in tempesta». Non è il giudizio di un novello Dante dal pulpito di un’aggiornata Divina Commedia, ma l’istantanea di un economista sardo all’Ocse. Mauro Pisu è tra gli esperti dell’organizzazione internazionale che fornisce consigli ai governi di 34 nazioni in vari campi: dall’economia alla finanza passando per l’ambiente e l’agricoltura. Attualmente, Pisu si occupa di “green growth” o crescita verde per l’Europa. Detto altrimenti, valuta se e quanto ogni nazione riesca a far andare il benessere di pari passo con l’attenzione all’ambiente. Nella nuova veste si è recentemente occupato dell’Italia; poco più di un mese fa è stato relatore agli Stati Generali della Green Economy a Rimini. Ce la siamo cavata con una sufficienza striminzita, surclassati dai Paesi Scandinavi.

«Abbiamo grandi potenzialità – dice il trentanovenne economista cagliaritano che sull’argomento ha rilasciato una lunga intervista a L’Espresso – ma non ci applichiamo abbastanza». Abbiamo fatto grandi passi in avanti lasciando molte cose a metà. Siamo stati bravi a puntare su energie rinnovabili, auto meno inquinanti; tuttavia siamo drammaticamente indietro su altri aspetti perché non fabbrichiamo impianti e infrastrutture. «Siamo grandi consumatori di green economy ma scarsi produttori».

Laureato in Economia a Cagliari, master a Nottingham grazie a una borsa di studio della Regione Sardegna, Mauro Pisu ha un curriculum di prim’ordine. «Durante la formazione in Inghilterra ho maturato grande interesse per la ricerca; così ho cominciato il PhD nel dipartimento di Economia, concentrandomi sul commercio internazionale. Ho assunto l’incarico di Research Fellow nel Globalisation and Economic Policy (GEP) Research Centre dell’università e sono entrato in contatto con alcuni tra i maggiori esperti mondiali in commercio internazionale; contemporaneamente ho mosso passi importanti nella ricerca. Dopo il dottorato ho vinto un post doctoral e sono restato a Nottingham ancora per un anno e mezzo, fornendo consulenze all’Ufficio Nazionale di Statistica e al Department of Trade and Industry». Archiviata la permanenza in Inghilterra, durata sei anni, Mauro approda alla Banca Centrale del Belgio come research economist in commercio internazionale applicato: «Un’esperienza molto formativa che mi ha messo a disposizione un archivio dati eccezionale».

Nel 2008 il passaggio a Parigi negli uffici dell’Ocse: «Ho sviluppato competenze su vari temi: macroeconomia congiunturale, infrastrutture, sanità, sicurezza sociale e ineguaglianze. Questo elenco può sembrare troppo lungo ma mi ha regalato una visione d’insieme dei problemi economici, l’ideale per dare consigli efficaci ai vari governi. Nel febbraio scorso ho cambiato ambito d’indagine e sono passato alla green growth, prima per il Sudest asiatico e – da settembre – per i paesi Ocse».

Proprio l’economia verde potrebbe rappresentare per l’Italia una ciambella di salvataggio nella burrasca della recessione senza fine; secondo l’istituto parigino abbiamo il 43,3% di giovani disoccupati sotto i 25 anni – peggio di noi stanno Spagna e Grecia – e il nostro prodotto interno lordo del terzo trimestre è calato dello 0,1% rispetto a quello precedente; tra i Paesi del G20 solo il Giappone ha registrato un dato peggiore.

L’inversione è possibile a patto però che si rimuovano alcuni ostacoli: «La scarsa occupazione, un mercato del lavoro che penalizza i più giovani, prestazioni sociali inadeguate per chi perde il posto, sono i punti più dolenti che l’Ocse ha evidenziato molte volte. Tutti questi aspetti, messi insieme, non fanno altro che aumentare la fragilità economica perché le famiglie sono sempre più deboli». Il problema maggiore non è tanto “cosa fare” ma “come”. «In Italia – osserva Mauro – c’è scarsa coesione politica e manca l’accordo su come risolvere i problemi sia tra i vari attori politici che all’interno degli stessi partiti». Detto fuori dalla grammatica istituzionale, siamo prigionieri di una classe dirigente parolaia e litigiosa, amante degli annunci, che si sfinisce e ci sfinisce in dibattiti sovente inconcludenti.

Eppure la buona politica è vitale per dare corpo ai progetti, come dimostrano i cambiamenti intervenuti nei Paesi Scandinavi. «Nell’Europa settentrionale l’economia verde è una realtà, resa possibile da politiche economico-sociali bilanciate e innovative attuate nel corso degli anni. Un mercato del lavoro flessibile per permettere alle industrie inquinanti di chiudere e a quelle meno impattanti di espandersi; un impianto di protezione sociale che offra sussidi di disoccupazione adeguati a chi dovesse perdere il posto e che aiuti a trovarne uno nuovo, attraverso corsi professionali che riorientano la carriera nei settori in crescita. Ancora, un sistema scolastico ed educativo adeguato alle esigenze produttive e alle nuove tecnologie; il supporto per l’innovazione e un sistema fiscale che gravi meno sul lavoro e maggiormente sulle attività inquinanti».

Nonostante l’andatura da pachiderma il nostro Paese sta facendo progressi: «La riforma del mercato del lavoro merita d’ essere annoverata tra le più coraggiose degli ultimi anni e, comunque, non penso che l’Italia sia tra le nazioni più reticenti a riformarsi». Ma se la politica ha la sua buona e indubbia dose di responsabilità nei ritardi accumulati, anche i cittadini devono cambiare atteggiamento. Urge un mutamento culturale profondo: «Occorre prendere coscienza del fatto che il mondo è cambiato, che i paesi in via di sviluppo vogliono raggiungere i nostri livelli di vita, uscendo definitivamente dalla povertà. Bisogna poi sfatare il falso mito che questi facciano concorrenza sleale, così come non la faceva l’Italia ai paesi più ricchi negli Anni Cinquanta. Bisogna infine comprendere che se non si offrono reali opportunità ai giovani non ci sono prospettive di miglioramento».

* Sardinia Post

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