QUANDO QUALCHE TEMPO FA, VENNE PROMOSSA L'ISOLA IN FINLANDIA: LA PREGEVOLE SARDEGNA POCO CONOSCIUTA

immagine di Helsinki capitale della Finlandia
immagine di Helsinki capitale della Finlandia

di Mario Sconamila

Alcuni anni orsono si tenne “La settimana sarda in Finlandia”, organizzata da una cooperativa multiculturale che, fra le altre cose, mise gentilmente a disposizione gli ampi locali e maestranze per i visitatori. Il successo e la partecipazione furono davvero eccezionali, con alcune sorprese assolutamente impreviste e piacevoli: ricordo molti giovani visitatori dell’estremo oriente che conoscevano, da studiosi, Antonio Gramsci ed Emilio Lussu, e la loro importanza nel quadro delle vicende nostrane. Gli stranieri sono molto interessati al valore “storico” delle persone, mentre non vogliono, e forse non capirebbero, sapere nulla delle beghe interne ai partiti che caratterizzano la quotidianità politica italiana. Non voglio dilungarmi sugli aspetti della Sardegna che vennero rappresentati: naturalmente il folclore, le citazioni della Deledda, le pregevoli degustazioni dei cibi, vini e liquori tipici, la cinematografia attinente l’Isola, nella simpatica cornice delle bandiere dei quattro mori e finlandese vicine per significare l’amicizia fra i due popoli. Come dicevo, mi è rimasta impressa anche l’entusiastica accoglienza riservata ai prodotti tradizionali della nostra terra, e vorrei fare alcune considerazioni. Qui in Finlandia c’è molto rigore nella vendita degli alcolici: bisogna essere maggiorenni e presentare, ove richiesto, il documento di identità. Gli addetti sono molto rigorosi, in questo compito. Inoltre, gli alcolici si vendono solamente in un particolare negozio denominato “Alko”, con prefissati orari rigidi di apertura e chiusura. Durante il week-end sono chiusi. Nella cittadina dove risiedo, per fare un esempio, esiste solo una di queste rivendite, nemmeno tanto grande, e quando vado assai difficilmente trovo moltissima gente: si sente la mano dello “Stato” che controlla l’andamento di quello che in molti Paesi di ogni latitudine può rappresentare un problema sociale non indifferente. Nel reparto dei vini, fra i più frequentati, ecco la prima sorpresa: nello spazio dedicato all’Italia, alla domanda, mi vien detto che i più richiesti sono quelli siciliani e sardi, assai meno quelli rinomati “continentali” che tutti conosciamo. Con la differenza che mentre ci sono almeno una decina di offerte vinicole dell’Isola di Pirandello, della nostra Sardegna si trova solo un prodotto, di cui naturalmente non faccio il nome, e nemmeno fra i più noti; e spesso lo spazio è vuoto perché essendo ultimato l’attesa può diventare lunga. Del tradizionale mirto sardo nemmeno l’ombra; compare un limoncello che è una brutta copia di quelli isolani che tutti apprezziamo. Nei grandi supermarket, assai simili ai nostri (tutto il mondo è paese), quando ho tempo vado alla certosina ricerca di qualcosa di tipico: è sempre in aumento l’offerta di prodotti italiani, anche quelli più impensabili, ma trovare qualcosa della Sardegna è ai limiti delle possibilità umane, quasi impossibile. Talvolta trovo il “Pecorino sardo”, in piccole confezioni, ma in tutta sincerità desisto subito dall’acquistarlo perché leggo nell’etichetta che è prodotto e confezionato in una regione del Norditalia! Vedo saltuariamente i “Sospiri di Ozieri” (tra l’altro assai graditi ai locali), li degusto ma non sono certo quelli originali che mangiavo in Sardegna.
Vorrei trarre delle conclusioni, ahimè assai amare, considerando anche le non certamente belle notizie che leggo quotidianamente della mia terra, in preda a difficoltà economiche e occupazionali non lievi. Mi chiedo: perché la Sardegna, ovvero gli addetti ai vari settori, non esporta in massicce quantità nostri prodotti originali e genuini? Quali difficoltà si frappongono? Esiste veramente la volontà di espandersi e progredire economicamente? Cosa impedisce a queste aziende di assumere personale disoccupato per incrementare la produzione e venderla fuori dei confini italiani, dove tanto sarebbe acquistata e apprezzata? Essendo fuori dal giro di queste conoscenze organizzative, mi chiedo ancora: ci sono giovani e non giovani senza lavoro che siano disponibili ad intraprendere questo tipo di attività lavorativa? Dico questo perché, e non sembri irriverente, quando periodicamente rientro in Sardegna non trovo una donna disoccupata che sarebbe disponibile a fare lavori come badante o in generale assistenza agli anziani. L’Italia sembra diventata un popolo di “signori” che, come ha educato la televisione, ben si guardano dallo svolgere certe mansioni. Ho ottimi motivi per ritenere che i nostri pregiati vini come il Cannonau e la Monica, oppure i liquori come il Mirto e il Limoncello, i Malloreddus, i Formaggi cui disponiamo, la Pasta di grano duro per finire agli incontenibili Dolci Sardi avrebbero all’estero un successo che pochi riescono ad immaginare. Ed allora perché siamo vittime del nostro vittimismo e provincialismo e non li esportiamo a dovere? Perché non ci facciamo largo in un mercato dove la domanda delle cose genuine è inesauribile? Più in generale, ci è rimasto un briciolo di spirito imprenditoriale, o dobbiamo lamentarci di tutto, adducendo sempre la stantia frase che la colpa è sempre ed esclusivamente “degli altri”? Chissà se un giorno i sardi, tutti e nessuno escluso, secondo la propria competenza, riusciranno a trasmettere un minore antagonismo politico e qualche prova d’orgoglio più rassicurante. Vedere in un alimento la scritta che certifica la provenienza dalla Sardegna sarebbe il migliore viatico per la conoscenza da parte degli stranieri della nostra Isola.

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